giovedì 31 dicembre 2009

Ardore

E' relativo contare i gradini
della Moschea del Re Vivente;
lo sono anche il gusto piccante,
l'appartenenza ed il prezzo
di un vecchio montone.

Relativo è l'aspetto
gordiano di un nodo,
come lo è l'odore del sale,
oppure il mio ardore
ed il buio rispetto al suo luogo.

venerdì 25 dicembre 2009

Buon Qualcosa a Qualcuno



Quando San Francesco De Gregori era ancora in sé scrisse questa canzone; ora è caduto nell'autocensura culturale, come altri poeti della sua generazione. Oppure si sentono sconfitti? Non hanno più nulla da dire? Va tutto bene?
San Francesco è anche molto caustico (alcuni dicono "stronzo"); quanto vorrei che leggesse, per poi insultarmi; sarebbe un segno di "esistenza in vita". Tutto sembra perduto. L'ignoranza dilaga e con essa la crudeltà, il razzismo, il qualunquismo. Tutti si occupano della scorza, nessuno assapora la polpa. La politica è da una parte volgarissima e dall'altra sterile. E... appunto...San Francesco va a X-Factor. Fortunatamente Battiato ha dichiarato che non ci andrebbe neppure dietro "invito" dei carabinieri.
Parafrasando Moretti: "Ve lo meritate Marco Castoldi!". ....E chi è?! E' primadonnadivastar Morgan.
Un mio saggio conoscente disse: "Se sei la Loren, mostrami le tette!"...
Almeno questa è passata, per quest'anno. 
Comunque... Per chi ha bisogno di auguri, questi sono i miei.
Si, sono agrodolci.

giovedì 24 dicembre 2009

Tartarughe

Quel tipo che porta sempre la giacca
e s’alza, si siede, si rialza
e allaccia, slaccia e riallaccia
fino a scucire il bottone centrale;
son magri quelli, che ossuti!
Son bianchi e scavati e a volte son gialli,
le mani non hanno nemmeno una ruga,
gli occhi cerchiati, le dita soavi,
ma le unghie dei piedi, celate al mondo,
ricordano solo la tartaruga.

Le formiche volanti


Nell’hotel governativo di Rangat l’aria era ferma e appiccicosa. Sembrava di attraversare camminando dell’olio vaporizzato; una sostanza oleosa e densa aderiva alla pelle lasciandoci preda di una pellicola soffocante.

