martedì 29 novembre 2011

Contro Natura


All’età di tre anni ebbi in regalo dai miei genitori un cane, il quale, ineluttabilmente, venne chiamato Snoopy.
Anche il cane della mia coetanea e amica Lara venne chiamato Snoopy, anche se di diversa razza, ma, a parte ciò, “allo Snoopy” (slang milanese, come rimarcò Moretti) davo da mangiare del Pongo. Verde, rosso, blu, arancione, giallo… Pongo!
Poi uscivo, con mia nonna e Snoopy. Lui, al parco Solari, si produceva in mirabolanti cacche variopinte, per la mia gioia. Mia nonna, tornati a casa, mi frantumava le ossa a bastonate.
Ora non potrei più farlo: il Pongo inquina, non è biodegradabile. Purtroppo, anche la cacca del cane, quella vera, inquina; chi ha il cane dovrebbe raccoglierla, perché sporca, puzza, porta malanni e, immaginando la ragnatela infinita e sotterranea, generata dalle colature che dipartono da ogni cacca di cane,  probabilmente contribuisce all’inquinamento  della falda.
Quindi: la cacca sintetica non va bene, ma neppure quella organica.
Diciamolo serenamente: la Natura fa male. Le porzioni di Natura, le piccole e stressate aree verdi che innestiamo nell’ambiente urbano, compresi gli animali che ben si sono adattati alla città, sporcano.
I cani defecano nei parchi, gli  uccelli defecano sui monumenti o, come accadde a Roma, milioni di storni possono ricoprire di guano le auto in sosta. Il guano non ripulito, cocendo sotto il sole, intacca la vernice della carrozzeria. E’ una spesa…
I topi portano malattia, si sa, portarono la peste. Rovistano nella mondezza, altro che formaggio! I gatti figliano troppo, poi i piccoli muoiono ai bordi delle strade, contribuiscono a questo lordume fermentante, che infetta, che puzza. I ricci si fanno spiaccicare per le strade, i vermi si suicidano strisciando sull’asfalto con la pioggia, i cani si fanno abbandonare d’estate, poi qualcuno li falcia e… giù nuovo lordume, putrefazione, effluvi pestilenziali. Gli insetti, non ne parliamo.
Inoltre la Natura è cattiva, che non me ne voglia...
Ho visto un cane (bulldog francese) e un pappagallo, questo con le zampette sui bordi della ciotola, che si nutrivano della stessa sbobba.
Domandai cosa fosse quella robaccia colloidale; le bestiole mi risposero con sufficienza: “Boh! Coniglio…”… 

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giovedì 17 novembre 2011

Fenocchi

Un mio antico ricordo vede protagonista mia nonna, che spadellava in cucina; il ricordo investe il senso olfattivo, perché posso annusare in qualsiasi momento il risotto con le zucchine che mia nonna preparava, quel giorno compreso fra il 1969 ed il 1976, nel nostro appartamento di Milano.
Altro filmato d’epoca (non sono fotogrammi statici) riguarda la morte dei poveri bengalini, che il freddo milanese “fulminò piamente stecchiti” (Dario Bellezza), malgrado la nonna – sempre lei – li depose sul calorifero nel tentativo di rianimarli, forse facendo loro pericolosamente addensare il sangue. Probabilmente i suoi geni bresciani miscelarono lo spirito animalista con quello cacciatore (“iè bù!”).  Ricordo anche, sempre a Milano, sul balcone, i maggiolini; erano enormi. In campagna, anni dopo, li ho sempre visti più piccoli, forse perché Milano era più grande?
C’era poi il dirigibile (non ricordo cosa pubblicizzasse), che verso Natale fluttuava in mezzo ai tre condomini, disposti a U. Quindi ero tutto contento, quando arrivava il dirigibile.
Salto poi ad una scena che l’odierna società, civile e barbaramente coltissima, bollerebbe come maltrattamento: sempre a Milano, sempre in quegli anni, mio padre mi teneva a mo’ d’ariete, mentre mia madre mi lavava i capelli: non lo sopportavo. Strillavo e cercavo di dimenarmi.
Il ricordo-perno di quell’epoca è quello databile con precisione, perché, in quanto collocato nel tempo, permetterebbe di distanziare correttamente gli altri, se ne avessi il tempo: giugno del 1972. Era il mio terzo compleanno, quando i miei genitori mi regalarono un cucciolo di cocker, che mi accompagnò per i seguenti 17 anni. Rivedo nitidamente l’automobile amaranto di mio padre che si ferma. Le portiere si aprono, scendono i miei, seguiti dal botolo color caffè-latte.
Un triste frammento è dato dalle luci della sala operatoria (ritenzione parziale al testicolo destro), ma l’incoscienza dell’anestesia non la rammento. Peccato.
Devo obbligatoriamente citare una lunga serie di “fenocchi” (sempre mia nonna). Lei li chiamava così. “Fenocchi”, con la “e”. “Carlo, faccio i fenocchi.”, “Carlo vuoi i fenocchi?”, “Mi dia quattro fenocchi!”, “Quanto vengono i fenocchi?”… purtroppo non riesco, nel puzzle del tempo, a giustapporre i fenocchi ad altri eventi. Il giorno che mi regalarono il cane avevo mangiato fenocchi?  Il risotto con le zucchine, quello, magari, copriva il profumo dei fenocchi. I maggiolini giganti, non erano forse attratti dai fenocchi? E i bengalini? Povere bestiole… Penso vengano dal Bengala (in caso contrario, qualcuno mi speghi), magari nel Bengala non ci sono i fenocchi, le cui mefitiche esalazioni minarono il fisico degli uccelletti. Il dirigibile? Spiccava la gigantesca scritta “Fenocchi Longoni”…? Che ne so… Una roba così. Forse mia madre usava uno shampoo ai fenocchi? E la sala operatoria? Dopo, in convalescenza, solo fenocchi? Insomma: a me questa faccenda di prendere una manciata di ricordi e di spargerli a caso fra i fotogrammi non piace per niente.

