giovedì 15 maggio 2014

La leva del freno


 [fonte]

Fu una lauta cena: deliziosa faraona al porto, seguita o intervallata (ci fu tale libertà) da rollé di coniglio lardellato e uva bianca.
Di contorno gustose patate arrosto tagliate a dischetti: una cottura perfetta. 
Il formaggio (da me portato) fu un divino pecorino con tartufo.
Apparve infine la torta di compleanno, immancabile, non dopo aver spento tutte le luci di casa.
Una perfetta, nella sua semplicità, tiepida torta di mele, accompagnata da un eccellente gelato al fior di latte.
Dal centro geometrico della torta s’ergeva, in luogo di decine di candeline, un piccolo e variopinto candelotto alto una spanna (ricordava il bastone internazionale dei barbieri); un fuoco pirotecnico la cui fiamma, d’un biancore immacolato, sprizzava eccitata, liberando un fruscìo elettrico.
Il festeggiato fece mostra della sua condizione da ex fumatore e soffiò sul candelotto, per zittirlo.
La figlia scattò alcune foto, per immortalare il momento, ed il risultato fu curioso.
Questa fiamma artificiale, incrociando il getto d’aria espirato, rivelava la sua progettazione innaturale, cambiando direzione ad angolo retto, oppure interrompendosi e procedendo ad impulsi, generando segnali di luce di gusto marinàro. 
Ero l’unico invitato; il festeggiato, alla domanda della moglie, su cosa desiderasse avere in regalo, rispose “Carlo”.
Quella veste da regalo era inconsueta, ma la provai ed oggi posso dirla privilegiata; non comprende abusi di nessun tipo, né sessuali, né vagamente ludici, nessun impegno se non l’abbuffarsi in un ambiente intimo, con squisite cibarie ed un vino francese superbo. Per converso, l’incarnare un regalo, unicamente c’investe dell’onore d’essere considerati motivo di gioia e oggetto di ricordo (“Ricordo quel compleanno, quando mi regalarono te!” mi disse sospirando anni dopo; i suoi occhi scintillavano, puntando verso un apparente nulla).
Ciò nonostante, mentre il mio caro amico commosso abbracciava i due figli, distribuendo baci schioccanti, e la figura della moglie si stagliava nella penombra dietro di loro cingendoli tutti con braccia da madre (saggiava il gioioso quadretto con un sorriso grato e lasciava trapelare il suo plauso all'Altissimo, poiché “Si! E’ perfetto, tutto perfetto!”), il momento di felicità suscitò in me un pensiero tragico; un cupo finalismo intorpidì le mie acque.
Madre Natura, fredda ed assassina, spietata m’alitò sul collo; in un momento inopportuno mi rammentò il suo ingrato adoperarsi.
“Povero amico caro…”, pensai.
Ritornai alle nostre meste serate durante il servizio militare; lui guidava tenendo fra le gambe una bottiglia di Caldaro, ormai vuota; s’andava tristi e bolsi per la via che s’incunea tutt’oggi fra due caserme.
Ad entrambi i lati, alte mura e garitte che ingabbiavano stanchi e infreddoliti militari, mentre perdevano i loro giorni; le nubi dei loro respiri erano calde di vita e di grappe.
Fin d’allora e prima ancora (ché già le idee si deteriorano, anche per chi ne rifiuta l’esistenza) ci stavamo consumando, ma non di buon Caldaro e neppure di tisi o fulminante difterite, ma per silenzioso ed omicida intento della Natura, e punto!
Quel costante fermentare e ribollire, sotto la nostra pelle, che produce?
La sera in cui incarnai il regalo, venticinque anni dopo, ancora si percorreva la medesima discesa, chi più rapido e chi meno. Tutti i presenti tentennavano sempre più nello svolgersi dei giorni ed anche l'incedere spensierato dei giovani seguiva la medesima via: un vicolo cieco.
Perciò mi rattristai, nel vederlo aggrappato, caduco, alle gioie lecite e volatili, intanto che neppure il dubbio primo lo sfiorava, quello cioè dell’esistenza di una leva del freno, da cercare ovunque in lui e persino fuori di lui. 
Se la determinazione della fede non ti si addice, almeno hai urlato disperato il tuo dissenso? Hai tentato, tu, il tentatore?
Hai frugato dietro gli armadi? Nel retro della casa? In quella zona nascosta dei giardini, che in genere accoglie cianfrusaglie, come vecchi copertoni e teli di serre, oppure in solaio? Sebben banale, questo è luogo elettivo per ciò che si ricerca, nonché luogo metafisico per antonomasia... Di ciò non stiamo trattando?
In cantina, hai guardato bene? Hai spostato lo scaffale zeppo di bottiglie, fra cui ben tre Château Yquem Grand Cru del 1983? Dimmi, l'hai fatto? Ovviamente -  in questo caso – spero tu abbia agito con con particolare attenzione... 
Ed è mai possibile, amico mio, pensavo, che chi ti ami non possieda questa leva? 
L’hai squartata, lei, scostando gl’intestini? Le hai strappato la colonna vertebrale impugnandola dall’atlante, tirandola con forza verso di te? Hai sentito l’assordante stridore delle ruote del treno bloccate, quando si straziano d’attrito?
Hai guardato nelle prelibatezze culinarie che lei cucina? In mezzo ai maccheroni,  nei monconi di pajata o nelle quaglie, nei loro ventri? Hai sondato con delicatezza nello stracotto, in fondo alla pignatta, nella scaturigine del gusto, prima d'ingurgitare distratto la sacra chiave del tabernacolo, lì celata dal destino? 
Hai chiesto singhiozzando ai figli tuoi, immensamente giovani, d'indicarti la via? 
Dimmi, amico mio: hai fatto tutto ciò?
 