La spoglia scrivania della reception era minacciata da gigantesche pale, che roteavano lentamente accompagnate da un cigolio d’attriti cronici, il che non avvalorava la mia teoria dell'atmosfera unta.
L’uomo ad accoglierci pareva un alieno rispetto agli altri locali: un indocinese, qualcosa del genere, i cui lineamenti erano stranieri in terra straniera. Questo ci univa. 
Spesso suonava il telefono e purtroppo non comprendevo la lingua: mi incuriosiva sapere i contenuti delle telefonate; l’hotel era semivuoto. Forse erano tentativi di prenotazione, ai quali veniva negato questo privilegio: soggiornare all’Hotel governativo.
Lo schioccare dei gechi scandiva il tempo, ma non riuscii a sentire una serie completa di sette, che, per la tradizione, dovrebbe portare fortuna.
Silenti vacche riposavano lungo la strada, un mite toro sorvegliava, alcuni cani di grossa taglia - nel buio – si confondevano coi vitelli più piccoli guadagnando in sacralità agli occhi di noi forestieri. Un forte profumo di samosa e patate masala pervadeva a folate il cortile; più a destra si notavano le caratteristiche baracche azzurre dei negozietti e delle gastronomie del luogo.
Nella stanza 106 era quasi impossibile rinfrescarsi: il rubinetto della doccia non si apriva. In compenso funzionava una seconda manopola, che comandava l’erogazione dell’acqua da un tubo tagliato a fil di muro, a due metri di altezza. L’acqua però non zampillava, si limitava a colare lungo le piastrelle, giallognole di sporco incrostatosi immediatamente al termine dell’inaugurazione dell’albergo, presieduta dall’Onorevole Barghawasabi Shavarangstamasita nel 1993.
Carnosi scarafaggi si aggiravano nella camera; entravano ed uscivano senza fatica, poiché la porta non arrivava al pavimento, lasciando un comodo passaggio per gl’innumerevoli insetti.
Da altre camere riecheggiavano distinti i sibili degl’insetticidi, seguiti dai tonfi delle blatte stecchite, che zampettavano velocemente nell’aria, avvelenate.
Di notte attraversammo il piccolo villaggio di pescatori e ci incamminammo sulla spiaggia a cercare tartarughe, ma trovammo soltanto uova divorate dai cani.
Profittammo allora della splendida stellata; ci sdraiammo sulla spiaggia e contammo le stelle cadenti. Ne passò una prepotente, la coda sfavillante di verde e arancione, con la sua luce e la scia rumorosa fece voltare anche chi fissava altrove.
In quel luogo lontano e avulso dal mio quotidiano, forse venni assalito dalle stelle. Incapsulato nel mio inconscio, pronto a ghermire, il malinconico dolore dall’alito romantico. Mi catturò il bisogno atavico di essere desiderato, da qualcuno, in qualche luogo; sentii la necessità di essere atteso – senza spasmodiche ansie – ma atteso; quel ruolo mi avrebbe anche sostenuto nel ritorno in Europa. Soltanto l’essere oggetto di desiderio avrebbe giustificato – in quegli istanti – la partenza.
Purtroppo dalle sconfinate zone dell’Anima, nessuno mi chiamò. Si udì soltanto un altro scroscio di cometa luminosa che non guardai, per non complicare la mia permanenza su quella spiaggia di tartarughe e di cani.
Il mio sforzo fu vanificato il giorno seguente, al risveglio. L’hotel era invaso da grosse formiche volanti. Si riunivano a ciuffi, parlottavano negli angoli dei muri scalcinati, tramavano. Tornato a casa seppi che negli stessi giorni un’identica invasione aveva interessato la Costa D’Avorio, dove un amico lavora, ma in quel di Rangat conoscere questa curiosa nota (forse scientifica) non mi avrebbe curato: le formiche volanti, in me, rievocano Garcia Marquez.

sabato 5 dicembre 2009

Errare è umano


Un centro commerciale noto nella mia zona ha come simbolo un elefante.

Ricordo che, anni fa, in quel formicaio inoperoso, mi soffermai davanti alla vetrina di un negozio che aveva gettato la spugna. Le vetrine erano oscurate dall’interno con una carta di un giallo iper-diafano, la cui “giallità”, che sfuggiva ai sensi, non poteva che venirmi suggerita platonicamente.
Al centro di questo manifesto oscurante spiccava l’elefante-logo e la descrizione: “errare è umano”.
Reduce dalle savane keniote, e, ben conscio del fatto che l’elefante – nel suo ambiente naturale – placidamente passeggia in linea retta in quella terra sterminata, all'apparenza senza uno scopo… Ebbene... Io non capivo.
Troppo semplice svincolare l’elefante dal motto commerciale; troppo umana l’accezione di “errare” relativa all’insuccesso. Pensai allora che il negozio si fosse trasferito, perché, come l’elefante, girovagare (errare) è umano. Questo pensiero fu forse un vago ricordo arcaico, perché considerare nei nostri tempi l'uomo come nomade e beato è un indubbio delirio onirico in stato di veglia.
Quando mi riportarono nel mondo reale fu una grande delusione constatare il palese fallimento del negozio.
Ora, lasciando perdere il mio analogico stato mentale, oggi parto per le Isole Andamane e spero di incontrare, come pare sia quotidiano, degli elefanti erranti sulle spiagge bianche e disabitate; spero anche di errare io stesso, perseverando nella mia accezione del verbo, cioè vagare senza meta.

Assalamualeikum.

sabato 28 novembre 2009

Omeopatia dopante?

