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domenica 2 novembre 2014

Il treno per Cuneo





Qualche tempo fa vidi il film “The Lady - L'amore per la libertà”, lungometraggio di Luc Besson sulla vita di Aung San Suu Kyi; film a mio avviso ben fatto, ma di ciò poco importa, in quanto non è del film che voglio trattare.
Il generale Saw Maung, il dittatore birmano, si reca in un bugigattolo fatiscente, per consultare la sua abituale indovina.
Non rammento il dialogo fra i due  con esattezza, e neppure ho modo di leggerlo, ma, in sintesi, dopo aver consultato le carte l’indovina sentenzia che è giunto uno spirito in Birmania (lasciando intendere che sia uno di quelli cattivi) e, alla richiesta di come placarlo, risponde che solo la pace può scacciare detto spirito.
Il generale, dopo aver ringraziato con calore l’indovina, annuncia di voler indire libere elezioni democratiche.
Aung San Suu Kyi accetta di candidarsi e non c’è bisogno di attendere a lungo, per capire che tutto il paese è dalla sua parte.
Saw Maung, allora, oltre a cambiare posizione sulle libere elezioni, invia un sicario dall’indovina, che la fredda non senza prima ricordarle come non avesse previsto questo evento.
Sul radicamento della divinazione nelle società asiatiche, non c’è bisogno che ne tratti il sottoscritto; ad ogni modo, “Un indovino mi disse”, di Tiziano Terzani, è un libro che illustra molto bene questo rapporto, senza dover ricorrere a testi eccessivamente complicati, i quali – tuttavia – male non farebbero.
Facendo un balzo all’indietro (di duemilacinquecento anni circa), Creso, re dei Medi, si recò presso l’oracolo di Delfi, prima di affrontare il grande Ciro.
La Pizia, com’è aduso ogni indovino che si rispetti, sciorinò la sua ambigua sentenza: “Se Creso attraverserà il fiume Halys cadrà un grande impero”.
Fu così che Creso imprese la guerra certo della vittoria, ma il grande impero che cadde fu il suo.
I due aneddoti, così distanti fra loro, sono accomunati dall’impropria interpretazione d’una sentenza oracolare, che pare intravvedere, fra le fitte nebbie dei tempi, l’esito degli eventi, ma non rivelando i particolari, in quanto non richiesti.
Appare chiaro, insomma, che la povera indovina fatta uccidere dal generale Saw Maung avesse visto giusto, senza però dare un nome ed un cognome allo spirito malvagio che aleggiava nell’aria birmana: Saw Maung.
Di questi racconti è piena la storia e tuttora pieno è il mondo d’uomini che divinano, pratica oltremodo diffusa, nel nostro mondo di cultura da cassonetto.
Ciò che sfugge ai più, a prescindere dalla reale possibilità di divinare, è l’esistenza di un vademecum, antico quanto la terra, necessario per interrogare il futuro, o chi per esso possa rivelarne le pieghe.
Di questo fondamentale manualetto, ignorava l’esistenza pure Mario Paolo Berlinghieri, il quale – stizzito per il notevole ritardo accumulato dal treno – smaniava figurandosi di mettersi comodo sul convoglio per Cuneo; era il 1953.
Lo stato di agitazione che lo interessava, lo spinse ad estrarre i suoi personali strumenti di divinazione e ad interrogare il tempo, per conoscere se il treno sarebbe mai giunto in stazione.
Lontano da occhi compassionevoli, nella fetida latrina della stazione, alla domanda frettolosamente posta, cioè se il treno sarebbe mai arrivato, ricevette in responso un secco “si”, che non gli risparmiò l’attesa di sei ore, senza che uno – dico uno – degli otto treni passati, fosse quello che lui attendeva, per poi scoprire che avrebbe dovuto attendere il giorno dopo, a causa di un guasto imprecisato, annunciato durante la sua sosta nelle latrine.
Ciò che il manualetto celeberrimo gli avrebbe insegnato, sarebbe stato d’impratichirsi sulla logica, prima di tentare la via della previsione, per porre domande pertinenti.
La sua divinazione, infatti, riuscì alla perfezione: il treno arrivò, un treno e più d’uno, ma non quello per Cuneo. Alla sua domanda seguì la risposta corretta.