mercoledì 12 marzo 2014

I cubi verdi




Millant’anni fa, quando il veneficio del servizio militare stava volgendo al termine, iniziai a frequentare un gruppo di neo fricchettone, che all’epoca mi affascinavano non poco, per tutta una serie di ragioni immotivate.
Una sera, dopo aver ascoltato i loro vacui discorsi, presi parola e raccontai un’idiozia confacente, cioè descrissi il dramma di un certo “X”, il quale si risveglia in un luogo privo di riferimenti, colori e connotazioni spaziali. Una volta ripresosi, come un corpo che si risveglia dalla metempsicosi (e così citai Proust, ma non se ne accorsero), X non solo si accorse di essere circondato da cubi verdi fluttuanti e fluorescenti, ma di essere lui stesso siffatto.
Fu così, allora, che X apprese la sconcertante verità: X non era un essere umano, ma un cubo di gelatina verde. Tutto il suo vissuto era frutto della sua mente; probabilmente (tuttora non ne sono certo, in quanto non conoscevo e non conosco la fisiologia dei cubi di gelatina verdi) al momento della nascita un grave intoppo lo fece sprofondare in uno stato vegetativo.
Ora, abbandonando le neo fricchettone, la cui reazione positiva al mio racconto le qualificò spietatamente per ciò che erano, il povero X s’era sognato tutto.
Il parco giochi in Via Solari, il cane che mangiava il suo pongo per poi defecare in mille colori, il distributore di semi di zucca e la nonna imbacuccata in una sciarpa color corallo.
Le scampagnate coi genitori, a cercar fossili o funghi, i musei della scienza e l’enciclopedia di casa, con le sue agghiaccianti immagini anatomiche d’uomini scorticati in nome della conoscenza e quel San Sebastiano pluritrafitto, con lo sguardo diretto in alto a destra, da dove proveniva il fascio di luce, lo sceneggiato sugli Sforza ed il loro stesso castello.
Poi, questa immensa matassa d’irrealtà si gonfiava a dismisura, di pari passo col pieno risveglio del povero X; comparivano allora antiche civiltà ch’erano esistite altrove, di là dell’oceano mare, e la consapevolezza delle pagine riempite a descrizione di questi popoli perduti, acconciati con penne d’uccelli mai visti e dai nasi perforati con ossa di ispidi mustelidi, divoratori d’insetti coriacei e anelidi grassi come anaconde. Riaffiorava la consapevolezza della lingua perduta di questi selvaggi, al pari delle lingue straniere ch’esistono ma non si conoscono e in questa babele di cose e voci, s’affacciava il ricordo bambino del dispiacere nell’apprendere che Santa Klaus, al pari dei tappeti volanti e del Barone di Münchausen, era un’innocente menzogna per rallegrare i piccoli.
Altra menzogna fu quella delle presunte conseguenze mortali, una sparata della nonna, per aver ingoiato una pallina di stucco, durante l’apprendimento dell’uso della cerbottana e comparve pure la certezza che il dolore per la lunga fila di morti, dalla prozia paterna (che fumava sigarette strette e lunghe, tenendo un mignolo all’infuori e commentando in francese “il faut!”) ai popoli spazzati via dai cataclismi, fu un dolore vano, suscitato da eventi mai accaduti e che, forse, la razza dei cubi verdi gelatinosi nemmeno conosceva il dolore, imbevuta com’è d’un pneuma che veicola l’atarassia, e di questi concetti nemmeno conoscevano l’esistenza, in quanto fu soltanto X, nel suo lungo sonno, ad inventare la filosofia antica e le teorie contrapposte, sebbene non le avesse mai studiate e fossero rimaste incistate allo stadio larvale, come tenie nel carbonato di calcio (cosa siano gli elementi primi sarebbe un altro argomento monumentale), e gran parte delle velleità, che si consumano rotolando nella discesa del tempo, il quale non esiste nel mondo sospeso dei cubici gelatinosi.
Ebbene questo inaudito labirinto di realtà, completato dalla presenza dell’universo e, forse, di dimensioni parallele, dalle quali connaturate realtà ci scrutano, attraverso un velo puramente ideale, passati gli anni delle neo fricchettone, mi tormenta tuttora, come tormentava allora il povero X.
Negli anni, compreso che non esiste struttura del pensiero senza linguaggio, mi sono chiesto come poteva X comunicare coi suoi simili, senza aver passato i loro misteriosi stadi evolutivi e come potesse allora costruire un universo intero, senza cedere alla schiacciante realtà d’un caso democriteo favorevole.
Saltuariamente aggiungo un particolare dei ricordi del mio flaccido e verde alter ego; ieri sera, infatti, leggendo un racconto della Munro, ho aggiunto: “X non si capacitava del fatto d’essere stato rimbrottato, per aver pronunciato Munro alla francese e non all’inglese, cioè non comprendeva esattamente la ragione per cui un cognome canadese non andasse pronunciato nella lingua principale del paese, paese che – manco a dirlo – non aveva mai visitato; X non digeriva il fatto d’essersi documentato intorno a vicende storiche e colonialiste d’un mondo mai esistito”.
Beh, tutto qui.


