venerdì 31 dicembre 2010

Confessione choc???

fonte: Wikipedia
Trovo assolutamente ridicolo questo articolo, secondo il quale la confessione di Abel Ferrara (durante il suo soggiorno napoletano andava a Scampia per acquistare droga eccetera eccetera, per dirla alla giovane Holden) possa scatenare choc.
Vorrei ricordare soltanto un film: Il cattivo tenente.
Così, per citazione: in quel film, il tenente in questione rivolge nientemeno che a  Cristo un sofferto "Stronzo, topo di fogna, lurido topo di fogna!". Insomma, Abel Ferrara è sempre stato EVIDENTEMENTE un poco drogato, alcolista, sofferente, angosciato.
Anche lui mi fa sorridere: che razza di confessione è? Per me sarebbe uno choc apprendere che Ferrara sia da sempre un talebano Straight edge. Bah...
Ciò detto, il regista mi piace. Del film citato consiglio la visione del "remake" di Werner Herzog, virgolettato perché Herzog si è indignato, quando Abel ha etichettando l'opera come tale, come scopiazzatura, detto senza fronzoli. Herzog  afferma che si è liberamente ispirato; io sono d'accordo. Il contesto è completamente diverso, l'episodio dello stupro della suora, il tema di fondo - religioso - che incrina la putrefatta armatura del tenente, in Herzog, non c'è. 
E poi, che cazzo, diciamolo: come si può attaccare un maestro come Werner Herzog?

Share

giovedì 30 dicembre 2010

Ciao Don!

fonte: Wikipedia
Apprendo oggi della scomparsa di Don Van Vliet, Captain Beefheart per gli amici. Ovviamente la notizia è stata riportata da pochi.
La sclerosi l'ha consumato. Ciao Don!
Inutile (e veramente arduo) definire la sua musica; arduo anche l'ascolto. Quello che mi sento di scrivere è che per destrutturare a tal punto una realtà (come Don ha fatto con le note) e ristrutturare le macerie ottenute, si deve essere uomini "oltre". Oltre il quotidiano, oltre le regole, oltre il pensiero diffuso e quello raro, quello essoterico o esoterico. Oltre la cultura, infine...
Un "grandemente oltre", perché i pochi che lo apprezzano sanno bene: fra mille anni, sarà sempre un genio di nicchia, un genio d'una lampada kitsch nascosta in un angolo remoto della credenza, ma, fra mille anni, sarà ancora riconosciuto come uno dei grandi rivoluzionari della musica e, ancora, fra mille anni, famosi artisti continueranno ad annoverarlo fra le fonti d'ispirazione.
Perché sia ben chiaro, una volta per tutte, che la Pausini muore con la morte fisica, ma gente della razza di Captain Beefheart è fatta d'altra sostanza immortale e sanamente immorale.
Per chi vuole conoscere tutta la musica, per gli audaci, per i sognatori e - perché no - per gli incazzati masochisti, obbligatorio questo disco.
...E allora un saluto caldo, caldissimo, caro Don; una lacrima, anche. Come posso dimenticare il trauma subito al primo assaggio del tuo mondo musicale?
Ciao Don, and Lick My Decals Off, Baby!


Share

martedì 21 dicembre 2010

Il telo antiatomico


In base a questo articolo del POST, allora, forse, quella che mi pareva una immensissima stupidaggine, potrebbe avere un senso?
Cioé, in caso di esplosione atomica, se dovessi essere sufficientemente lontano, trovando (o scavando) una buca, infilandomi dentro, coprendo l'apertura col telo antiatomico... avrei qualche possibilità di sopravvivenza?
E' strabiliante...

