martedì 25 febbraio 2014

Lo scaltro Persico


[fonte]


Nei nostri laghi sguazzano, filtrando acqua dolce mista a mestizia industriale, ben tre pesci Persici noti.
Uno, il più pregiato, suo malgrado, Perca fluviatilis, s’è affrancato dall’essere fonte d’ispirazione metaforica e allegorica, immolandosi sulle tavole d’ogni tempo, fuso in un delizioso risotto. Spesso, i ristoranti che deturpano le sponde dei nostri laghi sventolano ammiccanti il vessillo del “risotto al pesce persico”, e punto.
Punto perché, per quanto esposto, questi lo si chiama “Persico”.
Nessun aggettivo s’aggiunge, neppure serve il sostantivo “pesce”, poiché chi vien dalla Persia è Persiano e non Persico e l’omonimo golfo è lontano, ragion per cui non lo si può confondere. Aggiungo che il Persico è endemico; sarebbe grave offesa al pesce farsi confondere da orientaleggianti richiami.
Il Persico, allora, è la miglior rappresentazione di sé; gode dell’immensa fortuna di autodefinirsi per ciò che è, grazie alla delicata massa cellulare confinata fra le squame.
Vorrei, allora, soffermarmi sui restanti due Persici, e forse ce ne sono altri, ma io non li conosco, comunque non sono entrati nel linguaggio comune dell’uomo lacustre.
Il primo è il Persico Sole, che il volgo chiama “gobbetto”, “gubét” in dialetto. Arriva dall’America.
Il secondo è il Persico Trota, il “boccalone”, “bucalùn”. Anch’esso vien dall’altro continente.
Ebbene il Persico Sole, un pesce esteticamente molto bello, dagli sgargianti colori giallo-arancioni, traversato da striature azzurre, con una splendida macchia nera, sporcata di rosso, all’estremità delle branchie, il Persico Sole, dicevo (Lepomis gibbosus) è apprezzato a tavola, ma ricco di robuste resche, per cui da molti snobbato; aggiungo che la sua splendida livrea gli permette, talvolta, di vivacchiare pensionato in acquario.
Questo Persico minore è la gioia dei bambini, educati fin da piccoli alle sevizie ed all’insensibilità, poiché abbocca con estrema facilità; non di rado infatti scorge il luccichio dell’amo nudo e ci si fionda, senza spreco di esca alcuna.
I bimbi, avvezzi ormai alla crudeltà, dapprima gioiscono per le facili prede, poi le torturano in modo disumano, annoiati dal continuo abboccare di queste bestiole.
Insomma, il Persico Sole, povera creatura, abbocca sempre all’amo. Non è smaliziato, non riflette, pochi stimoli ambientali gli risvegliano istinti autoconservativi.
Il Persico Trota, invece, ha aspetto e abitudini ben diverse; più grosso rispetto al Sole, affusolato, con colori metallici e meno accesi, che ben lo celano ad occhi di vittime e nemici, ha una gran bocca, essendo un predatore così vorace da prodursi addirittura in episodi di cannibalismo.
Il Trota, allora, che volgarmente viene chiamato “boccalone”, per pure questioni anatomiche, vanta un nome semanticamente instabile; il boccalone, in dialetto, è infatti diventato il credulone, dalla grande bocca nella quale ci può entrare di tutto: anche gigantesche scempiaggini sono prese per verità, dal boccalone. Quand’ero infante non di rado udivo “Sei un boccalone!”.
Qui l’etimo confonde: pare che sia un toscanismo, che derivi da “bocca”, una grande bocca spalancata, boccalone è anche il bimbo che strilla sguaiato. Potrei ipotizzare, che il Persico Trota s’è guadagnato il nome “boccalone” e non il contrario (è giunto qui nell’ottocento), ma poi il significato si è evoluto nel credulone-boccalone.
Non è chiara la ragione per cui non sia il Persico Sole un boccalone, in quanto abbocca (come descritto) anche all’amo nudo e, se ne deduce, ad ogni tipo di esca e, figurativamente, il poveraccio si beve ogni enorme idiozia.
In luogo di “boccalone” potremmo usar “gobbetto”, per indicare colui al quale ogni stupidaggine pare veritiera, salveremmo così (sia ben chiaro: letterariamente) i gobbi dall’estinzione, ma di questa moria ne tratterò in futuro.
Il Trota, quindi, è più scaltro, la sua cattura richiede un poco più di mestiere, non è “gioco per donne e per bambini”, che la Grande Opera persino accettava, nei lunghi mesi di solo mantenimento della temperatura del Forno.
Il Trota è però assiso sul trono dei coglioni, senza possibilità di abdicazione, a causa dell’accezione popolare del suo nome.
Allora il Persico, quello per antonomasia, di fatto parrebbe più attento. Non lo si descrive come un povero idiota e comunque non ha ispirato metafore poco edificanti.
Sarà forse per il nobile risotto, ma il Persico sembrerebbe d’un grado superiore, più evoluto, tanto da provare scetticismo.
Ce lo vedo che guarda di sbieco un succulento verme che annaspa infilzato, che poi immaginate quant’è complicato per un pesce guardare di sbieco.
Lo immagino che, con un colpo di reni (i pesci hanno i reni, eh!) sfila di fianco al verme traditore, rimuginando un altezzoso “Mh…”…
Nitidamente lo seguo notare una bestia ben più grassa del lombrico, rapida e luccicante, con un’appendice sfarfallante, avventarcisi contro e finire uncinato dallo sleale “cucchiaino”, oppure guizzare spocchioso lontano dall’esca e finire, assieme ai villani suoi consimili d'acqua dolce, nella rete dei pochi superstiti pescatori di lago.
Insomma, il Persico non è il gobbetto, non è un boccalone, è pregiato e snobista, ma finisce disciolto nel risotto.