Share

martedì 25 febbraio 2014

Lo scaltro Persico


[fonte]


Nei nostri laghi sguazzano, filtrando acqua dolce mista a mestizia industriale, ben tre pesci Persici noti.
Uno, il più pregiato, suo malgrado, Perca fluviatilis, s’è affrancato dall’essere fonte d’ispirazione metaforica e allegorica, immolandosi sulle tavole d’ogni tempo, fuso in un delizioso risotto. Spesso, i ristoranti che deturpano le sponde dei nostri laghi sventolano ammiccanti il vessillo del “risotto al pesce persico”, e punto.
Punto perché, per quanto esposto, questi lo si chiama “Persico”.
Nessun aggettivo s’aggiunge, neppure serve il sostantivo “pesce”, poiché chi vien dalla Persia è Persiano e non Persico e l’omonimo golfo è lontano, ragion per cui non lo si può confondere. Aggiungo che il Persico è endemico; sarebbe grave offesa al pesce farsi confondere da orientaleggianti richiami.
Il Persico, allora, è la miglior rappresentazione di sé; gode dell’immensa fortuna di autodefinirsi per ciò che è, grazie alla delicata massa cellulare confinata fra le squame.
Vorrei, allora, soffermarmi sui restanti due Persici, e forse ce ne sono altri, ma io non li conosco, comunque non sono entrati nel linguaggio comune dell’uomo lacustre.
Il primo è il Persico Sole, che il volgo chiama “gobbetto”, “gubét” in dialetto. Arriva dall’America.
Il secondo è il Persico Trota, il “boccalone”, “bucalùn”. Anch’esso vien dall’altro continente.
Ebbene il Persico Sole, un pesce esteticamente molto bello, dagli sgargianti colori giallo-arancioni, traversato da striature azzurre, con una splendida macchia nera, sporcata di rosso, all’estremità delle branchie, il Persico Sole, dicevo (Lepomis gibbosus) è apprezzato a tavola, ma ricco di robuste resche, per cui da molti snobbato; aggiungo che la sua splendida livrea gli permette, talvolta, di vivacchiare pensionato in acquario.
Questo Persico minore è la gioia dei bambini, educati fin da piccoli alle sevizie ed all’insensibilità, poiché abbocca con estrema facilità; non di rado infatti scorge il luccichio dell’amo nudo e ci si fionda, senza spreco di esca alcuna.
I bimbi, avvezzi ormai alla crudeltà, dapprima gioiscono per le facili prede, poi le torturano in modo disumano, annoiati dal continuo abboccare di queste bestiole.
Insomma, il Persico Sole, povera creatura, abbocca sempre all’amo. Non è smaliziato, non riflette, pochi stimoli ambientali gli risvegliano istinti autoconservativi.
Il Persico Trota, invece, ha aspetto e abitudini ben diverse; più grosso rispetto al Sole, affusolato, con colori metallici e meno accesi, che ben lo celano ad occhi di vittime e nemici, ha una gran bocca, essendo un predatore così vorace da prodursi addirittura in episodi di cannibalismo.
Il Trota, allora, che volgarmente viene chiamato “boccalone”, per pure questioni anatomiche, vanta un nome semanticamente instabile; il boccalone, in dialetto, è infatti diventato il credulone, dalla grande bocca nella quale ci può entrare di tutto: anche gigantesche scempiaggini sono prese per verità, dal boccalone. Quand’ero infante non di rado udivo “Sei un boccalone!”.
Qui l’etimo confonde: pare che sia un toscanismo, che derivi da “bocca”, una grande bocca spalancata, boccalone è anche il bimbo che strilla sguaiato. Potrei ipotizzare, che il Persico Trota s’è guadagnato il nome “boccalone” e non il contrario (è giunto qui nell’ottocento), ma poi il significato si è evoluto nel credulone-boccalone.
Non è chiara la ragione per cui non sia il Persico Sole un boccalone, in quanto abbocca (come descritto) anche all’amo nudo e, se ne deduce, ad ogni tipo di esca e, figurativamente, il poveraccio si beve ogni enorme idiozia.
In luogo di “boccalone” potremmo usar “gobbetto”, per indicare colui al quale ogni stupidaggine pare veritiera, salveremmo così (sia ben chiaro: letterariamente) i gobbi dall’estinzione, ma di questa moria ne tratterò in futuro.
Il Trota, quindi, è più scaltro, la sua cattura richiede un poco più di mestiere, non è “gioco per donne e per bambini”, che la Grande Opera persino accettava, nei lunghi mesi di solo mantenimento della temperatura del Forno.
Il Trota è però assiso sul trono dei coglioni, senza possibilità di abdicazione, a causa dell’accezione popolare del suo nome.
Allora il Persico, quello per antonomasia, di fatto parrebbe più attento. Non lo si descrive come un povero idiota e comunque non ha ispirato metafore poco edificanti.
Sarà forse per il nobile risotto, ma il Persico sembrerebbe d’un grado superiore, più evoluto, tanto da provare scetticismo.
Ce lo vedo che guarda di sbieco un succulento verme che annaspa infilzato, che poi immaginate quant’è complicato per un pesce guardare di sbieco.
Lo immagino che, con un colpo di reni (i pesci hanno i reni, eh!) sfila di fianco al verme traditore, rimuginando un altezzoso “Mh…”…
Nitidamente lo seguo notare una bestia ben più grassa del lombrico, rapida e luccicante, con un’appendice sfarfallante, avventarcisi contro e finire uncinato dallo sleale “cucchiaino”, oppure guizzare spocchioso lontano dall’esca e finire, assieme ai villani suoi consimili d'acqua dolce, nella rete dei pochi superstiti pescatori di lago.
Insomma, il Persico non è il gobbetto, non è un boccalone, è pregiato e snobista, ma finisce disciolto nel risotto.