Share

lunedì 20 dicembre 2010

La tosse di Schiele

Questa mattina sul treno ero seduto davanti a una signora, sui sessanta penso, che vedo spesso in stazione. Piccola, secca e ossuta, sembra un autoritratto di Shiele.
La signora fuma sempre, in continuazione; non è che il fatto mi colpisca, l'ho solo notato, anche perché mi difendo bene in fatto di fumo.
Oggi, in treno, si è messa a tossire: una tosse veramente insolita. Una tosse da magnesium phosphoricum, convulsiva, irrefrenabile, secca, una sorta di "eheheheheheheheheh...". Cioè, chiudendo gli occhi pareva una risata, ma era tosse. Questa tosse la sento alla mattina, in stazione, da anni, e da anni mi domando chi tossisce in questo modo così curioso, una secchissima tosse-risata, "eheheheheheheheheh!". Ho chiuso il cerchio.
Quindi, tornando al treno, un tizio al mio fianco s'è alzato la sciarpa fin sopra il naso, a mò di mascherina protettiva, come se la donna fosse affetta da peste polmonare. Io l'ho guardato con un po' di commiserazione, perché - così, dall'espressione che ha - secondo me quel tizio teme le risate, quanto la tosse.

Share

domenica 19 dicembre 2010

The submachine

Vi linko il sito di Mateusz Skutnik, geniale creatore di giochi. Non ho mai capito (non me ne sono mai interessato) se questi sono tecnicamente degli "escape" o degli "adventure", penso siano i secondi; certo è che sono veramente ben fatti, sia come grafica, che - soprattutto - come architettura. E' un genio. E' un folle, a meno che dietro al suo nome ce ne sia più d'uno, di folle. Meglio per lui, perché non sarebbe solo.
Consiglio caldamente di avventurarvi nella serie Submachine e in Daymare Town.
Conviene prendere appunti, o salvare le schermate (s'intuisce quali...), altrimenti i tempi si allungano infinitamente.
Per i drogati da Iphone, c'è la sezione degli appositi giochi.
Buon faticosissimo divertimento.

Share

La sacra famiglia


"Se l'uomo è formato dalle circostanze, 
è necessario formare le circostanze umanamente."

K. Marx e F. Engels, La sacra famiglia


Share

martedì 14 dicembre 2010

Grandi writers!

Io questi li invidio profondamente e sinceramente.
Un blitz perfetto: bloccano il treno, neutralizzano il personale, imbrattano e poi si danno alla...

Share

domenica 14 novembre 2010

La crepa madre


Il progetto del mio primo romanzo è il seguente:
dalle fondamenta della mia casa, lato ovest, si sviluppa una crepa. Impercettibile avanza pian piano, e, salvo qualche raro gemito che ricorda scricchiolii di gusci di noce, silenziosa divide esattamente a metà la casa, poi avanza inesorabile e crea una ferita spaventosa nel pianeta. Come una mela privata di uno spicchio.
Quindi: a parte il dover dividere questa zona del mondo a metà (gli impianti, le strutture, etc..), con tutti i problemi derivanti, tralasciando lo stupore perché il pianeta non si distrugge per "fuoriuscita di nucleo", bensì si cicatrizza, a parte tutto questo, un giorno capirebbero che è nata a casa mia, proprio qui.
E allora fama, denaro... interviste e copertine (io esprimerei le mie perplessità sulla nascita nel lato ovest, così per introdurre un po' di pseudoscienza); insomma, una vita che proprio mi metterebbe in difficoltà. Mi distrugge la ribalta. Non mi interessa. 
Penso che il finale sia tragico:  deciderei di suicidarmi lanciandomi nella crepa, ma, mancandomi il coraggio, mi lascerei planare nelle viscere della terra con un parapendio, scomparendo negli sbuffi sulfurei del crepaccio inaudito.
Boh, magari lo scrivo.

Share

venerdì 5 novembre 2010

Ora che lo schifo è evidente...


