giovedì 12 settembre 2013

Le bricole





Venezia immota,
ad onta dei canali,
par che scruti le sue calle
e non comprenda il brulicare;
scioperato agli Schiavoni,
mentre ferve la laguna,
La sbircio di sottecchi
e Lei si fa occhieggiare;
va verso San Giorgio,
stantuffa un vapore,
sporgono dall’acqua
le bricole, Sue dita:
“Che c’è da guardare?”…

   
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martedì 10 settembre 2013

L'intossicato da Dio




L’intossicazione esiste, quale effetto tossico d’un agente qualsiasi, basterebbe sfocare all’estremo il proprio sguardo per immaginare nella primigenia fanghiglia da cui tutto prese forma (non me ne vogliano i creazionisti) una molecola neonata disfarsi all’incontro con altra combinazione di elementi, sua antagonista, e ancor prima (non in senso temporale) pensare ad un “quantum” alterato dall’azione di un suo pari.
Il tossico, per farla breve, è la nostra fine, non soltanto nel caso d’avvelenamento. Scampiamo alla fina da tossico soltanto nel caso di morte per traumi spaventosi e repentini; quelli che fulminano all’istante, quelli che, per citare Petrolini, ci fanno morire guariti (o sani).
L’avvelenamento è out. Di moderni ricordo il caso Litvinenko, che annaspò nel suo sudario, avvelenato da polonio 210; agente tossico, radioattivo e incontrastabile.
S'è citato il suggestivo defunto, per sospetti intorno alla dipartita di Berezovsky; tutti nel mondo, odoravo ciò, fremevano all’idea d’una morte per veleno, ma le notizie, poi, hanno indicato quale causa un suicidio per impiccagione; invero è ben più nobile di quello per premeditazione (“che stronca per eccesso di”), ma rimane lontano, per stile, dall’effetto del tossico, autoinferto o meno.
Null'altro s'è saputo in merito ad Arafat, per il quale la moglie insinuò analogo tossico tranello, ma segnalo che all’epoca della partenza del caro Yasser un quotidiano gratuito riportò i bisbiglii intorno alla morte per irradiazione satellitare. Fine importante, avveniristica, neppure Verne mi risulta che ci pensò: il contrario allora del nobile veleno. Per i compatrioti segnalo Sindona, il cui rocambolesco avvelenamento profumò di mandorla e d’impresa di altri tempi. Tutto ciò, lo sottolineo, a dispetto della tragedia. Evito di gironzolare nella storia e nella letteratura; bastano Socrate e la madama Bovary, per celebrare l’arte sublime del tossico.
Il ricorso al tossico è ormai desueto, per gli umani, ma non per me: io vedo chiaramente gli effetti della più subdola delle intossicazioni esistenti in Natura; essa è eterna: l’intossicazione “da Dio”.
Alcuni m’accusano di blasfemia, altri di vilipendio della religione, e io fatico a dare un ordine d’importanza alle due infamanti accuse, in quanto svuotate per me di senso.
Come tutte le intossicazioni, infatti, l’agente intossicante – di per sé – non ha colpa alcuna, per cui non comprendo come si possa perseguire il sottoscritto.
Il cianuro, dall’affabulatore aroma dolce, in sé non possiede cattiveria.
Il cadmio, l’elemento primo, in natura se ne sta impastato con lo zinco; è mattone, inoltre, della dorifora e dei veleni mortali di certe serpi, ma nessun proprio intento omicida lo spinge a nuocere all’essere vivente.
L’amanita phalloides, povera cara, sviluppa il suo ammirevole carpoforo nelle boscaglie; svolge quindi con zelo incondizionato il proprio ruolo di parassita e, in quanto parassita, null’altro ha da fare se non parassitare.
Orbene: quando la famigliola felice vien sterminata dall’amanita citata, per intossicazione che scioglie fegato e reni in poche ore, non vi è colpa nel fungo (a meno che qualcuno scorga immanente nell’esistenza una colpa).