Share

giovedì 6 febbraio 2014

Introduzione alla crepa


In una viuzza secondaria, poco trafficata, al punto che da bambini si giocava a pallone senza che le mamme si preoccupassero, al numero 32, salendo due vecchi gradini di pietra si trova la porta d’entrata della casa. Varcandola, sulla destra c’è un piccolo ripostiglio buio, alto un metro e poco più, chiuso da una grata, dove ho sempre visto delle bottiglie di vino polverose, mentre di fronte sei gradini salgono piegando verso destra, giungendo ad un pianerottolo.
Da esso si accede ad un piccolo bagno, senza vasca né doccia, a sinistra si entra nella grande cucina (dalla quale un piccolo uscio si apre nel modesto salotto) e a due rampe di scale che portano al secondo piano, alle camere da letto.
Il pianerottolo, sul lato che dà alla strada (salendo dalle scale, a destra) è aperto. Vi è un muricciolo alto meno d’un metro, sormontato da una ringhiera e pare di essere su di un balcone.
La casa è antica, si dice del 1400; tutta la zona è molto datata. I palazzi tutt’intorno sono di pregevole fattura. Da bambino sbirciavo nelle finestre illuminate e vedevo soffitti in legno decorati finemente.
Questa mattina ho visto dei muratori ammonticchiare materiale sul pianerottolo, pare che si dedichino seriamente alla crepa; proveranno a spaccare lo strato di gesso del muro, raggiungendo l’anima in sasso. Cosa accadrà, poi, lo ignoro. Cosa troveranno? Come potranno suturare la perpetua ferita in modo definitivo? Lo strato superficiale delle pareti è assimilabile alla pelle, la pelle di una casa. La pelle paga spesso colpe altrui. S’infiamma perché l’infiammazione risale da dentro, impregna il derma e sboccia in superficie. Quando l’epidermide sfiamma, allora significa che anche sotto le fiamme si sono placate.
La crepa, infatti, l’ho vista negli anni crescere e poi ritirarsi: questo respiro di pietra, che dilata e alimenta la fessura, per poi chiuderla espirando, è svincolato dalle stagioni e dall’umidità, persino dal calore. Si apre lentamente, oppure repentina; usa anche accelerare all’improvviso, dopo un inizio titubante, quasi timido, e dalla camera da letto ama irrompere nella cucina di sotto in un baleno.
Certe mattine, passando per salutare, ho scorto in fondo alla cucina la crepa che arrivava dal piano di sopra e s’infilava dietro la credenza. Il giorno seguente la vedevo rientrata, dal soffitto percorreva lungo il muro non più di quindici centimetri. Un giorno in cui la crepa era particolarmente attiva, seduto sul divano, la notai vicina ai miei piedi. Sottile, quasi invisibile, dal piano di sopra aveva percorso la parete della cucina, attaccato il pavimento e strisciato subdola per un paio di metri nell’antico cotto.
Quando la crepa si ritira, pare che le due sezioni divise si cicatrizzino; permane un segno debole, per seguire la traiettoria della crepa serve avvicinarsi a pochi centimetri; alcune volte è necessaria una lente. Dopo il tramonto, nulla si nota senza una torcia.