Questa notizia suscita in me un paio di riflessioni, perché i principi dell'omeopatia cambiano radicalmente il giudizio di quanto esposto:
1- principio attivo diluito. A che grado? Dal punto di vista chimico, se una diluizione non supera il Numero di Avogadro deve avere traccia di soluto. Il fatto che l'attuale tecnologia non possa rilevarne la presenza, al di sotto di una certa soglia, non significa nulla... o significa ben poco. Quindi vorrei sapere il grado di diluizione di questi prodotti (D, CH, M, K, etc...).
2- l'omeopatia utilizza diverse sostanze tossiche (la stricnina è presente in alcune piante loganiacee come nux vomica e ignatia, rimedi celebri dell'omeopatia, lachesis è il veleno del crotalo muto, utilizzatissimi dei potenti acidi, etc...) perché il principio attivo diluito non ha effetto tossico, ma al contrario ne può contrastare gli effetti. Banalmente (molto banalmente, e sia ben chiaro, perché l'omeopatia non va utilizzata in modo sintomatico): coffea in omeopatia cura anche i disturbi da elevata assunzione di caffé ed una certa irrequietezza mentale, tabacum cura anche l'astinenza da tabacco e le forme simili di malessere, come il mal di mare.
Insomma, quello che non torna in questa faccenda è semplice: la somatotropina omeopatizzata non può agire come ormone della crescita, ma può combattere i disturbi causati dall'assunzione dello stesso, più molti altri disturbi e se la sostanza è già stata testata queste informazioni sono fruibili. Importante però conoscere la diluizione. Mi sembra che si parli molto di omeopatia, senza conoscerne minimamente le basi. Sul fatto che il principio attivo non venisse conservato in modo idoneo... beh.... su quello c'è ben poco da dire.
Sembrerebbe quasi una truffa molto maldestramente perpetrata.

venerdì 27 novembre 2009

'O Capo Clan

Il Corriere Della Sera e altri hanno pubblicato un articolo su questo "cantante". In realtà la notizia è già datata e lo potete leggere qui.
Sono curioso di seguire la vicenda, se ci sarà un seguito.
Che fare? Teoricamente lo Stato dovrebbe intervenire, ma: avrebbe senso lasciare che la notizia si sgonfi a livello nazionale, per rimanere un fenomeno confinato nel territorio della Campania?
Io penso di no. La parola ha sempre potere.
Quello che temo, conoscendo i nostri governanti, è l'indifferenza. Indifferenza giustificata da un semplice fatto: queste notizie non hanno presa a livello nazionale. Non fanno parte del "circensis" che distrae il popolino. Di questo ne sa qualcosa Saviano.

giovedì 19 novembre 2009

Via Joe Strummer

Un piccolo comune della Sardegna intitola una via a Joe Strummer, l'indimenticabile leader dei Clash. Io obbligherei tutti i comuni ad intitolare una via al Faber, ma non discuto la scelta degli amici sardi e neppure il prestigio del personaggio prescelto. 
Mi sento in dovere di ricordare (alcune decisioni sorprendenti non vanno lasciate scivolare nell'oblio)  chi ha ben pensato che una biblioteca intitolata a Peppino Impastato non sia coerente con la "territorialità" di un partito come la Lega Nord. 
Sembra di accennare a due mondi separati, e forse è proprio così. Il guaio è che a me non piacciono entrambi, riflettendo. 