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giovedì 6 febbraio 2014

Introduzione alla crepa


In una viuzza secondaria, poco trafficata, al punto che da bambini si giocava a pallone senza che le mamme si preoccupassero, al numero 32, salendo due vecchi gradini di pietra si trova la porta d’entrata della casa. Varcandola, sulla destra c’è un piccolo ripostiglio buio, alto un metro e poco più, chiuso da una grata, dove ho sempre visto delle bottiglie di vino polverose, mentre di fronte sei gradini salgono piegando verso destra, giungendo ad un pianerottolo.
Da esso si accede ad un piccolo bagno, senza vasca né doccia, a sinistra si entra nella grande cucina (dalla quale un piccolo uscio si apre nel modesto salotto) e a due rampe di scale che portano al secondo piano, alle camere da letto.
Il pianerottolo, sul lato che dà alla strada (salendo dalle scale, a destra) è aperto. Vi è un muricciolo alto meno d’un metro, sormontato da una ringhiera e pare di essere su di un balcone.
La casa è antica, si dice del 1400; tutta la zona è molto datata. I palazzi tutt’intorno sono di pregevole fattura. Da bambino sbirciavo nelle finestre illuminate e vedevo soffitti in legno decorati finemente.
Questa mattina ho visto dei muratori ammonticchiare materiale sul pianerottolo, pare che si dedichino seriamente alla crepa; proveranno a spaccare lo strato di gesso del muro, raggiungendo l’anima in sasso. Cosa accadrà, poi, lo ignoro. Cosa troveranno? Come potranno suturare la perpetua ferita in modo definitivo? Lo strato superficiale delle pareti è assimilabile alla pelle, la pelle di una casa. La pelle paga spesso colpe altrui. S’infiamma perché l’infiammazione risale da dentro, impregna il derma e sboccia in superficie. Quando l’epidermide sfiamma, allora significa che anche sotto le fiamme si sono placate.
La crepa, infatti, l’ho vista negli anni crescere e poi ritirarsi: questo respiro di pietra, che dilata e alimenta la fessura, per poi chiuderla espirando, è svincolato dalle stagioni e dall’umidità, persino dal calore. Si apre lentamente, oppure repentina; usa anche accelerare all’improvviso, dopo un inizio titubante, quasi timido, e dalla camera da letto ama irrompere nella cucina di sotto in un baleno.
Certe mattine, passando per salutare, ho scorto in fondo alla cucina la crepa che arrivava dal piano di sopra e s’infilava dietro la credenza. Il giorno seguente la vedevo rientrata, dal soffitto percorreva lungo il muro non più di quindici centimetri. Un giorno in cui la crepa era particolarmente attiva, seduto sul divano, la notai vicina ai miei piedi. Sottile, quasi invisibile, dal piano di sopra aveva percorso la parete della cucina, attaccato il pavimento e strisciato subdola per un paio di metri nell’antico cotto.
Quando la crepa si ritira, pare che le due sezioni divise si cicatrizzino; permane un segno debole, per seguire la traiettoria della crepa serve avvicinarsi a pochi centimetri; alcune volte è necessaria una lente. Dopo il tramonto, nulla si nota senza una torcia.
Mi raccontò Rina, la proprietaria di casa, che la crepa ascolta e, qualche volta, dice la sua.
Disse che, qualche anno fa, scoppiò una violenta litigata col marito. La crepa squarciò il muro davanti ai loro occhi, aprendo una ferita d’un metro in cucina, il tutto nel giro d’un secondo quando la rabbia sguinzagliò la volgarità.
Il rumore, di pietrisco rotolante, interruppe la discussione e li lasciò fulminati a bocca spalancata.
Il giorno seguente, quando di prima mattina arrivò Boldo, il muratore, era rientrata. Con grande sorpresa si limitò a stuccare di fino il muro e non chiese denaro.
Peppe, il padrone incontrastato della dimora, lo accompagnò all’osteria, per compensare la stuccata con un grappino.
Erano buffi, quando li si vedeva sfilare per i viottoli. Uno sporco di calcinacci e l’altro coperto da un velo di segatura; usciti dall’osteria, parevano reduci da una baruffa.
Boldo, qua e la, aveva tracce di segatura e qualche truciolo arricciato, impigliato nella spessa lana del maglione. Peppe, nel velo legnoso che lo ammantava,  ostentava bianche impronte di mani, impresse con pacche amichevoli, caricate a gesso e polvere.
Quanto rimpiango quell’angolo di mondo antico. Col passare degli anni, i quattro essenziali negozi chiusero, la zona si spopolò.
I proprietari della casa e Boldo il muratore passarono ad altra dimensione.
Rimase solo la crepa nella casa disabitata. Sola. S’insinuava nelle camere seguendo le linee di debolezza della struttura (a noi invisibili) e gironzolava in silenzio, fiaccata dalla malinconia, quasi a cercare qualcuno da disturbare, da richiamare alla sfida della suturazione definitiva, sempre vinta dalla crepa, per nulla sportiva da questo punto di vista.
Io possedevo le chiavi; il mio compito era d’arieggiare i locali, in attesa di un compratore. La crepa, al mio arrivo manifestava un’innaturale euforia. Io, che ormai la frequentavo da anni, percepivo il suo rumore, anche quando procedeva di soppiatto e produceva un soffio debole, per poi aprire all’improvviso il pavimento fra i miei piedi. Oppure ero io a sorprenderla, avendo imparato a tenerla d’occhio di sottecchi. Con un balzo improvviso le atterravo sopra, a piedi uniti, e lei si ritraeva d’un metro, all’istante, per poi avanzare nuovamente a dieci centimetri da me.
In effetti, Rina me lo diceva: “E’ come un cane, le manca la parola!”.
Sia ben chiaro: salvo quando la crepa apriva squarci sensibili, non la si vedeva.
Una costante frequentazione, come la mia, allenava la vista a cogliere, sui muri e sui pavimenti, dei segni. Dalla giusta angolazione, grazie all’incidenza della luce, notavo una riga, come un leggero graffio rimarginato, sulle piastrelle.
Questo graffio traversava piastrelle, si poteva seguire il percorso. Quando la crepa si ritraeva, allora il segno spariva, come d’incanto.
Talvolta m’assaliva il pensiero cupo  che la crepa potesse spaccare la casa (e forse il mondo intero), in due.