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venerdì 19 settembre 2014

Il mito dell'ascensore



Benché la mia cultura generale sia soltanto una sapiente spolverata, e ciò – gioco forza – sia lo spirito della mia scrittura, vi è uno sparutello gruppo di persone che mi manifesta stima, talvolta financo lasciandosi scappare paragoni spregiudicati, citando colossi i quali, per pudore, non nomino.
Di questo gruppuscolo di aficionados, qualcuno si spinge oltre la spontanea stima e domanda perché latiti, mi pungola e richiede che io partecipi con maggior puntiglio a questo caos (forse democriteo) che è lo scrivere anonimo, nell’oceano della rete.
Ebbene, sento oggi il bisogno di spiegare il mio ultimo sonnecchiare; che sia un fisiologico moto di peristalsi? Non so, ma non ne abbiate a male…
Allora: molti anni or sono, studente di chitarra classica, prendevo lezioni sul retro d’un negozio di strumenti musicali. In quel tempo, del quale nulla persiste, se non io e la chitarra, scribacchiavo le prime mitosi della mia poetica.
Tengo ad evidenziare che “il retro di qualcosa” è sempre luogo di rivelazioni, siano calcinacci dimenticati dopo remote ristrutturazioni, che ossa di gallina schifate dai moderni gatti sfamati ad aromi artificiali.
In quel negozio, in attesa del maestro, mi capitò per le mani un vecchio libello di non so chi: la trascrizione di un’intera intervista a De Gregori; preciso che, dato il caratteraccio del Francesco, il termine intervista è fuori luogo. 
Ebbene, San Francesco, tanto l’amavo da collocarlo fra le mie personali icone, raccontava il suo stile di scrittura dei testi, usando quale esempio (che io ricordi) la mirabile “Cercando un altro Egitto”, in cui si narra, Vi ricordo, come la mattina presto San Francesco venga chiamato dalla strada, pare che qualcuno lo voglia uccidere e lui, un po’ confuso, prenda tutto e “come San Giuseppe” si ritrovi a rotolare per le scale, cercando un altro Egitto.
Il Santo spiegò che ben poco gl’importava di essere compreso, o che il testo avesse un senso, ma che si dilettava ad accostare immagini le quali, a risultato finito, parevano formare una storia compiuta.
Una lacrima mi sfuggì, perché io stavo abbozzando un qualcosa di simile; mi sentii sorretto dal mio vate ed il mio vagito prese forza.
Da quell’involontario plauso del mio caro aedo nacque una ruvida  raccolta di poesie, seguita da una seconda ben più raffinata, in quanto l’esercizio paga sempre.
Le prime furono storie brufolose, da scariche ormonali, nelle quali consigliavo di “lasciare ai pianeti le rivoluzioni/per quanto io ami quelle autunnali” o me la pigliavo con Europa Radio, colpevole a mio dire di tenere un piede nel presente ed uno nel vuoto.
Fecero seguito poesie più delicate, intime e – qualcuno afferma – alchemiche; ecco. Qui, giunti all’alchemico, ho incontrato il vallo invalicabile.
Passai qualche anno fa, lungo la costa, davanti all’isola di Krk, il cui nome ricorda una frattura, ed una placida coltre nebbiosa la nascondeva; il ponte che la univa al continente infilzava una nuvola.
Questo accidente naturale mi colpì. Pensai di comprendere anche il mito di Avalon e mi produssi nel metallico e moderno, nonché scialbo, mito dell’ascensore.
Immagino allora un palazzo a più piani.
In ogni piano si parla una differente lingua e, forse, persino l’aspetto dei residenti è differente; io lo ignoro, in quanto non ho accesso ai piani (se non al primo) e neppure conosco le diverse lingue di questa babele.
L’unica mia possibilità, per conoscere i mondi a me proibiti, è quella di sfruttare il lift-boy, dotato di passepartout.
Egli mi ascolta, annota, sale di piano, guarda, chiede, traduce e mi riporta. Il punto focale della questione riguarda il linguaggio utilizzato dal caro lift-boy.
Egli non è poliglotta, appare anche privo di volontà. Egli usa una sorta d’esperanto matematico, le cui parole si fondono o si giustappongono a quelle di lingue sconosciute. Si miscelano, come parassiti sguazzano negli ambienti stranieri.
E’ il midollo matematico che conferisce proprietà trasformista alla lingua del ragazzetto.
Così, il mito termina qui; avevo avvisato che fosse scialbo.
Ora, posto che, senza linguaggio non c’è pensiero e senza pensiero non c’è espressione, si deve accettare il fatto: si scrive di ciò che si conosce, si ricerca sempre e solo di ciò che si conosce. La scienza così si muove in un apparente buio: si muove di un passo, dopo aver imparato cosa sia un passo.
Ragion per cui, concludo, siccome si ricerca l’ignoto in base al noto, lo scrivere a mio avviso procede a ondate, a maree.