Da sempre mi domando con quale coraggio parte dell'ambiente cattolico e pseudotale abbia, di fatto, elevato il Cavaliere a modello sociale e morale. Avendo anche frequentato ambienti ultracattolici (non perché ne condivida le idee, ma per comuni amicizie) ricodo bene la fatica di questi personaggi orridi nell'arrampicarsi sui vetri; tra uno sputo a Darwin ed un altro verso Napolitano, eleggevano il Cavaliere a supremo difensore della famiglia e della cultura cattolica, cercando (ovviamente senza successo) di persuadermi delle loro idee perniciose.
Io mi domandavo come si potesse essere così accecati da non vedere la profondissima e genetica immoralità del soggetto; ovviamente sapevo che si trattava solo di un atteggiamento di facciata, quello dei miei interlocutori, un goffo tentativo di giustificare il voto ad un furfante, che però rappresentava in modo vincente la loro idea di società. Aggiungo alla lista quei miserrimi della chiesa che "consigliano" un voto antiabortista, sempre e comunque, sorvolando sulle altre zozzerie che questo voto incapsula pericolosamente.
Quindi, concludendo, ora che il Cavaliere è affetto da una sorta di colera morale, per cui l'immoralità liquefatta sgorga da tutti gli orifizi e non è più trascurabile perché sulle prima pagine di tutti i gionali, ora che il governo non esiste, non lavora, perché si è troppo impegnati a difendere il santo Cavaliere, ora che persino dei suoi fidi scagnozzi della carta stampata non possono negare qualche "errorino", ora che il forum delle famiglie si dice in imbarazzo, ora che degli alti prelati tuonano contro Silvio... ecco... ora...
Ora che, grazie alla vostra propaganda ipocrita ed egoista, alla vostra mistificazione della realtà, ora che avete dato un contributo importante alla spinta che ci ha condotti nelle fogne, ecco, ora vi dico che siete soltanto una cancrena sociale. Da sempre lo siete, che sia chiaro.

Share

martedì 19 ottobre 2010

Più dita

Quando arriva il periodo caldo e la città pullula di sandali, allora seduto in metropolitana spesso mi ritrovo a guardare i piedi. A me piacciono i piedi, cioè, intendo esteticamente.
Anche i miei piedi non li trovo niente male; aggiungo che se la mia bellezza globale fosse al pari di quella dei miei piedi, ecco... Forse sarei un semidio, almeno.
Ma, a prescindere da questo: in metropolitana mi capita di perdermi fra le dita (se sono belle) e forse questa deriva mi confonde, perché talvolta di un piede conto 6 dita. Anche sette, mi è capitato una volta.
Questo errore percettivo è fortunatamente effimero, quindi conto al secondo o terzo tentativo - con esattezza - il numero di cinque, ma anche di quattro (anche questo mi è capitato una volta).
L'aspetto della vicenda che mi fa riflettere anche ora, a estate sepolta, è che quando conto un numero di dita superiore a cinque, non mi stupisco di ciò che vedo, ma del fatto che queste persone sfoggino con noncuranza questa proliferazione anomala. Io non reggerei.
Se, invece, ne conto quattro, il pensiero è di pietà, poiché dietro a quel numero penso che si celi una tragedia.
Beh, tutto qui. Queste diverse reazioni di fronte al numero delle dita m'incuriosisce.

Share

venerdì 17 settembre 2010

....E ci credo....

Pensavo che Paracelso, se la storia è vera, era per forza di cose bello tranquillo, concentrato sulle sue misture, sugli alambicchi ed i temi natale al momento del concepimento e non alla nascita e sulle segnature ed i metalli ed il laudano e l'iperico che allontana i vermi dal formaggio che è lì bello tranquillo a stagionare e sulle ondine, gnomi e spiriti della natura, e sul sangue del paziente impastato a cera per trasmettere i rimedi e nei roghi dei libri all'università, perché lui era la verità, e tutte queste belle cose.
Lui era lì, bello sereno, perché da bambino un maiale gli aveva staccato (senza restituirli) i genitali con un morso.
Share

Generatore di poesie Bondiane


E' toccante come il Ministro Bondi debba (DEBBA) ricordarci di essere la "guida" culturale dell'italiche genti.
Toccante. Forse pensando a Bondi non salta in testa la cultura? Io ringrazio il Dio competente del caso, perché ci ha donato Bondi. Voi non capite. No.
Ordunque, il Ministro ci rammenta il suo umile ruolo minacciando di cacciare il naso nella giuria del festival del cinema di Venezia.
Se qualcuno, per caso, avesse dubbi sulla preparazione artistica del Ministro, consiglio di cliccare qui e generare qualche poesiuola nel suo invidiabile stile.
Si, perché la poetica del Ministro può essere imitata solo da un potente microprocessore. Nessun umano può tanto.
Ringrazio sempre il relativo Dio competente (in questo caso intendo quello della creatività informatica); come potremmo vivere dignitosamente senza queste entità tutelari? Bah...