Parte 2: La rabbia

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martedì 21 gennaio 2014

La faraona

La Faraona, Numida meleagris, deliziosa da cotta, un po' meno da cruda.

In un tempo ormai disciolto, per chissà quali arcane ragioni, ogni venerdì sera mi ritrovavo con circa altri venti dispersi, per una partitella di calcio; talvolta si era in sovrannumero e, immancabilmente, qualcuno si ergeva (senza l'investitura d'un suffragio) a capopopolo, indicando chi - di troppo - avrebbe dovuto seguire la disfida a bordo campo e, nelle sere di maggior ispirazione di questi leader popolari, imponendo tattiche e sostituzioni. Io non eccepivo nulla, il mio carattere permette al massimo d'implodere.
Il campo dell'oratorio di quella sub-frazione di paesucolo era di terra brulla; col tempo la carenza di vegetazione era stata colmata da camionate di ghiaia. S'adopera quel che c'è, in provincia.  
Per siffata e calcarea composizione, d'inverno il terreno di gioco si rapprendeva, s'induriva pericolosamente; le cadute avevano gravissime conseguenze sui giocatori e, non di rado, il gioco si interrompeva per correre tutti all'ospedale, nella speranza di poter assistere alla sutura di tremendi squarci o alla riduzione d'una frattura.
Gli avvenimenti della provincia, non lo si trascuri, possiedono un sapore perduto; talvolta il passato - senza preavvisi - allunga le mani sul presente e, nelle terre dei porci e dei trucioli, s'inscenano copioni gustosissimi.
Ricordo, ad esempio, che il mio amico M., una sera, arrivò di gran carriera, in lieve ritardo per l'inizio della partita, ma sventolando dal finestrino dell'auto un misterioso sacchetto bianco.
All'interno, grigio e venato, giaceva un cervello di maiale, che gustai fritto il giorno seguente.
In questo contesto storico, malgrado gl'infortuni e le frattaglie, la mia resistenza alla fatica andava migliorando di giorno in giorno, benché ne fossi ignaro, ricoprendo in campo un ruolo che - dai racconti di mio padre - pareva ispirato ad un certo Mario Corso, che sostava indolente nelle zone d'ombra del campo, per poi stupire l'Italia della domenica con guizzi inaspettati.
Fu così che, in una delle circa trentacinque pasquette vissute, quale fosse non ricordo, partecipai ad una corsa campestre, accompagnando la mia fidanzata e le sue nipoti, scoprendo d'avere quel che si chiama "fiato" e correndo ininterrottamente per qualche chilometro.
Non rammento neppure il sentimento preciso che m'investì, ma dubito fosse orgoglio, od un moto salutista; forse fu pura meraviglia, che di norma si prova di fronte al bello o all'impossibile.
Tornato a casa, dopo una rinfrescante doccia, mi coricai, in attesa dell'arrivo degli ospiti (fra cui la mia fidanzata), per il pranzo. 
Fu rialzandomi dal letto, di scatto, forse tradito dalla mia novella condizione da agreste olimpionico, che mi spaccai il cranio contro l'antina superiore destra del mobile, lasciata irresponsabilmente spalancata.