Io scrivo quando il ragazzetto torna a piano terra, quando posso esprimere ciò che di nuovo ha scoperto.

mercoledì 12 marzo 2014

I cubi verdi




Millant’anni fa, quando il veneficio del servizio militare stava volgendo al termine, iniziai a frequentare un gruppo di neo fricchettone, che all’epoca mi affascinavano non poco, per tutta una serie di ragioni immotivate.
Una sera, dopo aver ascoltato i loro vacui discorsi, presi parola e raccontai un’idiozia confacente, cioè descrissi il dramma di un certo “X”, il quale si risveglia in un luogo privo di riferimenti, colori e connotazioni spaziali. Una volta ripresosi, come un corpo che si risveglia dalla metempsicosi (e così citai Proust, ma non se ne accorsero), X non solo si accorse di essere circondato da cubi verdi fluttuanti e fluorescenti, ma di essere lui stesso siffatto.
Fu così, allora, che X apprese la sconcertante verità: X non era un essere umano, ma un cubo di gelatina verde. Tutto il suo vissuto era frutto della sua mente; probabilmente (tuttora non ne sono certo, in quanto non conoscevo e non conosco la fisiologia dei cubi di gelatina verdi) al momento della nascita un grave intoppo lo fece sprofondare in uno stato vegetativo.
Ora, abbandonando le neo fricchettone, la cui reazione positiva al mio racconto le qualificò spietatamente per ciò che erano, il povero X s’era sognato tutto.
Il parco giochi in Via Solari, il cane che mangiava il suo pongo per poi defecare in mille colori, il distributore di semi di zucca e la nonna imbacuccata in una sciarpa color corallo.
Le scampagnate coi genitori, a cercar fossili o funghi, i musei della scienza e l’enciclopedia di casa, con le sue agghiaccianti immagini anatomiche d’uomini scorticati in nome della conoscenza e quel San Sebastiano pluritrafitto, con lo sguardo diretto in alto a destra, da dove proveniva il fascio di luce, lo sceneggiato sugli Sforza ed il loro stesso castello.
Poi, questa immensa matassa d’irrealtà si gonfiava a dismisura, di pari passo col pieno risveglio del povero X; comparivano allora antiche civiltà ch’erano esistite altrove, di là dell’oceano mare, e la consapevolezza delle pagine riempite a descrizione di questi popoli perduti, acconciati con penne d’uccelli mai visti e dai nasi perforati con ossa di ispidi mustelidi, divoratori d’insetti coriacei e anelidi grassi come anaconde. Riaffiorava la consapevolezza della lingua perduta di questi selvaggi, al pari delle lingue straniere ch’esistono ma non si conoscono e in questa babele di cose e voci, s’affacciava il ricordo bambino del dispiacere nell’apprendere che Santa Klaus, al pari dei tappeti volanti e del Barone di Münchausen, era un’innocente menzogna per rallegrare i piccoli.
Altra menzogna fu quella delle presunte conseguenze mortali, una sparata della nonna, per aver ingoiato una pallina di stucco, durante l’apprendimento dell’uso della cerbottana e comparve pure la certezza che il dolore per la lunga fila di morti, dalla prozia paterna (che fumava sigarette strette e lunghe, tenendo un mignolo all’infuori e commentando in francese “il faut!”) ai popoli spazzati via dai cataclismi, fu un dolore vano, suscitato da eventi mai accaduti e che, forse, la razza dei cubi verdi gelatinosi nemmeno conosceva il dolore, imbevuta com’è d’un pneuma che veicola l’atarassia, e di questi concetti nemmeno conoscevano l’esistenza, in quanto fu soltanto X, nel suo lungo sonno, ad inventare la filosofia antica e le teorie contrapposte, sebbene non le avesse mai studiate e fossero rimaste incistate allo stadio larvale, come tenie nel carbonato di calcio (cosa siano gli elementi primi sarebbe un altro argomento monumentale), e gran parte delle velleità, che si consumano rotolando nella discesa del tempo, il quale non esiste nel mondo sospeso dei cubici gelatinosi.
Ebbene questo inaudito labirinto di realtà, completato dalla presenza dell’universo e, forse, di dimensioni parallele, dalle quali connaturate realtà ci scrutano, attraverso un velo puramente ideale, passati gli anni delle neo fricchettone, mi tormenta tuttora, come tormentava allora il povero X.
Negli anni, compreso che non esiste struttura del pensiero senza linguaggio, mi sono chiesto come poteva X comunicare coi suoi simili, senza aver passato i loro misteriosi stadi evolutivi e come potesse allora costruire un universo intero, senza cedere alla schiacciante realtà d’un caso democriteo favorevole.
Saltuariamente aggiungo un particolare dei ricordi del mio flaccido e verde alter ego; ieri sera, infatti, leggendo un racconto della Munro, ho aggiunto: “X non si capacitava del fatto d’essere stato rimbrottato, per aver pronunciato Munro alla francese e non all’inglese, cioè non comprendeva esattamente la ragione per cui un cognome canadese non andasse pronunciato nella lingua principale del paese, paese che – manco a dirlo – non aveva mai visitato; X non digeriva il fatto d’essersi documentato intorno a vicende storiche e colonialiste d’un mondo mai esistito”.
Beh, tutto qui.


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martedì 25 febbraio 2014

Lo scaltro Persico


[fonte]