Share

mercoledì 15 settembre 2010

venerdì 10 settembre 2010

C'èsare

Mi capita sempre quando sono triste (ma triste sul serio, non un pochetto malinconico) che, per prima cosa, incappo in un libro di Pavese in offerta stracciatissima, allora lo compro e lo rileggo, perché già l'ho letto ma non resisto. Per esempio pochi giorni fa, all'edicola della stazione FS di Sesto San Giovanni, c'era "Prima che il gallo canti" a 1 €! Giuro, 1 €!
Allora, quando sono triste, quindi, mi rileggo Pavese e la lettura mi devasta l'anima ancora di più, con 'sto ronzio del silenzio e le lampade all'acetilene e le grotte cigliate di capelvenere e le labbra spumose delle onde del mare e così via...
Allora poi entro in una seconda fase, durante la quale mi guardo intorno e soppeso la mia inutilità contingente, perché mi ritrovo a devastarmi l'anima (già cariata), leggendo Pavese e la sua ineluttabile umana solitudine, consapevole che mi stia facendo del male, mentre fuori di me accadono fatti importanti, tipo i segnali di questi ultimi tempi intorno ad una (dico io) meritata e lenta agonia del governo.
Questo fatto mi disturba un po', perché non vorrei mai che qualcuno più devastato di me collegasse la mia tristezza alla fine dell'era Berlusconi, che, sia chiaro, al contrario mi rallegra e ridesta in me la speranza. E' uno di quegli eventi per cui potrò dire con orgoglio: "Io c'ero...".

giovedì 19 agosto 2010

Le dolci correnti della banalità

La musica di Venditti (salvo il periodo culo e camicia con San Francesco De Gregori e pochi altri brani "giovanili") non mi è mai piaciuta. La trovo retorica, sempliciotta e soprattutto ben studiata, mirata. Mirata alla vendita.
A prescindere dai miei gusti musicali, leggo questo articolo del Corriere di oggi, nel quale Venditti afferma di aver vissuto incontri molto ravvicinati con UFO, ma ancor più inquietanti sono gli episodi del "sole gemello" ed un altro: "Eravamo in un bosco e cercavamo una villa bellissima che sapevamo essere vicina all'albergo. Ma non c'era verso di trovare la strada: fummo colti da una sensazione di disorientamento. "Eravamo lì, a girare senza costrutto: non se ne veniva a capo. La strada, mentre la percorrevi, si "formava" di nuovo: prigionieri di un labirinto e del tempo".
Ebbene, questi avvenimenti non mi stupiscono più di tanto; mi sgomenta però il fatto che una persona, pur vivendo simili esperienze, avendo apparentemente un atteggiamento aperto e curioso, senza bollare certe esperienze (dirette) come semplici black out della mente, abbandoni la sua opera alle dolci correnti della banalità.

martedì 10 agosto 2010

Superficialità

Tempo fa un conoscente mi disse che nell'ultima puntata di Lost sarebbero tutti morti e che, inoltre, avrei potuto trovare la puntata in questione già su Youtube (essendo passata prima per canali satellitari e variamente digitalizzati).
Ebbene, ieri sera ho visto questa puntata su RAI2 e... Insomma, no... Non è che muoiano tutti, la faccenda è più complessa, molto più complessa, maledizione!
Questo fatto mi fa incazzare, perché se la melma in cui sguazziamo ha raggiunto ormai le ascelle, parte della colpa è da attribuire a questo atteggiamento superficiale, nella migliore delle ipotesi qualunquista.
Infatti, quando si parla delle vicende giudiziarie del nostro premier, spesso si sentono commenti del tipo "Eh, l'hanno preso di mira..." o "Eh beh, ce l'hanno con lui...". Potrei fare anche altri esempi, tipo: "Non uso l'omeopatia, perchè dicono che non funziona...", e così via... "Dicono" chi? Chi dice e in base a cosa? No, per Dio! Questa interpretazione della libera opinione è un male incurabile. I fatti hanno sempre ben altro grado di complessità.
Eccheccazzo, no. Le cose non funzionano così, per Dio!

