martedì 10 marzo 2015

La rabbia



Alle 7,30 di mattina, ne sono certo per via della mia inoppugnabile puntualità, i muratori avevano già scaldato i muscoli e trafficavano intorno alla crepa da un pezzo.
Entrai in casa a curiosare, prima di dedicarmi alle commissioni; mi conoscevano, essendo il custode delle chiavi la sera prima si erano rivolti a me.
Superato il pianerottolo, dove vidi tre secchi ricolmi di detriti, salii al piano di sopra, inquieto, temendo un assassinio efferato, malgrado l’assenza di sangue e poltiglie di tessuti vari, ma immaginando una distesa di calcinacci e antiche pietre frammentate nella camera da letto. Uno scempio pari a quello che colpisce tanti luoghi antichi, consegnati all’incuria del tempo piuttosto che alla cura della storia.
Già, perché la crepa si annidava in un punto preciso della camera da letto. Agli occhi un poco allenati, per scovare la sua tana, bastava individuare il centro della testata del gran lettone matrimoniale, e da quel punto risalire dritti verso il soffitto. Proprio nell’angolo fra questo e la parete si ritraeva la crepa nei suoi momenti di riposo e di verosimile riflessione.
I muratori, istruiti malamente dagli eredi, dopo aver spostato il letto, avevano iniziato a scrostare il muro, risalendo dal pavimento al soffitto, proprio al centro della parete.
Mi venne un capogiro; così procedendo, avrebbero raggiunto il giaciglio della crepa.
In cuor mio, confidavo che essa avesse traslocato, magari in un’altra stanza, fiutando il pericolo.
Nessuno mai, finora, s’era approcciato alla crepa con tale veemenza distruttiva; ricordo la grazia con la quale Boldo stuccava i segni lasciati dalla frattura, rimuovendo con leggeri colpi di spatola l’intonaco intaccato; le sue mosse suonavano con tintinnii lontani e soffusi, come diapason. V’era un rispetto inspiegabile nei confronti della crepa; un rispetto d’altri tempi, intriso del timore reverenziale tipico dei semplici, verso un fenomeno incomprensibile. Un fenomeno che, v’è da dirlo, mai procurò del male ad un essere umano.
Secoli fa, mi risulta che si tentò la via dell’Altissimo; esistono documenti storici, conservati nell’archivio comunale. Si narra di svariate infruttuose benedizioni. Nel ‘600, il Cardinale Mezzeria, di passaggio da queste parti, non poté evitare una benedizione alla casa. La fama della crepa, già allora, s’era diffusa in tutto il nord Italia.
Uno scrittore di scarsa fortuna, tale Tareggia, di cui si conserva, appunto, una copia d’un suo scritto, narra che il Cardinale, assorto, toccò il muro esterno della casa e neppure ebbe il coraggio d’entrare. Del crocchio radunatosi, pochi imploravano di scacciare il maligno; i più erano dubbiosi: la crepa non aveva ucciso, né rubato.
All’atto di impartire solenne benedizione, che in tali circostanze a mio avviso s’infligge, il Cardinale volse i palmi delle mani verso l’alto, inclinò leggermente la testa verso destra e puntò i suoi occhietti da lupo di mare verso un punto ipotetico, in alto a sinistra, quasi a premettere che un suo insuccesso fosse unicamente segno d’una superna volontà contraria. La crepa, a giudicar dalla storia a venire, neppure si curò di lui.
Di benedizione in benedizione, lentamente si giunse ai giorni nostri.
I rosari e le aspersioni, via via furono sostituiti da calcoli e rilevamenti, da carotaggi ed analisi; la crepa suscitò l’interesse del mondo scientifico e artistico.
Si videro sfilare sempre meno sacerdoti, sostituiti in modo altrettanto infruttuoso da architetti, geometri, geologi, bizzarri pseudo scienziati e occultisti d’ogni sorta.
Non di rado, oggi giorno, nella stretta viuzza s’infilano bolidi neri lucenti, con vetri oscurati. Dall’interno, personaggi di fama riconosciuta scrutano le mura gibbose, nella speranza di carpire le trame dell’intelligenza nascosta fra le pietre.
Alcuni mandano i loro chaffeurs a bussare alla porta, vorrebbero entrare e vedere; alla bottega di alimentari (poco distante), uomini in impeccabili uniformi da autisti a nolo acquistano buste di semi zucca, pop corn o pane morbido, forse convinti che si possa attirare a sé la crepa con del cibo, come un piccione; la pensata è d’infima specie, poiché – è risaputo – il pennuto fa sfoggio d’intenzioni se in gruppo, ma colto da singolo è nulla, un insieme elementare di riflessi senza redini.