Nei nostri laghi sguazzano, filtrando acqua dolce mista a mestizia industriale, ben tre pesci Persici noti.
Uno, il più pregiato, suo malgrado, Perca fluviatilis, s’è affrancato dall’essere fonte d’ispirazione metaforica e allegorica, immolandosi sulle tavole d’ogni tempo, fuso in un delizioso risotto. Spesso, i ristoranti che deturpano le sponde dei nostri laghi sventolano ammiccanti il vessillo del “risotto al pesce persico”, e punto.
Punto perché, per quanto esposto, questi lo si chiama “Persico”.
Nessun aggettivo s’aggiunge, neppure serve il sostantivo “pesce”, poiché chi vien dalla Persia è Persiano e non Persico e l’omonimo golfo è lontano, ragion per cui non lo si può confondere. Aggiungo che il Persico è endemico; sarebbe grave offesa al pesce farsi confondere da orientaleggianti richiami.
Il Persico, allora, è la miglior rappresentazione di sé; gode dell’immensa fortuna di autodefinirsi per ciò che è, grazie alla delicata massa cellulare confinata fra le squame.
Vorrei, allora, soffermarmi sui restanti due Persici, e forse ce ne sono altri, ma io non li conosco, comunque non sono entrati nel linguaggio comune dell’uomo lacustre.
Il primo è il Persico Sole, che il volgo chiama “gobbetto”, “gubét” in dialetto. Arriva dall’America.
Il secondo è il Persico Trota, il “boccalone”, “bucalùn”. Anch’esso vien dall’altro continente.
Ebbene il Persico Sole, un pesce esteticamente molto bello, dagli sgargianti colori giallo-arancioni, traversato da striature azzurre, con una splendida macchia nera, sporcata di rosso, all’estremità delle branchie, il Persico Sole, dicevo (Lepomis gibbosus) è apprezzato a tavola, ma ricco di robuste resche, per cui da molti snobbato; aggiungo che la sua splendida livrea gli permette, talvolta, di vivacchiare pensionato in acquario.
Questo Persico minore è la gioia dei bambini, educati fin da piccoli alle sevizie ed all’insensibilità, poiché abbocca con estrema facilità; non di rado infatti scorge il luccichio dell’amo nudo e ci si fionda, senza spreco di esca alcuna.
I bimbi, avvezzi ormai alla crudeltà, dapprima gioiscono per le facili prede, poi le torturano in modo disumano, annoiati dal continuo abboccare di queste bestiole.
Insomma, il Persico Sole, povera creatura, abbocca sempre all’amo. Non è smaliziato, non riflette, pochi stimoli ambientali gli risvegliano istinti autoconservativi.
Il Persico Trota, invece, ha aspetto e abitudini ben diverse; più grosso rispetto al Sole, affusolato, con colori metallici e meno accesi, che ben lo celano ad occhi di vittime e nemici, ha una gran bocca, essendo un predatore così vorace da prodursi addirittura in episodi di cannibalismo.