Alla stessa stregua non mi si deve lapidare per aver concepito di descrivere l’intossicazione da Dio.
Per andare al nocciolo, e forse aver salva la vita, ribadisco che chi patisce l’intossicazione, e soltanto lui, ne paga doppiamente il fio.
La prima colpa è l’essersi intossicato, l’atto intossicante, l’incauto errore di raccogliere il fungo mortifero, di passeggiare sul Monte Amiata in prossimità dei fumi assassini, infatuato dai racconti popolari sulle pesanti nebbie tossiche. Esiste anche l’errore (esiste in quanto ente a sé)  di caricare ben bene la stufa, ma senza pulire la canna fumaria e così via…
La seconda colpa (di tipo squisitamente morale) è l’abbassare la guardia rispetto alla possibilità di lasciarsi intossicare.
La seconda colpa, in aggiunta, ha conseguenze gravissime, creando una valanga educativa e generazionale; ci si lamenta di alcune correnti politico-sociali, per esempio, che senza alcun dubbio hanno condizionato e ingrossato la sotto cultura già diffusa, ma pochi mea culpa risuonano, per non aver educato i propri figli a leggere fra le righe degli eventi (dei quali, sia detto una volta per tutte, gli scritti in bianco sono ben più importanti di quelli vergati con inchiostro nero).
L’intossicato da Dio, per spiegarmi prima d’essere raggiunto dalla polizia religiosa, è colui il quale fiuta lo Spirito a chilometri di distanza, come un pluripremiato segugio, e, a differenza dell’osannato cane, che fiuta per cercare, per mangiare, per possedere, per avere un premio rinforzante dal padrone, l’intossicato da Dio fiuta per collocare gli eventi, i concetti, le idee, nell’ascientifica categoria della Spiritualità e affini.
Per essere limpido, l’intossicato da Dio, non fosse per l’esistenza della televisione e del telefono cellulare, potrebbe negare l’esistenza dell’energia, in quanto contrassegnato – come lo Spirito – dall’attributo dell’invisibilità, ed è questo il caso dell’intossicato stolto, che ignora l’esistenza dell’universo matematico.
L’intossicato da Dio, ma istruito, lo si affermi chiaramente, non può considerare come possibile un evento che non sia riconducibile ad un modello matematico ben collaudato, anche se – fra questi intossicati – taluni ammettono che l’esistenza di un fenomeno,  o la non esistenza dello stesso, abbiano il medesimo valore di fronte al vuoto sperimentale (che, pare, sia una condizione meramente transitoria).
Questa casistica d’intossicazione, al pari delle altre, non ha un bersaglio principe; capita che le intossicazioni trovino un terreno favorevole, ma non per questo, delle stesse, si possono esaltare l’arguzia e la pretattica. Non si esalta, al pari, il granello di senape che cade nella terra umida e grassa, germogliando. Certo non alludo a volontà superne, poiché tali riferimenti, trattando della divina intossicazione, renderebbero insensato l’intero mio discorso.
Un seme cade in un luogo, oppure in altro, unicamente per combinazione d’infiniti calcoli fisici, e punto.
Rimanendo al seme, ed alla ragione prima della traiettoria del suo volo, s’incontra l’intossicato che risponde sciattamente: “Io non ci credo a quelle robe lì….”, ma pure colui il quale può sciorinare un saggio di epistemologia a supporto dell’apparente scetticismo (apparente, poiché termine da adoperare con estrema cautela).
Insomma, per concludere: l’intossicato da Dio è quel soggetto il quale, quando annusa puzzo d’impalpabilità, ripone l’ipotetico evento nello scatolone delle bufale,spesso nell'attesa che altri stabiliscano la verità.

Upload, novembre 2013: s'è diffusa la voce che l'analisi dei resti di Yasser faccia pensare ad un avvelenamento da Polonio.
 