venerdì 6 agosto 2010

Ontologia del tuttologo

Io non sono uno psicologo, però questa mattina pensavo ad un tuttologo che conosco. Tempo fa un giardiniere decorò il giardino di un'Associazione di cui faccio parte, in occasione dell'Assemblea dei Soci. Mise anche dei vasi di terracotta colmi di frutti somiglianti a quello della foto. Io li guardai incuriosito tutto il giorno, poi mi decisi: frutto in mano, interruppi la piena di parole del tuttologo del gruppo, chiedendo lumi. Egli si voltò e guardò il frutto per una frazione di secondo, sentenziando: è un cedrolimone maschio malassortito!
...Così, come se fosse un avido consumatore di cedrolimoni maschi e malassortiti.
Allora andai con lo stesso frutto dal vero acculturato del gruppo, che mi disse: cedrolimoneche? .... Ma valà... è il frutto di una pianta autoctona, immangiabile, è della stessa famiglia dell'albero del pane, ma non ricordo il nome.
Quindi, questa mattina, dopo una scarna riflessione, ho compreso che il tuttologo in realtà sa poco e nulla, ma è tale la sua sicumera nel rispondere che regala una certezza nell'interlocutore; il tuttologo è un insicuro e quale sarà il suo fine ultimo? Non lo so... Ma è veramente dura, immagino, l'esistenza di chi deve fingere di sapere tutto.

mercoledì 4 agosto 2010

Accendino elettronico

Anni fa ridevo come un matto quando la Piera (tabaccaia) alla mia richiesta di un accendino, mi domandava "Vuoi questo qui, o uno elettronico?". Io mi trattenevo, le avrei risposto "mi dai quello chimico?", ma mi sono sempre contenuto.
Poi però, da solo, ma la ghignavo e la prendevo troppo per il culo. Da sempre mi chiedo come diavolo è possibile che questo accendino sia elettronico. Io sono un po' ignorante in elettronica (e non solo), e proprio non capisco.
Purtroppo, se digito "accendino elettronico" in Google, ne saltano fuori a miliardi. E allora?
E' veramente elettronico? Cioè, tecnicamente lo è? Qualcuno mi può spiegare?

venerdì 30 luglio 2010

Quello che non si può dire...

A parte le solite considerazioni (corrette), per cui l'opposizione non esiste, e quelle insensate (secondo me), per cui Fini fa tutto questo per potere (...analisi veramente puerile. Per cosa si dovrebbe battere un politico? Altra faccenda è poi come utilizza il potere...), meno male che c'è Fini  e queste sue dichiarazioni mi hanno strappato un sorriso:
Fini dichiara che Berlusconi è illiberale. Il punto è che non può utilizzare il termine "fascista". Spassoso ne è il motivo: Fini lo (è) era, quindi per lui non può avere accezione negativa e inoltre molti suoi elettori lo scaricherebbero. Per Berlusconi, siccome è fascista e intanto si fa fotografare con la vedova Almirante, non sarebbe certo un'offesa ricevere tale attestazione verbale...

P.S.: notare anche il sorriso da bulldog francese di Minzolini (ma quando se lo porta via la peste?)

sabato 24 luglio 2010

Il fottuto trucco del Molise

Quand'ero bambino sospettavo che il Molise non esistesse. Non me ne abbiano i Molisani; l'indizio era che alle previsioni del tempo, quando elencavano le temperature d'Italia, Campobasso risultava sempre "non pervenuta".
Poi, crescendo, raffinai il mio dubbio: concepii quella regione semplicemente "sulla carta", con falsi confini, false istituzioni (all'insaputa degli uomini dello stato, lì peraltro stanziati). Un inghiottitoio di risorse, da spartire fra politici corrotti e avidi. Amici ne varcarono i confini, in entrata e in uscita. Cercarono di liberare la mia mente da questo inutilissimo tarlo, senza troppo successo. Durante la naja un ignobilissimo e parassita sergente maggiore sosteneva d'essere Molisano. Io stesso ci andai, ma la realtà mi parve ricoperta dalla tipica pellicola che secerne l'inganno.
Ora, pur restando sempre guardingo al nome del Molise, ho capito che la classe politica non ha bisogno di espedienti così contorti per derubarci denaro da destinare ai propri porci comodi. Devo tornarci al più presto.

venerdì 23 luglio 2010

Importante, contro legge Bavaglio... malgrado emendamenti...

Bloggari che per caso passate da qui... condividete e diffondete.