Il Trota, allora, che volgarmente viene chiamato “boccalone”, per pure questioni anatomiche, vanta un nome semanticamente instabile; il boccalone, in dialetto, è infatti diventato il credulone, dalla grande bocca nella quale ci può entrare di tutto: anche gigantesche scempiaggini sono prese per verità, dal boccalone. Quand’ero infante non di rado udivo “Sei un boccalone!”.
Qui l’etimo confonde: pare che sia un toscanismo, che derivi da “bocca”, una grande bocca spalancata, boccalone è anche il bimbo che strilla sguaiato. Potrei ipotizzare, che il Persico Trota s’è guadagnato il nome “boccalone” e non il contrario (è giunto qui nell’ottocento), ma poi il significato si è evoluto nel credulone-boccalone.
Non è chiara la ragione per cui non sia il Persico Sole un boccalone, in quanto abbocca (come descritto) anche all’amo nudo e, se ne deduce, ad ogni tipo di esca e, figurativamente, il poveraccio si beve ogni enorme idiozia.
In luogo di “boccalone” potremmo usar “gobbetto”, per indicare colui al quale ogni stupidaggine pare veritiera, salveremmo così (sia ben chiaro: letterariamente) i gobbi dall’estinzione, ma di questa moria ne tratterò in futuro.
Il Trota, quindi, è più scaltro, la sua cattura richiede un poco più di mestiere, non è “gioco per donne e per bambini”, che la Grande Opera persino accettava, nei lunghi mesi di solo mantenimento della temperatura del Forno.
Il Trota è però assiso sul trono dei coglioni, senza possibilità di abdicazione, a causa dell’accezione popolare del suo nome.
Allora il Persico, quello per antonomasia, di fatto parrebbe più attento. Non lo si descrive come un povero idiota e comunque non ha ispirato metafore poco edificanti.
Sarà forse per il nobile risotto, ma il Persico sembrerebbe d’un grado superiore, più evoluto, tanto da provare scetticismo.
Ce lo vedo che guarda di sbieco un succulento verme che annaspa infilzato, che poi immaginate quant’è complicato per un pesce guardare di sbieco.
Lo immagino che, con un colpo di reni (i pesci hanno i reni, eh!) sfila di fianco al verme traditore, rimuginando un altezzoso “Mh…”…
Nitidamente lo seguo notare una bestia ben più grassa del lombrico, rapida e luccicante, con un’appendice sfarfallante, avventarcisi contro e finire uncinato dallo sleale “cucchiaino”, oppure guizzare spocchioso lontano dall’esca e finire, assieme ai villani suoi consimili d'acqua dolce, nella rete dei pochi superstiti pescatori di lago.
Insomma, il Persico non è il gobbetto, non è un boccalone, è pregiato e snobista, ma finisce disciolto nel risotto.