lunedì 16 novembre 2009

La solidità del topo

Tre topi, più uno.
Il primo è africano, infilzato malamente da una stecca di legno, sfrigola controvoglia sul fuoco per placare la fame di pochi disperati; poco prima non era certo infastidito dalla presenza del carnefice, le cui scorte alimentari (per misere che siano) ed i quali rifiuti sono delle autentiche ghiottonerie.
Il secondo è indiano. Appostato nella penombra, dietro una colonna, attende tre povere donne, molto lontane da noi e vestite di poco, che portano latte e cocco nel tempio di Karni Mata. Sfamano i sacri ratti.
Il terzo è un topo metropolitano, vive nella stazione di una grande città. Un debole sibilo accompagna una pioggerella mortale, che cola nel sacco dell’immondizia dove sta allegramente banchettando. Il veleno penetra all’interno attraverso i buchi che gli stessi topi hanno praticato.
Il quarto è bianco, è un messo della Dea Bendata. Anch’esso vive nel tempio di Karni Mata.
Le donne che portano ogni giorno latte e cocco si augurano d’incrociare il raro topo bianco, foriero di lieti eventi. In effetti negli anni, a turno, lo vedranno e l’incontro porterà realmente fortuna, ma di una qualità vaga e difficilmente identificabile; una delle donne concluderà che la buona sorte è sempre la stessa cornice, che può accogliere un solo telaio alla volta fra gli infiniti possibili.
Della morte del primo si rallegrano tutti nel villaggio, anche chi non ne ha goduto.
Della dipartita del secondo, nessuno se ne accorgerà.
La scomparsa del terzo verrà appresa con soddisfazione, poiché i topi sono animali sporchi e spargono malanni. Infatti la stazione in cui è nato è un rudere fatiscente. L’aspetto potrebbe essere gradevole in sé – i ruderi alitano storia a chi li interroga – ma non in questo caso, poiché è un rudere moderno e tristemente risalta solo il suo stato di pietoso abbandono.
Anzitutto è sporca; indolenti lavoranti saltuariamente ramazzano lo spazio piastrellato di fronte al primo binario, che immediatamente s’insozza. La sala d’aspetto è chiusa da tempo, come del resto i servizi igienici. Le stazioni sono luoghi in cui si consumano attese, ma spesso presentano con indifferenza cessi molto trasandati. La sala d’aspetto, quand’era utilizzabile, era però scialba. Non c’erano neppure riviste di tre, quattro anni prima; nessuna possibilità di distrazione.
In questa maledetta stazione, dicevo, i cessi soffrono d’un perpetuo guasto, nel senso che i lavori non iniziano mai e la minaccia di ristrutturazione aleggia come uno spettro, cosicché due coppie di topi molto cattolici un giorno si sono giustamente spartite i servizi ormai in disuso.
Poi, una notte, degli uomini in tute gialle impenetrabili, con mascherine protettive e sguardi vacui dietro a curiosi occhiali da aviatore, con bombole velenose sulle spalle, sono intervenuti ed hanno sterminato i topini.
La morte del topo bianco, invece, non è prevista dall’ordine naturale delle cose.
Questo gran brulicare di topi d’ogni foggia alimenta un coro mondiale rosicchiante; il brusio di topastri non è percepito in stazione, sovrastato dallo sferragliare dei treni e persino dalla preistorica littorina a gasolio. Tutti gli altri topi sparsi nel mondo, uniti nel grande coro universale dei roditori, non si curano minimamente delle stragi cittadine. Rapiti dalla foga rosicante sciolgono nel loro stesso mormorio anche il proprio squittire. Soltanto il colore verde acqua delle panche, nella sala d’attesa chiusa, si ravviva per un istante allo squittio agonizzante dell'ultimo topino, perché nessun culo mai soffocherà la placida traspirazione della vernice finché ci sarà una stazione da derattizzare.

venerdì 13 novembre 2009

La storia del rock

E' un sito linkato nel blog di Luca Sofri (da me linkato, è wittgenstein).
Si chiama wolfgangsvault; è molto interessante, contiene anche rare registrazioni.
In effetti questo mio post sarebbe superfluo, ma meglio spargere semi (con cautela e destrezza) che lasciarli disseccare.

mercoledì 11 novembre 2009

L’antiSaviano


Mentre ascolto le parole sempre toccanti di Roberto Saviano, ripenso a chi gli domanda di candidarsi per la presidenza della regione Campania.