Mentre il sangue colava copiosamente sul viso, mi resi conto di non poter correre all'ospedale (malgrado la lesione), poiché mia madre, per pranzo, aveva previsto una delizioza faraona arrosto con la panna.
Sia stabilito, finalmente, che la cottura arrosto e con panna finale, dosando sapientemente aglio e rosmarino, e senza esagerare con pepe e sale, ricordando delle bacche di ginepro, ecco, tutto ciò non è - come si ama commentare - "la morte sua".
No. E' una seconda vita, sublime e sublimata dall'arte indiscussa di mia madre e dal suo tocco, che impone d'aggiungere spezie e condimenti dopo la rosolatura, rosolatura senza aggiunta di grassi alcuni, ma ottenuta col solo ausilio dei pennuti umori.
Ebbene, rimasi a pranzo, resistendo alle pressioni grette e anacronistiche dei presenti, i quali, di fronte al dolore, come spesso accade, avevano smarrito il lume, per via dell'anatomica visione d'un paio di centimetri della mia scatola cranica.
Terminato il godimento, satollo di faraona e di buon vino, lei mi convinse e, non divaghiamo, non c'è bisogno di spiegare chi fosse.
In effetti, ora lo riconosco, un lembo di cuoio capelluto si era risvoltato come un polsino e, presunzione della moderna medicina, in quei giorni lontani la sutura si raccontava d'obbligo.
Andammo quindi in quel mesto luogo, ben popolato anche di pasquetta, il cui puzzo asettico intossicava il dolce retrogusto del ginepro.
Io cercavo di discorrere con un tizio (che accompagnava il nipotino con sospetta distorsione della caviglia), unicamente allo scopo di malcelare il mio stato d'ebbrezza.
L'anziano interlocutore era della genìa degli eroi. Dichiarava e decantava le imprese sportive più svariate: dalla corsa alla nautica. 
Elencava con soffocante dovizia di particolari le ferite di cui si poteva fregiare, come fosse sopravvissuto alla grande guerra ed avesse una pallottola vagante per i condotti sanguigni.
Io saltai piè pari ampie parti della sua gloriosa giovinezza, troppo noiosa malgrado l'eco d'annunziana; mentre le sue imprese si fondevano in una nenia soffusa immaginavo che, una volta giunto il mio turno, i medici strabuzzassero gli occhi alla vista delle mignatte che s'affollavano intorno alla mia ferita; s'attorcigliavano una intorno all'altra, si torcevano umide e carnose per ingozzarsi di sublime nettare aromatico.
Il più anziano dei medici, dopo una decina di minuti d'evidente irrequietezza, per spiegarsi tale reazione delle sanguisughe, avrebbe intriso una garzina sterile, ripiegata, nell'apertura della mia testa.
L'avrebbe portata alle narici, si sarebbe soffermato per alcuni secondi.
Mentre l'acquosa lotta fra le mignatte s'occupava  di colmare il silenzio dell'ambulatorio, avrebbe leccato il campione, rigirandosi la lingua in bocca, passandola sul palato.
Avrebbe riposto la pinzetta e la garzina in un vassoio metallico e, guardando i presenti, avrebbe commentato: 
"Purtroppo ho fumato una sigaretta quindici minuti fa..."...
Avrebbe sospirato, come se tutto fosse ormai perduto,  per poi aggiungere:
"...ma potrei azzardare una faraona arrosto con panna e ginepro...".