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martedì 10 settembre 2013

L'intossicato da Dio




L’intossicazione esiste, quale effetto tossico d’un agente qualsiasi, basterebbe sfocare all’estremo il proprio sguardo per immaginare nella primigenia fanghiglia da cui tutto prese forma (non me ne vogliano i creazionisti) una molecola neonata disfarsi all’incontro con altra combinazione di elementi, sua antagonista, e ancor prima (non in senso temporale) pensare ad un “quantum” alterato dall’azione di un suo pari.
Il tossico, per farla breve, è la nostra fine, non soltanto nel caso d’avvelenamento. Scampiamo alla fina da tossico soltanto nel caso di morte per traumi spaventosi e repentini; quelli che fulminano all’istante, quelli che, per citare Petrolini, ci fanno morire guariti (o sani).
L’avvelenamento è out. Di moderni ricordo il caso Litvinenko, che annaspò nel suo sudario, avvelenato da polonio 210; agente tossico, radioattivo e incontrastabile.
S'è citato il suggestivo defunto, per sospetti intorno alla dipartita di Berezovsky; tutti nel mondo, odoravo ciò, fremevano all’idea d’una morte per veleno, ma le notizie, poi, hanno indicato quale causa un suicidio per impiccagione; invero è ben più nobile di quello per premeditazione (“che stronca per eccesso di”), ma rimane lontano, per stile, dall’effetto del tossico, autoinferto o meno.
Null'altro s'è saputo in merito ad Arafat, per il quale la moglie insinuò analogo tossico tranello, ma segnalo che all’epoca della partenza del caro Yasser un quotidiano gratuito riportò i bisbiglii intorno alla morte per irradiazione satellitare. Fine importante, avveniristica, neppure Verne mi risulta che ci pensò: il contrario allora del nobile veleno. Per i compatrioti segnalo Sindona, il cui rocambolesco avvelenamento profumò di mandorla e d’impresa di altri tempi. Tutto ciò, lo sottolineo, a dispetto della tragedia. Evito di gironzolare nella storia e nella letteratura; bastano Socrate e la madama Bovary, per celebrare l’arte sublime del tossico.
Il ricorso al tossico è ormai desueto, per gli umani, ma non per me: io vedo chiaramente gli effetti della più subdola delle intossicazioni esistenti in Natura; essa è eterna: l’intossicazione “da Dio”.
Alcuni m’accusano di blasfemia, altri di vilipendio della religione, e io fatico a dare un ordine d’importanza alle due infamanti accuse, in quanto svuotate per me di senso.
Come tutte le intossicazioni, infatti, l’agente intossicante – di per sé – non ha colpa alcuna, per cui non comprendo come si possa perseguire il sottoscritto.
Il cianuro, dall’affabulatore aroma dolce, in sé non possiede cattiveria.
Il cadmio, l’elemento primo, in natura se ne sta impastato con lo zinco; è mattone, inoltre, della dorifora e dei veleni mortali di certe serpi, ma nessun proprio intento omicida lo spinge a nuocere all’essere vivente.
L’amanita phalloides, povera cara, sviluppa il suo ammirevole carpoforo nelle boscaglie; svolge quindi con zelo incondizionato il proprio ruolo di parassita e, in quanto parassita, null’altro ha da fare se non parassitare.
Orbene: quando la famigliola felice vien sterminata dall’amanita citata, per intossicazione che scioglie fegato e reni in poche ore, non vi è colpa nel fungo (a meno che qualcuno scorga immanente nell’esistenza una colpa).
Alla stessa stregua non mi si deve lapidare per aver concepito di descrivere l’intossicazione da Dio.
Per andare al nocciolo, e forse aver salva la vita, ribadisco che chi patisce l’intossicazione, e soltanto lui, ne paga doppiamente il fio.