Si presume che il prestigio di una persona possa catalizzare su di essa consensi (e fino a qui non ci piove) e quindi potere. Si pensa che il prestigio sia anche garanzia d’autorità e quindi di successo, ma su questo punto nutro i miei dubbi: quanti potenti sono morti ammazzati?
Non è per il timore di conseguenze sanguinarie che lo prego di non candidarsi, ma semplicemente perché ha già un ruolo. Un ruolo importante, perché Saviano cerca disperatamente (considerata le sua condizione di recluso) di farci capire che le parole libere e quindi vere hanno una forza dirompente e non bisogna lasciare che si fermino.
Siamo ormai abituati a imprenditori, tecnici e professionisti di vari settori che si danno alla politica, a marchettare che diventano soubrette, a critici d’arte che fanno gli opinionisti e non mi sembra che questo saltare piè pari da un ruolo all’altro stia producendo alcunché di buono. Anzi, è accaduto il contrario: sagaci prima, ottusi e venduti poi.
Chi ha avanzato pubblicamente questa richiesta (leggi qui) lo ha fatto in buona fede, ma a mio parere sbaglia di grosso: è quello che desiderano anche i suoi nemici; un Saviano distratto è “un po’ meno Saviano". Un Saviano che deve scendere a compromessi (è la natura della politica che lo impone) è un Saviano con le mani sporche, che deve quindi abdicare da sé stesso. Roberto Saviano politico sarebbe l’antiSaviano.

Roberto: continua ad essere ciò che vuoi essere.

martedì 10 novembre 2009

10/11/2009, Auguri Alessandra!



Fra le cose che il mare getta
si cerchino le più disseccate,
zampe violette di gamberi,
testine di pesci morti,
soavi sillabe di legno,
piccoli paesi di perla,
si cerchi ciò che il mare ha sfatto
con inutile insistenza,
ciò che ha rotto e squassato
e abbandonato per noi.

Pablo Neruda

Tanti auguri Alessandra!
Chi sarà mai quell'Homer Simpson?
Un bacio e un omaggio!



domenica 8 novembre 2009

L'uomo che lava la strada

Uscendo di casa, la mattina, ancora intorpidito affronto una breve salitella. Io costeggio il muro scalcinato sulla sinistra e l’occhio cade sempre sulla destra: c’è qualche metro quadrato di asfalto bagnato. Sempre nello stesso punto. Davanti alla cancellata bianca di una villetta.
La prima volta ho dedotto che di notte era caduta una modesta pioggia, ma dopo pochi passi mi sono ricreduto, perché la pioggia non è così selettiva da bagnare solo 10 metri quadrati.
Per qualche giorno, complice il sonno, l’inganno si è ripresentato. Sempre nello stesso punto, sempre questo rettangolo bagnato dalla pioggia. Un rettangolo perfetto se non fosse posto in discesa. Motivo per cui il lato più in basso rispetto alla pendenza si frastaglia in piccoli e numerosi rigagnoli.
Quando avevo ormai accettato l’ennesimo mistero della mia esistenza, la scoperta: è bastato anticipare la mia partenza di 2 o 3 minuti per incontrare ogni mattina l’uomo che lava la strada.
Un ometto sulla settantina, corporatura minuta ma ben nervosa (le braccia scoperte sono come rami di un esile ulivo, accennano disperate torsioni), forse un artigiano. Il volto ovale ma spigoloso, i capelli bianchi, corti e fitti. L’abbigliamento è sempre lo stesso: vecchi mocassini castoro, pantaloni d’anonima tuta blu e maglietta giallo canarino a maniche corte.
Tre secchi a terra: uno bianco, uno blu ed uno verde. I secchi sono pieni d’acqua e l’ometto, con sorprendente precisione, lava il rettangolo di asfalto che tocca la sua proprietà. Dal confine fino a metà della strada, mai oltre. Meticoloso dosa la forza della secchiata e, svuotati i tre secchi, ha soddisfatto la presunta ansia di pulizia.
Ci sarebbe molto da dire intorno a questa mirabile idea, ma, a prescindere: passando io lo guardo, lui mi guarda. Io accenno un sorriso reclinando la testa, mentre la sua espressione è ferma da chissà quanti decenni; pare che tutto sia già visto e che la sua attività mattutina sia assolutamente comune.
Ora è iniziata la brutta stagione. Questa mattina piove e tira vento. Le foglie arrugginite degli aceri svolazzano confuse. L’ometto si accontenterà del lavoro della natura, oppure attenderà che spiova per lavare la strada? Da quanto tempo lo fa?

venerdì 6 novembre 2009

...Sempre intorno a "gnente"