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giovedì 10 novembre 2011

Il mio medico non sa...


"I medici sanno che un cervello ne aiuta un altro, un polmone un altro polmone e perciò dicono che la persona che abbia gli occhi cisposi si guarisce col sospenderle al collo involto in un drappo bianco, l’occhio destro di una rana o di un granchio, se l’occhio ammalato è il destro, e l’occhio sinistro pel sinistro. Ugualmente le zampe d’una tartaruga guariscono i mali dei piedi, sempre applicando al piede offeso l’arto corrispondente dell’animale e così pure gli animali sterili causano la sterilità e i fecondi la fecondità, cose che si manifestano soprattutto a mezzo dei testicoli, della matrice e delle orine e che spiegano come una donna che prenda tutti i mesi orina di mulo, o alcunché che vi sia stato lasciato a macerare, non possa concepire".
Enrico Cornelio Agrippa

Sarà... ma il mio medico non sa tutte queste belle cose...
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giovedì 27 ottobre 2011

Ooooh, Leibniz... (sospirando)


Dopo una settimana facendo colazione con 3 Chocoleibniz e un buon caffé, ho scoperto di saper risolvere gli integrali, ma non li ho mai studiati.
Non è il biscotto, neppure il cioccolato fondente, neppure il solo caffé, ho sperimentato. Funziona solo coi Chocoleibniz.E' questo prodotto alchemico, di fattori altrimenti inerti.
Il potere mi attende, lo scibile tutto è a portata di mano.
Quando le nozioni saranno troppe, per liberare la mente, tornerò all'Activia.
Augh!

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mercoledì 26 ottobre 2011

Il primo coyote insopportabilmente clonato

(foto: AP PhotoYohap, Shin Young-keun)

Il primo e l’ultimo termine di una serie finita possono essere anche sconosciuti. Non sto trattando di matematica, benché mi tenti; purtroppo all’uno (prima unità, dalla quale necessariamente derivano i numeri successivi) segue una serie infinita (pertanto andrei fuori tema). Quello dell’ultimo numero (matematicamente non penso sia sostenibile) è un’affascinante speculazione che tralascio, perché mi dà forti vertigini; non ho la maestria necessaria per trattare l'argomento, ma fior di pensatori hanno già prodotto tonnellate di carta sull’argomento (e questo mi solleva notevolmente).
Senza divagare: per il primo e l’ultimo termine – sconosciuti - di una serie finita si può ipotizzare, intuire, dedurre (inferire) l’esistenza e, più probabile, si può conoscere uno solo dei termini, mentre si presuppone l’esistenza dell’opposto.
Andando al coyote del titolo, che lo scienziato sudcoreano Hwang Woo-suk ha detto di aver clonato: “il primo coyote clonato”, a mio avviso, è una precisazione fuorviante, come, del resto, la prima pecora clonata, è questo il punto!
Dichiarare l’avvenuta clonazione del primo canide sarebbe veritiero, il primo bovide anche, perché si può ragionevolmente pensare che, nel futuro, ne vengano clonati di ulteriori. La validità è conferita dalla molteplicità di specie comprese nelle famiglie Canidae e Bovidae; si può supporre che un’altra specie, nei secoli, verrà onorata con tale replicante privilegio.
Il coyote, povera bestia, lasciamolo in pace. Il coyote non è a rischio di estinzione. Inoltre non è base della dieta di una popolazione, da questo punto di vista è vicino al topo.
“I primi coyote clonati”, lascerebbe intendere che siano i primi di una serie, mentre dubito che ciò avvenga. “Clonati i primi coyote”, invece, potrebbe far pensare alla clonazione dei primigeni, che so… Due fossili identificati come “primi esemplari”, appunto.
Anche “I primi fra i coyote clonati” lo scarterei per questioni cronologiche. Potrà essere notizia in futuro, quando si saranno già clonati “n” coyote.
Per contro, “clonato l’ultimo coyote” non lascerebbe alcuna interpretazione, se non l’unica: l’ultimo esemplare vivente è stato duplicato, vivaddio.
Insomma, per concludere, “clonati dei coyote” mi pare la soluzione più azzeccata. Generica, ma azzeccata, come “clonata una pecora”. Fra le tante, quella. Scelta perché rispondente a precisi requisiti, ma comunque una fra le esistenti.
Penso che l’ultimo ente di una qualsiasi serie finita non crei grossi problemi concettuali. Il primo, invece, sì. Questo pensiero è per me insopportabile.