Mi raccontò Rina, la proprietaria di casa, che la crepa ascolta e, qualche volta, dice la sua.
Disse che, qualche anno fa, scoppiò una violenta litigata col marito. La crepa squarciò il muro davanti ai loro occhi, aprendo una ferita d’un metro in cucina, il tutto nel giro d’un secondo quando la rabbia sguinzagliò la volgarità.
Il rumore, di pietrisco rotolante, interruppe la discussione e li lasciò fulminati a bocca spalancata.
Il giorno seguente, quando di prima mattina arrivò Boldo, il muratore, era rientrata. Con grande sorpresa si limitò a stuccare di fino il muro e non chiese denaro.
Peppe, il padrone incontrastato della dimora, lo accompagnò all’osteria, per compensare la stuccata con un grappino.
Erano buffi, quando li si vedeva sfilare per i viottoli. Uno sporco di calcinacci e l’altro coperto da un velo di segatura; usciti dall’osteria, parevano reduci da una baruffa.
Boldo, qua e la, aveva tracce di segatura e qualche truciolo arricciato, impigliato nella spessa lana del maglione. Peppe, nel velo legnoso che lo ammantava,  ostentava bianche impronte di mani, impresse con pacche amichevoli, caricate a gesso e polvere.
Quanto rimpiango quell’angolo di mondo antico. Col passare degli anni, i quattro essenziali negozi chiusero, la zona si spopolò.
I proprietari della casa e Boldo il muratore passarono ad altra dimensione.
Rimase solo la crepa nella casa disabitata. Sola. S’insinuava nelle camere seguendo le linee di debolezza della struttura (a noi invisibili) e gironzolava in silenzio, fiaccata dalla malinconia, quasi a cercare qualcuno da disturbare, da richiamare alla sfida della suturazione definitiva, sempre vinta dalla crepa, per nulla sportiva da questo punto di vista.
Io possedevo le chiavi; il mio compito era d’arieggiare i locali, in attesa di un compratore. La crepa, al mio arrivo manifestava un’innaturale euforia. Io, che ormai la frequentavo da anni, percepivo il suo rumore, anche quando procedeva di soppiatto e produceva un soffio debole, per poi aprire all’improvviso il pavimento fra i miei piedi. Oppure ero io a sorprenderla, avendo imparato a tenerla d’occhio di sottecchi. Con un balzo improvviso le atterravo sopra, a piedi uniti, e lei si ritraeva d’un metro, all’istante, per poi avanzare nuovamente a dieci centimetri da me.
In effetti, Rina me lo diceva: “E’ come un cane, le manca la parola!”.
Sia ben chiaro: salvo quando la crepa apriva squarci sensibili, non la si vedeva.
Una costante frequentazione, come la mia, allenava la vista a cogliere, sui muri e sui pavimenti, dei segni. Dalla giusta angolazione, grazie all’incidenza della luce, notavo una riga, come un leggero graffio rimarginato, sulle piastrelle.
Questo graffio traversava piastrelle, si poteva seguire il percorso. Quando la crepa si ritraeva, allora il segno spariva, come d’incanto.
Talvolta m’assaliva il pensiero cupo  che la crepa potesse spaccare la casa (e forse il mondo intero), in due.