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L'Acrida




Vidi a Mestre l’Acrida;
nemmai ho concepito 
il suo zillare secco e bruno 
come il platano, finché 
la tempesta prese il tronco
frantumando lentezze secolari,
la gettò sopra un balcone.
Io fumavo al quinto piano.
 
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mercoledì 21 agosto 2013

Dei colori



Vivevo ancora in quel di Milano, ragion per cui la mia età era inferiore ai sette anni; forse andavo per i cinque.
Un sabato sera i miei genitori mi portarono con loro a casa di conoscenti, mostrando una presbite visione dell'immediato futuro; amici di famiglia che vantavano un certo lignaggio: il direttore generale dell'azienda in cui mio padre lavorava, figlio di pari grado e nipote d'amministratori delegati, nel rispetto d'una ferrea legge castica, ornato dall'immancabile consorte e, seppi decenni dopo, senza l'intuibile amante, che poi conobbi in seguito, scoprendo (con mia grande mestizia) che non tutte le segretarie sfoggiano la "o slabbrata".
Ebbene, questa coppia (senza figli) possedeva una rarissima, per l'epoca,  televisione a colori, oggetto sconosciuto al sottoscritto.
Mentre gli adulti discorrevano intorno agli ostacoli sparsi nell'esistere (ora potrei intrattenerli a lungo, malgrado mi senta alieno rispetto a molte delle tematiche diffuse), per tenermi buono buono, venni collocato dinnanzi al maligno schermo, per la puntata rituale di Scacciapensieri (che, peraltro, scopro essere ancora in palinsesto).
Arrivò il momento dei saluti; gli adulti si profusero negli inchini e nei salamelecchi imposti dal protocollo, mentre io - avulso dal mondo più che mai - giacevo inebetito per cagione dello schermaccio.
Rammento bene il visino di mia madre (gran bella donna) che, salendo in macchina, mi gelava: "E' inutile che vieni a cercare conforto da me, il papà ha ragione!".
Il punto è che i miei usavano dei sani metodi educativi (e non faccio dell'ironia): quando m'avvinghiai urlando al divano, volendo rimanere davanti al TV color, loro si limitarono a prendermi di forza, ma quando, poi, strillando e singhiozzando mi dibattevo, cercando di svincolarmi dalla morsa d'acciaio di mio padre, beh, allora lui m'appioppò due sonori ceffoni. E punto. 
Qualche giorno dopo, in casa con la mia cara nonna, guardavo il nostro TV, in rigoroso e proletario bianco e nero. E' difficile ora spiegare, ma rammento precisamente che mi convinsi del fatto che anche la nostra TV fosse a colori. Nel sostenere la mia tesi, m'appoggiai alle infinite sfumature di grigio ed il desiderio ardente di vedere una televisione a colori oliò gli ingranaggi della mia mente.
Orbene, ero un bambino, certo. Risulta comunque affascinante il meccanismo psicologico per il quale un bimbo, circondato dai colori dell'appartamento e degli enti ivi contenuti, da quelli del mondo che palpitava all'esterno, un bambino che i genitori crescevano fra musei, laghi, montagne e mare, un bambino che spesso correva nei prati delle campagne, dai nonni, tuttavia potesse sdoppiare la percezione in un istante ed utilizzare due binari paralleli, in contemporanea.
Nella televisione i colori erano triste sfumature di grigio, tutt'intorno i colori erano quelli che i nostri occhi, abitualmente, decrittano ed interpretano.