Ovviamente il “gnente” non è un errore di traduzione e altrettanto ovviamente compare in vari punti del libro, anche nella vecchia edizione. D’altro canto, senza riferirci alla traduzione di questo libro (oltre tutto pare che la prosa di Grass sia molto impegnativa da tradurre e penso che anche leggendola in italiano lo si possa cogliere) anche le mie nonne pronunciavano un nitido “gnente”.
Nello sforzo immane di esprimersi in italiano di fronte al sottoscritto (ma il dialetto l’ho imparato!) sputavano questi termini che palesano uno sbiascicamento a stento trattenuto.
Come dimenticare “iptus” e “pisicologo”, con doppia "esse" se l'accento è meridionale…
Precisato questo, per evitare affrettati giudizi di chi legge, continuo a sognare il tamburino di Danzica che sfracella gli studi di X-Factor.

martedì 3 novembre 2009

La Moussenorvegicus

Dovendo sostituire la foto d'intestazione così precocemente (è giusto così, non essendo mia), ho ben pensato di celebrare una sorta di cerimonia funebre del mio amato Mus (in realtà il blog non chiude e nemmeno vario il nome; è soltanto un pretesto), che sublima ineluttabilmente in Mousse.
Pubblico quindi la ricetta principe per cucinare il ratto labirintico: la Moussenorvegicus


Ingredienti per 5 persone:
-500-600 g di Mus Norvegicus non puliti
-100 g di fegatini di Mus Norvegicus
-80 g di cipolla
-40 g di carote
-30 g di coste di sedano, timo, rosmarino, lauro, prezzemolo, 1/2 aglio, bacche di ginepro
-3 fogli di gelatina (colla di pesce)
-1 bicchiere di marsala secco e cognac (2 cl)
-1 bicchiere di vino rosso (1 dl)
-2 dl di brodo di pollame
-2 cl di olio d'oliva
-1 dl di panna montata
-sale e pepe quanto basta


Per prima cosa pulite con molta cura i roditori: il fegato serve per la ricetta, ma nella mia versione lascio la anche la vescicola biliare per conferire un sapore più aggressivo alle carni.
Potrebbe sembrare disgustoso, ma grazie a Dio il grande Saramago mi supporta qui.
Una volta ben nettati, dividere i Mus in 4 pezzi facendo ben attenzione a non rompere la vescica biliare e rosolarli in una casseruola con metà olio .
Aggiungere le verdure tagliate a pezzetti e continuare la cottura in forno per 15 minuti. Levare il grasso (facoltativo!) ed aggiungere gli odori. Dopo 5 minuti circa, bagnare con il vino e farlo ridurre completamente.
A questo punto Togliete i roditori dal tegame e disossateli. Rimettere nel tegame le ossa insieme al brodo e far bollire lentamente per 30 minuti.
Passare il fondo nel passino fine e rimettere sul fuoco fino a ridurre tutto a 1/3 di 1 (125g). Rosolare i fegatini nella rimanenza dell'olio, lasciandoli al sangue. Intanto mettere a bagno la colla di pesce. Passare al tritatutto la carne (ricordo sempre che a questo punto è insaporita dalla rottura della vescica biliare) e i fegatini, sciogliere la colla di pesce nel fondo ottenuto precedentemente, mescolarlo con la carne, il cognac, il marsala e i fegatini, passare tutto al setaccio (quando è ancora tiepido) e controllare sale e pepe. Lasciare riposare in frigo.
Non appena la mousse comincia a tirare, aggiungere la panna montata mantecando delicatamente con una spatola di legno e procedere immediatamente a riempire gli stampini o uno stampo grande.
Lasciare riposare almeno12 ore in frigo.