Un giorno (vidi dalla mia finestra), un celebre cantante lanciò verso la porta d’entrata una manciata di caramelle alla menta, piccole capsule bianche, che si sciolsero sotto il sole di luglio.
Risalendo in macchina si disse sorpreso, fra sé e sé, in quanto rammentava quanto le caramelle infervorassero persino le procavie della savana.
Il muratore dalle mani d’acciaio, in dieci minuti di mia silente angoscia, scrostò d’impeto e ricavò un canale largo sessanta centimetri e profondo cinque, giusto a metà parete, dal pavimento al soffitto.
Mi prese un colpo! La crepa era lì, in alto, lunga cinque dita, forse dormiva o attendeva l’attacco dell’ignaro operaio.
L’uomo di fatica, salito su di una scala, notò la piccola frattura del muro e subito ci puntò lo scalpello. Tremavo, il cuore mi spingeva la lingua all’infuori.
Si assestò un colpo secco allo scalpello, che penetrò per metà nel muro.
“Qui è tutto marcio…” osservò l’assassino e fece forza sullo scalpello, per estrarlo.
Ogni sforzo era vano e la quiete mi rincuorò: la crepa non s’era inviperita.
L’uomo allora passò ad usare solo il martello, direttamente contro il muro.
Un leggero tremolio s’impossessò della casa; non perdemmo l’equilibrio, ma ci guardammo atterriti.
Lui non vide nulla, ma io compresi: la crepa era uscita. S’era infilata nel piano di sotto e, seguendo il suo abituale sentiero, passando dietro la credenza, aveva solcato cucina e pianerottolo esterno.
Questa volta, però, s’era spinta fino in strada.
Sentimmo un fragore d’attrito di pietre che s’allontanava, lasciandosi alle spalle urla di terrore.
Un lungo rombo, simile al verso del terremoto; il muggito del pianeta andò verso est per trenta interminabili secondi.
La crepa percorse la viuzza, al centro, senza ledere i palazzi svoltò a destra e disegnò un cerchio intorno al vecchio gelso, quasi a liberarlo da decenni d’asfissia dell’asfalto (quei due, evidentemente, se la intendevano) poi si buttò a capofitto lungo la discesa che portava al centro.
Sempre dritta, rettilinea, rispettosa delle case, giunse in fondo alla discesa e prese la rotonda contro mano. Un’infinita ferita mi si aprì davanti agli occhi, quando corsi a vedere.
La crepa percorse la strettoia del paese vecchio, una lunga sequenza di botteghe, i cui negozianti allibiti balbettavano stupore, indicando lo squarcio d’un metro di larghezza, dai lembi arricciati e fumigante.
La crepa superò la strettoia e s’allargò, laddove la strada lo consentiva. Scese ancora verso la parte nuova del paese, lungo il rettilineo.
Giunta all’entrata del parco comunale, la imboccò eccitata. Girò a destra, esattamente a novanta gradi, e s’infilò fra i due secolari tassi, le cui rosse bacche, sballottate, ressero il trauma e non caddero mai più, restando secche e abbarbicate per l’eternità.
Nel parco la crepa produsse una spaventosa voragine, ma non inghiottì bambini e grazie a Dio demolì un’orribile riproduzione d’un tempietto greco, che da anni guastava la mie passeggiate nel verde.
Tagliato a metà il parco comunale, divorò la piazza del municipio e fagocitò due auto dei vigili.
Ebbe un sussulto, per un istante: diede chiaramente l’impressione di masticarle.
Girò poi leggermente a destra e, della strada che conduce fuori dal centro abitato, ne fece un canale.
Uscì quindi dal paese, s’incuneò fra un centro commerciale ed il cimitero, costeggiò rombando il lago e s’arrestò, come d’incanto, in aperta campagna.
Fognature, tubature del gas, linee elettriche e telefoniche: la crepa aveva messo in ginocchio il paese.
Dalla spaccatura salivano mefitici fumi. Liquami maleodoranti sobbollivano e placidamente scorrevano, come un fiume di lava, borbottando la soddisfazione che procura l’agognata libertà.
Seguendo la crepa, la colata era accompagnata da scintille, scariche elettriche, fiammate, modeste esplosioni. Tutto sommato un’allegra sarabanda.