Parte 2: La rabbia

Share

martedì 21 gennaio 2014

La faraona

La Faraona, Numida meleagris, deliziosa da cotta, un po' meno da cruda.

In un tempo ormai disciolto, per chissà quali arcane ragioni, ogni venerdì sera mi ritrovavo con circa altri venti dispersi, per una partitella di calcio; talvolta si era in sovrannumero e, immancabilmente, qualcuno si ergeva (senza l'investitura d'un suffragio) a capopopolo, indicando chi - di troppo - avrebbe dovuto seguire la disfida a bordo campo e, nelle sere di maggior ispirazione di questi leader popolari, imponendo tattiche e sostituzioni. Io non eccepivo nulla, il mio carattere permette al massimo d'implodere.
Il campo dell'oratorio di quella sub-frazione di paesucolo era di terra brulla; col tempo la carenza di vegetazione era stata colmata da camionate di ghiaia. S'adopera quel che c'è, in provincia.  
Per siffata e calcarea composizione, d'inverno il terreno di gioco si rapprendeva, s'induriva pericolosamente; le cadute avevano gravissime conseguenze sui giocatori e, non di rado, il gioco si interrompeva per correre tutti all'ospedale, nella speranza di poter assistere alla sutura di tremendi squarci o alla riduzione d'una frattura.
Gli avvenimenti della provincia, non lo si trascuri, possiedono un sapore perduto; talvolta il passato - senza preavvisi - allunga le mani sul presente e, nelle terre dei porci e dei trucioli, s'inscenano copioni gustosissimi.
Ricordo, ad esempio, che il mio amico M., una sera, arrivò di gran carriera, in lieve ritardo per l'inizio della partita, ma sventolando dal finestrino dell'auto un misterioso sacchetto bianco.
All'interno, grigio e venato, giaceva un cervello di maiale, che gustai fritto il giorno seguente.
In questo contesto storico, malgrado gl'infortuni e le frattaglie, la mia resistenza alla fatica andava migliorando di giorno in giorno, benché ne fossi ignaro, ricoprendo in campo un ruolo che - dai racconti di mio padre - pareva ispirato ad un certo Mario Corso, che sostava indolente nelle zone d'ombra del campo, per poi stupire l'Italia della domenica con guizzi inaspettati.
Fu così che, in una delle circa trentacinque pasquette vissute, quale fosse non ricordo, partecipai ad una corsa campestre, accompagnando la mia fidanzata e le sue nipoti, scoprendo d'avere quel che si chiama "fiato" e correndo ininterrottamente per qualche chilometro.
Non rammento neppure il sentimento preciso che m'investì, ma dubito fosse orgoglio, od un moto salutista; forse fu pura meraviglia, che di norma si prova di fronte al bello o all'impossibile.
Tornato a casa, dopo una rinfrescante doccia, mi coricai, in attesa dell'arrivo degli ospiti (fra cui la mia fidanzata), per il pranzo. 
Fu rialzandomi dal letto, di scatto, forse tradito dalla mia novella condizione da agreste olimpionico, che mi spaccai il cranio contro l'antina superiore destra del mobile, lasciata irresponsabilmente spalancata.
Mentre il sangue colava copiosamente sul viso, mi resi conto di non poter correre all'ospedale (malgrado la lesione), poiché mia madre, per pranzo, aveva previsto una delizioza faraona arrosto con la panna.