Ecco! Fantastico, no?! Accetto ben volentieri migliorie alla ricetta.

lunedì 2 novembre 2009

Daymare Town 2 - Giochi by FlashGames.it

Daymare Town 2 - Giochi by FlashGames.it

Un saluto



Quando Alda Merini incontrò per la strada l’insondabile Cuccia, nella Milano del dopoguerra, gli disse: “Senta Dottore, ho fame!”.
Lui rispose laconico: “Buon segno”.
Circa 15-20 anni fa conobbi la Merini grazie ai mitici “100 pagine a mille lire”; questi libricini striminziti, per quanto criticati dai puristi della letteratura, ebbero il pregio di far conoscere grandi autori ad un prezzo stracciato. Erano semi, semi e nulla più. In quanto tali soggetti alla rigida legge della parabola del seminatore.
Quindi: allora Alda era già riconosciuta come una grande del ‘900, eppure alcuni personaggi del mio quotidiano, con una cultura letteraria più ampia della mia, ridevano della mia eccitazione per le sue poesie: “E’ il vostro solito autore alternativo?”. Erano così preoccupati di preservare l’ordine comune delle cose, da essere accecati. Eh! Si! Accecati, perché eravamo alle porte di Milano! A pochi chilometri dalla poetessa. Eravamo mi-la-ne-si!
Io rispondevo che Quasimodo, non certo autore alternativo, non aveva pensato come loro, grazie a Dio.
Questo disinteresse nei confronti della Merini mi è rimasto impresso, perché pochi a Milano, nella sua città dell’alfa e dell’omega, hanno mosso un dito per aiutarla a vivere con dignità. Ora, come sempre accade, tutti ne parlano come della “nostra Alda”.
Come tutti gli artisti veri, lei, all’indifferenza ha risposto con le parole, con gli atti. Questo insegna almeno due cose importanti (a mio modestissimo avviso): l’arte non si fa, ma si vive. Si è l’arte, non la si fa. O meglio il processo creativo non è a comando, è un gesto spontaneo, un bisogno agrodolce dell’artista e spesso – colgo l’occasione - l’artista non è un uomo migliore, dall’esistenza comoda in tinte oniriche.
La seconda cosa è che l’insensibilità e l’ignoranza degli uomini di ogni estrazione sociale è grande: la Merini ha sempre risposto al disinteresse con le parole, ma in queste parole c’è la sofferenza, che pochi hanno colto, o forse - ancor peggio – pochi in queste parole hanno intravisto un vissuto quotidiano, ma il “solito” esercizio estetico.
Beh, ciao Alda. Buon viaggio.

venerdì 30 ottobre 2009

Non c'è più "gnente" da fare...



Pochi giorni fa, di mattina, offuscato perché appena risorto dalla piccola morte del sonno, stringendo troppo la curva a sinistra per andare in bagno e quindi urtando l'angolo del tavolo con l'anca, maledicendo tutti gli Dei, mi sono contorto dal dolore e lo sguardo è andato verso i miei libri seguendo la traiettoria browniana indotta dal male; precisamente l'occhio si è fermato - esaurito il moto - su "Il tamburo di latta" di Gunter Grass. Di questo libro straordinario ed epocale ne ho due copie, perché la prima (dei miei genitori), un'edizione Feltrinelli degli anni '60, sta attraversando la sua fase autunnale e quando la maneggio perde sempre tre o quattro pagine ingiallite.
Ripreso l'uso della gamba ho spostato la copia più recente sul tavolo, con l'intenzione di sfogliarla la sera.
Più tardi, in metropolitana, apprendo che Francesco De Gregori sarebbe stato ospite (la sera stessa) a X-Factor. La notizia mi ha sconvolto. E' la fine, tutto è perduto ormai.
Mi sono chiesto cosa possa fare o dire durante quel programma cassonetto colui il quale ha scritto che "l'uomo che cammina sui pezzi di vetro dicono ha due anime e un sesso di ramo duro in cuore e una luna e dei fuochi alle spalle mentre balla e balla sotto l'angolo retto di una stella"?
Cosa può pensare San Francesco De Gregori al cospetto di Morgan, ben agghindato da domatore circense di pulci, lurida fighetta insipiente e imbellettata, che nasconde il suo nome lombardo-puro perché di "MarchiCastoldi" ce n'è a bizzeffe tanto che io stesso ne conosco ben tre, escluso lui?
E perché ci va, poi, mi domando, San Francesco De Gregori? Per denaro? Per degenerazione cerebrale? Per ischemia? Perché?
Si, non c'è più niente da fare.
Cosicché, la sera, sfogliare "Il tamburo di latta" vagheggiando che l'urlo vetricida di Oskar avrebbe fatto scempio delle vetrate del volgarissimo carrozzone di Rai 2, infrangendo financo i pannelli di plastica e resine, al passo coi tempi il caro Oskar, immaginare Morgan finalmente pettinato dalla voce del nano lirico tamburinante, sognare San Francesco De Gregori rinsavito dal tre quarti dirompente al rumor di latta... questo impegno di fantasia è stato una logica conseguenza della giornata in cui è caduto l'ennesimo poeta.
Eh si... Non c'è più niente da fare, anzi "gnente"... Tanto che l'edizione recente del libro (sempre Feltrinelli) riporta sulla copertina a caratteri cubitali "NUOVA TRADUZIONE", mentre sul risvolto si precisa che la nuova traduzione è per celebrare i 50 anni dalla prima edizione del '59 e a pagina 114, capitolo "La tribuna" del Libro Primo c'è scritto "Speriamo che non significi gnente!"... 
Non c'è più "gnente" da fare...