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domenica 8 marzo 2015

Balvano



Il disastro di Balvano
ebbe uno scarno
trafiletto sul Corriere,
che riprese un lancio
d’agenzia di Lisbona
ed il pneuma di cui
tutto questo è permeato
(persino il bicefalo treno
ed i seicento aurighi soffocati)
spira fin dai giorni
di stesura del Fedro
e dalle bizze perigliose
dell’acerbo Fetonte.

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mercoledì 25 febbraio 2015

Idoli




Su per le dolci balze,
- lì cronache perdute
contano d’ignari,
omerici e riarsi
a vendemmiar sopra
la piramide sepolta -
affiorano incerti e radi
biancheggiando i gradini.
Al culmine nulla dei templi  
e gl’idoli che caddero primi,
fieri s’opposero al vento.

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venerdì 13 febbraio 2015

San Pietroburgo




Lungo la gravida Neva,
ne vedemmo di bolsi
ubriachi e di cani
mulinare inghiottiti,
poi sputati zuppi e guasti
nella pozza del Marchese.
Noi ci si calava tosto
sulla riva, litigandoci
un panciotto od altri effetti,
e noi pure ad affogare mesti,
in bettole s’andava,
allorché per vedovella
accorreva una babushka.

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mercoledì 4 febbraio 2015

Sussistenze




[fonte]


Vive il regaleco
e come anch'essi animati,
di frassino e d'ontano,
sussistono i relitti
ben più della teredine.
Seguono il tempo piatto,
ieratici e solinghi,
le chiome distese 
nei flutti di fondo,
respirano il sale.

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venerdì 21 novembre 2014

Ricordare




Rammento soltanto
quadri mutati.
La statale quando
fu senza rotatorie,
il mare ombroso
mentre lo fendevi,
la mia casa
con recondite croste
di fiori d’acacia
nelle grondaie.
Nemmeno un ricordo
avulso ci è dato d’avere.


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domenica 2 novembre 2014

Il treno per Cuneo





Qualche tempo fa vidi il film “The Lady - L'amore per la libertà”, lungometraggio di Luc Besson sulla vita di Aung San Suu Kyi; film a mio avviso ben fatto, ma di ciò poco importa, in quanto non è del film che voglio trattare.
Il generale Saw Maung, il dittatore birmano, si reca in un bugigattolo fatiscente, per consultare la sua abituale indovina.
Non rammento il dialogo fra i due  con esattezza, e neppure ho modo di leggerlo, ma, in sintesi, dopo aver consultato le carte l’indovina sentenzia che è giunto uno spirito in Birmania (lasciando intendere che sia uno di quelli cattivi) e, alla richiesta di come placarlo, risponde che solo la pace può scacciare detto spirito.
Il generale, dopo aver ringraziato con calore l’indovina, annuncia di voler indire libere elezioni democratiche.
Aung San Suu Kyi accetta di candidarsi e non c’è bisogno di attendere a lungo, per capire che tutto il paese è dalla sua parte.
Saw Maung, allora, oltre a cambiare posizione sulle libere elezioni, invia un sicario dall’indovina, che la fredda non senza prima ricordarle come non avesse previsto questo evento.
Sul radicamento della divinazione nelle società asiatiche, non c’è bisogno che ne tratti il sottoscritto; ad ogni modo, “Un indovino mi disse”, di Tiziano Terzani, è un libro che illustra molto bene questo rapporto, senza dover ricorrere a testi eccessivamente complicati, i quali – tuttavia – male non farebbero.
Facendo un balzo all’indietro (di duemilacinquecento anni circa), Creso, re dei Medi, si recò presso l’oracolo di Delfi, prima di affrontare il grande Ciro.
La Pizia, com’è aduso ogni indovino che si rispetti, sciorinò la sua ambigua sentenza: “Se Creso attraverserà il fiume Halys cadrà un grande impero”.
Fu così che Creso imprese la guerra certo della vittoria, ma il grande impero che cadde fu il suo.
I due aneddoti, così distanti fra loro, sono accomunati dall’impropria interpretazione d’una sentenza oracolare, che pare intravvedere, fra le fitte nebbie dei tempi, l’esito degli eventi, ma non rivelando i particolari, in quanto non richiesti.
Appare chiaro, insomma, che la povera indovina fatta uccidere dal generale Saw Maung avesse visto giusto, senza però dare un nome ed un cognome allo spirito malvagio che aleggiava nell’aria birmana: Saw Maung.
Di questi racconti è piena la storia e tuttora pieno è il mondo d’uomini che divinano, pratica oltremodo diffusa, nel nostro mondo di cultura da cassonetto.
Ciò che sfugge ai più, a prescindere dalla reale possibilità di divinare, è l’esistenza di un vademecum, antico quanto la terra, necessario per interrogare il futuro, o chi per esso possa rivelarne le pieghe.
Di questo fondamentale manualetto, ignorava l’esistenza pure Mario Paolo Berlinghieri, il quale – stizzito per il notevole ritardo accumulato dal treno – smaniava figurandosi di mettersi comodo sul convoglio per Cuneo; era il 1953.
Lo stato di agitazione che lo interessava, lo spinse ad estrarre i suoi personali strumenti di divinazione e ad interrogare il tempo, per conoscere se il treno sarebbe mai giunto in stazione.
Lontano da occhi compassionevoli, nella fetida latrina della stazione, alla domanda frettolosamente posta, cioè se il treno sarebbe mai arrivato, ricevette in responso un secco “si”, che non gli risparmiò l’attesa di sei ore, senza che uno – dico uno – degli otto treni passati, fosse quello che lui attendeva, per poi scoprire che avrebbe dovuto attendere il giorno dopo, a causa di un guasto imprecisato, annunciato durante la sua sosta nelle latrine.
Ciò che il manualetto celeberrimo gli avrebbe insegnato, sarebbe stato d’impratichirsi sulla logica, prima di tentare la via della previsione, per porre domande pertinenti.
La sua divinazione, infatti, riuscì alla perfezione: il treno arrivò, un treno e più d’uno, ma non quello per Cuneo. Alla sua domanda seguì la risposta corretta.


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