Sia stabilito, finalmente, che la cottura arrosto e con panna finale, dosando sapientemente aglio e rosmarino, e senza esagerare con pepe e sale, ricordando delle bacche di ginepro, ecco, tutto ciò non è - come si ama commentare - "la morte sua".
No. E' una seconda vita, sublime e sublimata dall'arte indiscussa di mia madre e dal suo tocco, che impone d'aggiungere spezie e condimenti dopo la rosolatura, rosolatura senza aggiunta di grassi alcuni, ma ottenuta col solo ausilio dei pennuti umori.
Ebbene, rimasi a pranzo, resistendo alle pressioni grette e anacronistiche dei presenti, i quali, di fronte al dolore, come spesso accade, avevano smarrito il lume, per via dell'anatomica visione d'un paio di centimetri della mia scatola cranica.
Terminato il godimento, satollo di faraona e di buon vino, lei mi convinse e, non divaghiamo, non c'è bisogno di spiegare chi fosse.
In effetti, ora lo riconosco, un lembo di cuoio capelluto si era risvoltato come un polsino e, presunzione della moderna medicina, in quei giorni lontani la sutura si raccontava d'obbligo.
Andammo quindi in quel mesto luogo, ben popolato anche di pasquetta, il cui puzzo asettico intossicava il dolce retrogusto del ginepro.
Io cercavo di discorrere con un tizio (che accompagnava il nipotino con sospetta distorsione della caviglia), unicamente allo scopo di malcelare il mio stato d'ebbrezza.
L'anziano interlocutore era della genìa degli eroi. Dichiarava e decantava le imprese sportive più svariate: dalla corsa alla nautica. 
Elencava con soffocante dovizia di particolari le ferite di cui si poteva fregiare, come fosse sopravvissuto alla grande guerra ed avesse una pallottola vagante per i condotti sanguigni.
Io saltai piè pari ampie parti della sua gloriosa giovinezza, troppo noiosa malgrado l'eco d'annunziana; mentre le sue imprese si fondevano in una nenia soffusa immaginavo che, una volta giunto il mio turno, i medici strabuzzassero gli occhi alla vista delle mignatte che s'affollavano intorno alla mia ferita; s'attorcigliavano una intorno all'altra, si torcevano umide e carnose per ingozzarsi di sublime nettare aromatico.
Il più anziano dei medici, dopo una decina di minuti d'evidente irrequietezza, per spiegarsi tale reazione delle sanguisughe, avrebbe intriso una garzina sterile, ripiegata, nell'apertura della mia testa.
L'avrebbe portata alle narici, si sarebbe soffermato per alcuni secondi.
Mentre l'acquosa lotta fra le mignatte s'occupava  di colmare il silenzio dell'ambulatorio, avrebbe leccato il campione, rigirandosi la lingua in bocca, passandola sul palato.
Avrebbe riposto la pinzetta e la garzina in un vassoio metallico e, guardando i presenti, avrebbe commentato: 
"Purtroppo ho fumato una sigaretta quindici minuti fa..."...
Avrebbe sospirato, come se tutto fosse ormai perduto,  per poi aggiungere:
"...ma potrei azzardare una faraona arrosto con panna e ginepro...".

domenica 19 gennaio 2014

Savona




Un muro fra il mare
e chi vien dal Piemonte,
accoglie con sabbie relitte;
al porto c’è vino francese
con vongole e i gamberi 
purtroppo son cotti.
Ebbene Savona l’ho vista,
malgrado la chiami “visione”,
ricordo assai bene un due giugno,
un mio amato canto del cigno.

Share