L'intelligenza del Moscone


Allora, questi sono i fatti:
Tizio si sveglia una mattina; sta campeggiando in una pineta in riva al mare.
Esce dalla tenda e un moscone gli ronza subito intorno, pesante e assillante.
Tizio esce dalla tenda per appartarsi ed espletare sacrosanti bisogni corporali.
Tizio (benché sia in una pineta) vaga qualche minuto per trovare un luogo che gli piaccia, che favorisca l'espletamento; il moscone lo segue passo passo, orbitandogli intorno ronzando.
Tizio trova il luogo adatto e si libera, quindi torna alla tenda.
Il moscone raggiante rimane nel luogo prescelto.
Allora mi domando da anni (soltanto oggi trovo il coraggio di chiedere pubblicamente): il moscone è regolato da meccanismi pavloviani, per cui all'umano che esce dalla tenda, seguono bisogni corporali da sfruttare?
Oppure: il moscone, in qualche modo, "sente" la presenza di detti bisogni, ancor prima dell'espletamento?
Boh.... se qualcuno conosce la verità... 

martedì 20 luglio 2010

La tizia che abita sopra di me (che non è figa e poliglotta come quella del disegno) urla di notte e di giorno, alle ore più disparate. Urla alla madre vecchia e malata, secondo me gliele suona anche, talvolta.
Sta di fatto che mi spaventa in piena notte, per sbraitare alla madre vecchia e non vedente, penso anche quasi inferma. Il che è gravissimo; inoltre mi sveglia (perché se lo facesse alle 6.30, quando mi devo alzare, vabbé...) e incomincio ad essere infastidito.
Allora chiamo l'assistente sociale, la quale (fanciulla dalla voce soave) mi dice che sanno già quasi tutto e la mia conferma è gradita, nonché utile alla causa.
Poi mi chiede se può fare il mio nome; io rispondo che "sì, per Dio... la povera nonna sta subendo di brutto. E comunque sono stufo"...
Lei mi spiega tutte le menate varie, poi mi dice che convocheranno la tizia, anche se:

  • cercheranno di convincerla a ricoverare la madre in una struttura apposita, ma ha un notevole costo e non la possono obbligare;

  • la tizia pare sia disturbata (non dalla madre, ma mentalmente) ed ha già rifiutato assistenza psicologica.

...In altre parole si può fare ben poco...
.....Mmmhhh...
Allora io che cazzo faccio? La centro in mezzo agli occhi con l'archibugio?