Rammento la sensazione. Un albero trasmesso dallo schermo in bianco e nero non m'appariva verde nel fogliame, ma percepivo una debolissima sfumatura di quel colore; remota, lontanissima; l'immaginazione si sovrapponeva alla vista. Ciò non stupisce: è un atto abituale, ma un corretto sviluppo ci permette di distinguere alla sorgente l'immaginario dalla realtà. Mentre sto scrivendo, oggi, mi posso figurare un risotto coi moscardini e zucchine stufate all'alloro, me lo posso figurare, nel senso che "vedo" il piatto fumante, mentre guardo lo schermo e non v'è dubbio su quale dei due sia l'oggetto materiale. Allora, tutto questo non accadde.
Sia chiaro, mia nonna cercò di convincermi dell'amenità del fenomeno; la sera, poi, mio padre, con calma, mi aiutò a comprendere che no, non avevamo un TV color e non potevamo neppure permettercelo.
Trentacinque anni dopo, una notte, intento a scolarmi una bottiglia di Amaro 18 con un amico, nella piccola radura che si apre di fronte alla mia casa valtellinese, si verificò un fenomeno dello stesso tipo.
Siamo nel bosco, non ci sono luci. Il buio è pesto, da paura atavica: la morte, l'oblio, l'archetipo del nulla e tutte quelle balle suggestive e appiccicose. 
La via lattea è l'unica fonte luminosa. 
L'amico domanda: "Ma secondo te, che colore è quello lì?", indicando l'ectoplasma di un noce, che si staglia a tre metri da noi. 
L'albero esiste tuttora, è li da prima del nostro avvento. Intendo dire che il mio amico indicò nella giusta direzione. Io stesso rivolsi correttamente lo sguardo a quell'accenno di albero.
La bottiglia di Amaro 18 era quasi terminata, preceduta, a cena, da una ragionevole quantità di onestissima Barbera. Non che voglia attribuire alterazioni percettive unicamente agli alcolici e Oscar Wilde ben sintetizzò il concetto; lungi da me, ma so con certezza che il "18" dell'Amaro indica ermeticamente le 18 vie percettive che si possono aprire, abusandone. Furono sapientemente studiate a tavolino, vi è un progetto preciso a monte.
In un breve periodo negli anni '80, l'etichetta sul retro della bottiglia mostrava Giacinto Facchetti che, con piglio d'istitutore, puntava la bacchetta verso una lavagnetta di tradizionale ardesia, sulla quale col gesso aveva tracciato uno schema di gioco. Una chiarissima allegoria. 
Quindi: si ripresentò il fenomeno. Entrambi vedevamo una timidissima velatura d'un verde morente, un palpito agonizzante di colore, il tutto benché istruiti da diverse teorie intorno al mistero dei colori.
Non posso pronunciarmi per l'amico, ma per quanto mi concerne, so che - la notte - in assenza di luce, i colori sono esattamente nello stesso punto in cui li si vede di giorno; sono addormentati, tutto qui. Non godono dell'ausilio di quel ponte che, col sole, li fa incontrare con la nostra vista.
Disquisemmo inevitabilmente a lungo, sull'aspetto di quel verde noce. Io vidi persino delle macchie brunite su di alcune foglie; riaffiorò il ricordo della TV a colori.
Poi, che accadde? Nulla più. Saltammo piè pari in un'altra delle 18 vie percettive, senza una ragione, sospinti dalle baruffe dei venti alcolici; il mistero rimase irrisolto.
Ecco, perciò la differenza. Mio padre, un'era fa, m'aiutò a comprendere che mi stavo autosuggestionando e non penso fu per lui difficoltoso. 
Allora non bevevo.
 