La prima colpa è l’essersi intossicato, l’atto intossicante, l’incauto errore di raccogliere il fungo mortifero, di passeggiare sul Monte Amiata in prossimità dei fumi assassini, infatuato dai racconti popolari sulle pesanti nebbie tossiche. Esiste anche l’errore (esiste in quanto ente a sé)  di caricare ben bene la stufa, ma senza pulire la canna fumaria e così via…
La seconda colpa (di tipo squisitamente morale) è l’abbassare la guardia rispetto alla possibilità di lasciarsi intossicare.
La seconda colpa, in aggiunta, ha conseguenze gravissime, creando una valanga educativa e generazionale; ci si lamenta di alcune correnti politico-sociali, per esempio, che senza alcun dubbio hanno condizionato e ingrossato la sotto cultura già diffusa, ma pochi mea culpa risuonano, per non aver educato i propri figli a leggere fra le righe degli eventi (dei quali, sia detto una volta per tutte, gli scritti in bianco sono ben più importanti di quelli vergati con inchiostro nero).
L’intossicato da Dio, per spiegarmi prima d’essere raggiunto dalla polizia religiosa, è colui il quale fiuta lo Spirito a chilometri di distanza, come un pluripremiato segugio, e, a differenza dell’osannato cane, che fiuta per cercare, per mangiare, per possedere, per avere un premio rinforzante dal padrone, l’intossicato da Dio fiuta per collocare gli eventi, i concetti, le idee, nell’ascientifica categoria della Spiritualità e affini.
Per essere limpido, l’intossicato da Dio, non fosse per l’esistenza della televisione e del telefono cellulare, potrebbe negare l’esistenza dell’energia, in quanto contrassegnato – come lo Spirito – dall’attributo dell’invisibilità, ed è questo il caso dell’intossicato stolto, che ignora l’esistenza dell’universo matematico.
L’intossicato da Dio, ma istruito, lo si affermi chiaramente, non può considerare come possibile un evento che non sia riconducibile ad un modello matematico ben collaudato, anche se – fra questi intossicati – taluni ammettono che l’esistenza di un fenomeno,  o la non esistenza dello stesso, abbiano il medesimo valore di fronte al vuoto sperimentale (che, pare, sia una condizione meramente transitoria).
Questa casistica d’intossicazione, al pari delle altre, non ha un bersaglio principe; capita che le intossicazioni trovino un terreno favorevole, ma non per questo, delle stesse, si possono esaltare l’arguzia e la pretattica. Non si esalta, al pari, il granello di senape che cade nella terra umida e grassa, germogliando. Certo non alludo a volontà superne, poiché tali riferimenti, trattando della divina intossicazione, renderebbero insensato l’intero mio discorso.
Un seme cade in un luogo, oppure in altro, unicamente per combinazione d’infiniti calcoli fisici, e punto.
Rimanendo al seme, ed alla ragione prima della traiettoria del suo volo, s’incontra l’intossicato che risponde sciattamente: “Io non ci credo a quelle robe lì….”, ma pure colui il quale può sciorinare un saggio di epistemologia a supporto dell’apparente scetticismo (apparente, poiché termine da adoperare con estrema cautela).
Insomma, per concludere: l’intossicato da Dio è quel soggetto il quale, quando annusa puzzo d’impalpabilità, ripone l’ipotetico evento nello scatolone delle bufale,spesso nell'attesa che altri stabiliscano la verità.

Upload, novembre 2013: s'è diffusa la voce che l'analisi dei resti di Yasser faccia pensare ad un avvelenamento da Polonio.
 
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