lunedì 26 ottobre 2009

Formalità



In una sera di aprile, mentre una pioggia leggera ma incessante batteva le strade e le campagne, due persone si accingevano a servire la prima portata a degli ospiti (come di rito, a quel punto si considera iniziata la cena e andrebbe subito introdotto un argomento consono all’occasione).
Mentre i quattro si passavano di mano in mano altrettanti piatti di diversi antipasti con un poco d’imbarazzo (perché l’argomento tanto auspicato non affiorava alla mente dei presenti) la gatta stanca e indolente girovagava fra due gambe del tavolo e sotto due delle quattro sedie.
La gatta emise il suo caratteristico suono, mentre zampettava: una “i” seguita da una “a” lunga , un “iaaaaaaaaaaaaaaa….” ben sostenuto dal diaframma; infatti un orecchio minimamente istruito al canto poteva notare che la seconda (e ultima nota) non era mai calante.
La padrona di casa a quel punto fece notare che gli asparagi erano quasi cotti e a breve sarebbero comparsi sulla tavola.
L’ospite femminile rispose con dispiacere circostanziato di non aver mai assaggiato gli asparagi, pertanto non poteva assicurare un buon successo al piatto (ma questa seconda considerazione era solo intuibile, non certo verbalizzata) e intercalò il suo intervento con diverse risatine brevi e galoppanti, quasi nitriti.
Seguirono quattro, cinque secondi di silenzio, interrotto da un secondo e lancinante “iaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa…..” (la gatta rifece il medesimo percorso all’inverso: passò sotto due sedie e in mezzo alle due gambe del tavolo che si aprivano come un portale verso la sala buia).
L’ospite femminile si voltò verso il suo uomo, domandando se per caso lui avesse mai assaggiato gli asparagi.
Il padrone di casa si versò il terzo bicchiere di rosso, sorvolando sulla formalità di servire il vino agli ospiti a dispetto del protocollo.
L’ospite maschile inarcò leggermente le sopracciglia verso il naso, come per spremere la parte arcaica del cervello e trarre da ricordi ancestrali il sapore (e l’opinione) intorno all’asparago, ma nulla sovvenne. E’ questo un fatto molto curioso, poiché i sapori fanno parte di un patrimonio collettivo e recondito.
Si arrese: “…No… non ho mai assaggiato gli asparagi, non so se mi piacciono…”.
Il padrone di casa versò per sé il quarto bicchiere di vino ed il secondo per la padrona di casa.
Si rividero a cena dopo due anni. La pioggia lavava con meticolosità le strade, la gatta si spostava pendolante fra ciotola e cuccia emettendo il suo lamento da rivendicazione felina.
La padrona di casa cucinò ancora asparagi, che gli ospiti non mangiarono perché anche due anni prima non cedettero alla tentazione di assaggiarli.
Il padrone di casa bevve una bottiglia di buon rosso da solo.
Si rividero dopo altri due anni.