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venerdì 21 ottobre 2011

Di sguardi bovini



E' difficile tentare di disquisire intorno a questa definizione, perché l'uso che ne faccio (pertanto naturalmente considero il lato soggettivo) va a toccare temi molto delicati.
Scorgo guardi bovini nell'ammiccare di certe persone, con alcune inclinazioni sessuali. Nulla da commentare intorno alle inclinazioni, ognun per sé. In questo caso preciso che lo sguardo è per me bovino in quanto s'annacqua all'improvviso. Le occhiate si incrociano, una s'annacqua. Ecco il segno. Lo sguardo bovino.
Bovino è anche lo sguardo di chi non capisce. Non intendo la mancata comprensione per problemi casuali o causali d'udito. Mi riferisco al non comprendere derivante dalla mancanza di cultura in merito. Quando non si dispone degli strumenti per capire, allora lo sguardo si fa come smarrito, lo sguardo vorrebbe "bere" dall'occhio dell'interlocutore il senso di ciò che si ascolta, in modo da chiudere il cerchio, ma dallo stesso sguardo assetato traspare soltanto l'oscuro vuoto dell'enigma. Aggiungo che questo caso è ben riconoscibile, perché l'occhio dell'ignorante accusa un tremolio impercettibile, come il nistagmo fisiologico, che rivela la tensione trasmessa ai bulbi dallo stallo della razionalità. E' un meccanismo semplice: se ci si poggia di peso sul coperchio d'una pentola, contenente acqua in ebollizione, il coperchio è immobile, ma il tremolio causato dal bollore investe la pentola.
Tempo fa ebbi l'intuizione, pensando ad una persona alla quale non posso nemmeno alludere, di definire il suo sguardo da "bovino ingrato".
All'acquoso vuoto di cui sopra, s'univa l'aspetto orrendo della persona, una donna brutta e sciatta, la cui indolenza eccezionale, incommensurabile, mi permette ora di unirla idealmente ai suoi stessi antipodi, al cui polo geografico presiede - potentissimo - il verso di Borges: "Tu così indolentemente e senza fine bella".
Questa mia uscita si dimostrò felice, in quanto la definizione si rivelò adatta anche ad altre persone (sia oggetti della definizione, che utilizzatori della stessa).
Non posso che citare, infine, Stefano Benni, il quale dipinse l'immagine perfetta dello sguardo della mucca quando passa il treno. In questo caso (del resto Benni è Benni), non c'è bisogno di alcuna spiegazione.

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mercoledì 19 ottobre 2011

La supinazione del Terraneo


Ho sognato, questa notte, di trovarmi ben piantato davanti al bancone di un pub, bevendo birra, con questo Terraneo. Io non lo conosco, ma nel sogno l'atmosfera era quella che si densifica fra amici.
Quindi: brindiamo, poi il Terraneo appoggia il boccale sul bancone. Parliamo, discutiamo, il Terraneo con una mossa maldestra urta il suo boccale.
Rovescia sul bancone una modestissima quantità di birra... che so... tre centilitri.
Il barista, che, durante l'incidente, era in fondo al bancone, dalla parte opposta, si fionda davanti a noi quasi levitando, come corresse su di una pista magnetica, senza attriti, veloce e soave.
"Mi dispiace, ma devo addebitarti un secondo boccale...". Lesto digita sul registratore di cassa, emette scontrino (6 €), il Terraneo paga senza nulla eccepire. Deduco, ora, in stato di veglia, che fosse normale tutto ciò: una regola, una legge...
Il Terraneo mi guarda spalancando gli occhi, con un mezzo sorriso, reclinando leggermente il capo verso destra: autocommiserazione.
Scorrono i titoli di coda. Leggo che il titolo del sogno è "La supinazione del Terraneo".
Questa mattina mi sono domandato per quale motivo il produttore non abbia consigliato un altro titolo. Con questo non si farà mai botteghino. Al massimo andremo in onda un sabato notte, verso le 3.00, a Fuori Orario, insieme ad altri corti d'autore (che comunque sarebbe un bel risultato, ma poco remunerativo).
A prescindere da questo: ho pensato che i nostri governanti illuminati possano includere una norma così ignobile nel prossimo e atteso Decreto Sviluppo. Io ne sono certo. Sarà così. La chiameranno "Sad hour".

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