domenica 19 gennaio 2014

Savona




Un muro fra il mare
e chi vien dal Piemonte,
accoglie con sabbie relitte;
al porto c’è vino francese
con vongole e i gamberi 
purtroppo son cotti.
Ebbene Savona l’ho vista,
malgrado la chiami “visione”,
ricordo assai bene un due giugno,
un mio amato canto del cigno.

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domenica 12 gennaio 2014

Farfalle


Le tue vispe nocciole,
nel viso incastonate,
alle volte scintillano
un tenero alfabeto
e le parole non chiedono
che d’essere vestite.
Io bene me ne guardo,
ma le vorrei catturare
per guardare da vicino,
come farfalle nel vetro
quand’ero bambino.

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lunedì 6 gennaio 2014

La larva



A rigor di stagione,
sereno il frutto matura
e con esso s’ingrassa la larva,
che pasciuta caria la mela.

L’uomo all’alba raccoglie,
industrioso si spacca la schiena,
ma ch’è guasta purtroppo
s’accorge soltanto la sera.

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giovedì 2 gennaio 2014

La provinciale


Allagamento del Plesso Scolastico di via Jenne ad Anzio










 


Rotola un riccio sulla provinciale,
balugina sfatta la foglia
macerata nel guazzo
e quest'anno i castagni
li si mormora sterili.
L'umido s'agglutina
dolcemente alle ossa,
il fiato tuo defluisce
in un rivolo fino alla falda
e berremo noi l'inverno,
tutto a primavera.

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