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mercoledì 31 luglio 2013

Scomparsi


Foto di Linda Dé Nobili


Ancora oggi molti uomini guardano con disprezzo o, i più cesellati, con doppiezza, gli esseri australi che s’affacciano nel nostro mondo, ridicolmente descritto come l’epopee nordiche narrano, popolato da spilungoni biondi, o comunque d’una razza superiore, non soltanto diversa, forse in quanto – per contrasto – boreale.
L’idiozia cosmica di chi abbocca a questi ami è ingrassata anche dall’ineluttabilità dello spostamento delle masse, in questo tempo.
Nel 1300, benché non l’abbia vissuto, pare fosse complicato traversare il mediterraneo, sfuggendo alla guerra, alla fame o, perché negarlo, alla giustizia.
Allora, persino il tragitto da Milano a Bologna sarebbe durato giorni; giorni perigliosi, per via di briganti e farabutti d’ogni sorta, per la furia degli elementi (che ci vedeva sguarniti d’adeguate protezioni) e per l’inedia che colpiva gli appiedati, quando sia i carri, che i cavalli, terminavano anzitempo il servizio.
Avvenivano poi dei voltafaccia sorprendenti, per cui i propri uomini, a scorta del convoglio, non si peritavano certo di sgozzare i padroni, per la promessa di due denari in più.
In questo traballamento invischiante, una melassa d’instabilità globale, per la quale nulla persisteva in uno stato a lungo (se non le tombe), e dove molte cose non avevano ancora un nome (come osservò sempre lui, l’immenso Marquez),  i malcapitati traditi e dilaniati dalle picche, una volta spogliati di ogni bene, divenivano pasto per gli animali selvatici e scomparivano nel mistero più impenetrabile; come gli attuali scomparsi nell’imprendere viaggi impossibili, per acquistare un pacchetto di sigarette o per fare due passi al centro città.
Oggi giorno, degli annegamenti non si può avere il numero preciso. Il mare, inoltre, non è mai lieve come può essere la terra e consuma le spoglie rapidamente.
I moderni Caronte non lesinano sulla crudeltà, per rendere più stabile la bagnarola, o per liberarla da involucri di carne, ormai svuotati di Vita.
Come scrisse Erri De Luca, quindi,  “La terraferma Italia è terrachiusa. Li lasciamo annegare per negare”.
Non c’è altra ragione, a mio avviso, se non la gattopardiana legge, per cui tutto è cambiato per restare uguale.
Sono sempre i sentimenti, che dovrebbero essere governati da valori supremi, che determinano uno stato di civiltà, prima che l'istruzione e la competenza.
 
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giovedì 25 luglio 2013

Appunti #2 - Questa piazza


Una piazza antica,
ci porto un amico lontano
e zampetta, fra gli altri,
un monco piccione.
Andremmo a ridacchiare
di cose andate,
mangiando coniglio
in porchetta e patate.
Amico mio,
questa piazza non ho.

lunedì 15 luglio 2013

Appunti #1 - Carcasse



La spiaggia pullula di carcasse di umani spiaggiati.
Balza subito all'occhio il gonfiore, sintomo (unitamente al colorito) di una lunga permanenza in acqua.
L'odore e' altrettanto inequivocabile; un misto di fermentazione di carni e di alghe iodate putrefatte.
Ciò che colpisce e' l'indifferenza tutto intorno: bambini che saltano gioiosi fra le onde, adulti che giocano a palla o con globalizzate racchette. Altri, corpulenti ma vivi, imprecano al gioco delle carte. Altri ancora, marroni come il cuoio tinto, si rosolano al sole russando. Qualcuno legge; di questi, rarissimi leggono classici. I più, riviste scandalistiche obbrobriose. Tutti alternano le attività elencate con lunghe sessioni al tablet.
Sgomento di fronte alle carcasse (alcune emettono gorgoglii, vibrando flaccidamente) mi sono preso la briga di informare un noto istituto di ricerca marina, di Ancona.
M'hanno risposto che è un fenomeno frequente in questo periodo dell'anno, inoltre è ingannevole. Dicono che le carcasse potrebbero essere arrivate vive, da terra.
Per stabilire la verità, servirebbe un'autopsia; lo stomaco potrebbe contenere bivalvi e piccoli crostacei, provando l'origine marina dei cadaveri.
Purtroppo, aggiungono, e' periodo di ferie anche per i ricercatori e nessuno risulta disponibile per un sopralluogo.
Chiudendo la telefonata, mi consigliano (per una mera questione di buon senso) di non toccare le carcasse; portano batteri potenzialmente nocivi.