domenica 9 maggio 2010

Granchio

Granchio, sulla punta dei piedi, riuscì ad aggrapparsi ad una sbarra della rugginosa inferriata della cella e, col suo ciclopico braccio sinistro, si sollevò sino alla finestra.
Due cavalli annoiati strascinavano il corteo funebre lungo la strada del paese, un piccolo coagulo di case. Era talmente minuscolo che anche le finestre della galera davano su quell’unica via. Il carro col feretro procedeva levigando  la ruota sinistra contro gli scalini che si incontravano nel procedere, lentamente, accostato alla parte in ombra della strada.
Solo così, in quel soffocante caldo umido che bolliva le ali delle farfalle, si poteva evitare che il funerale di Floreana divenisse una strage. Alcuni decrepiti e immemori anziani sedevano lugubri e inorpellati su di una portantina africana a quattro posti, di cui nessuno ricordava più l’intrigato girovagare che aveva condotto l’oggetto da una lontana corte tribale in un luogo ancor più isolato.
Il suonatore di flicorno, il marito, era subito dietro al carro, solitario precedeva i parenti della defunta con la sua espressione stolida e allucinata, pietrificato in una smorfia insensata: la bocca era un taglio perfettamente orizzontale nel viso, i muscoli facciali perennemente contratti. Sembrava che volesse sorridere, senza riuscirci.
La madre di Floreana lo vedeva come un idiota, un omuncolo che aveva subito gravi danni al cervello.
Anche in quell’occasione lo sentiva emettere il solito sibilo inalterabile, che talvolta pareva seguire delle melodie precise e andava a rafforzare la convinzione di aver dato in moglie la sua figliola ad un ricco cretino.
Forse aveva sbattuto la testa, si pensava, la cicatrice come il segno di un morso dietro l’ orecchio era ben evidente. Può essere che per evitare la morte si fosse affidato a qualche rampante medico che l’aveva instupidito a vita. A Londra si era lasciato ammaliare da qualche chirurgo all’avanguardia (Londra brulicava di menti sublimi) il cui lasciapassare per i salotti borghesi consisteva nel partorire nuove tecniche operatorie e altrettanti arnesi sorprendenti, approntati all’uopo, per poi narrare alle dame insonni e alticce la cronaca del proprio piscio di genio e – nondimeno – per dare dimostrazione dinnanzi al pubblico nobile, stancamente incremato e profumato, raccattando barboni sozzi e morenti lungo il Tamigi.
In verità il concertista inglese godeva di piena integrità fisica e mentale, la cicatrice rimandava a  imprese cavalleresche, mentre tali disavventure scientifiche o similari,  fantasticate dalla madre di Floreana per pacificarsi l’animo, avevano regalato un’infermità al povero Granchio.
Il fatto fu che, anni prima, uno straniero di passaggio diretto a Golona aveva mostrato agli uomini nella locanda degli strani punteruoli e seghe di cui  esaltava la fine precisione (benché ricordassero gli usuali attrezzi per legno dei falegnami), poi pinze tremende con allarmanti denti di caimano ed altre beccute e storte, lunghe e sottili dal colore di metallo lucidato, che l’imbonitore dichiarava in grado di raggiungere un punto qualsiasi dietro alle costole praticando un minuscolo taglio, evitando gli sconquassi sanguinolenti e i danni mortali delle ardite gesta operatorie di Londra.
Fra i presenti vi era il medico condotto, un germanico dallo sguardo scintillante e folle, che non aveva ancora manifestato una qualche forma di pazzia, attesa dai più avveduti quanto il naturale avvicendarsi di una stagione con la seguente. Tutti ben ubriachi fra quei muri ammollati dai vapori di acquavite, fra risate catarrose e sputi nella segatura trasudante che mascherava il pavimento, dei suonatori ambulanti pizzicavano le corde di carcasse di strumenti che dicevano provenire dalle regioni del mar baltico.
Per inspiegabile crudeltà del fato, il medico, Dottor Kuptenvarf, notò nel baule dell’imbonitore un libro in lingua tedesca: “Trattato intorno alla puntura cinese”.
Il dottore, così affamato di nozioni d’ogni genere da miscelare a casaccio nella sua mente, da sobbollire e decantare per mesi e mesi producendo sintesi mutevoli, per poi venire accantonate senza rimorso, acquistò ad un prezzo esorbitante il libro misterioso. In poco tempo si fissò d’essere impratichito nella tecnica cinese dell’agopuntura, occidentalizzandola nella convinzione che con un taglio di bisturi in luogo d’un ago sottile si potesse ottenere un potenziamento degli effetti. Grave lacuna, inoltre, il fatto che il trattato non comprendesse la teoria dei cinque elementi (trascurò che il sottotitolo indicava “tomo secondo”)  e pertanto distillò malamente una teoria tutta sua, con presupposti completamente infondati. La sua ingenuità visionaria lo portò anche a dettagliare i suoi svolazzi al Decano dei Medici, spesso di passaggio per visitare la vecchia madre; quest’ultimo comprese il grave pericolo per la popolazione e dopo tre mesi apparve in paese un nuovo medico, con tanto di lettera imbustata con sigillo in ceralacca, da consegnare al Dottor Kuptenvarf. Per farla breve, il disturbato medico fu esautorato e rimpiazzato dal nuovo arrivato, per ordine del Decano.
Le conseguenze furono sconcertanti: gli abitanti del paesino continuarono a rivolgersi a Kuptenvarf (che li riceveva nascostamente, non avendo il permesso d’esercitare) mentre il nuovo medico dovette tornare, con non poca frustrazione, alla precedente occupazione d’assistente Decano in città.
In questo scenario surreale Joseph Beredich si rivolse al Dottore per risolvere la grave pietrificazione del collo. Due settimane prima, nella torbida atmosfera di una stanza impregnata di gemiti e umori, addolciti dal profumo di gelsomino, Floreana gli comunicò che sarebbe ben presto partita per Londra, data in sposa ad un promettente concertista, figlio di banchieri. Lo confessò dando le spalle, mentre s’infilava in un corpetto costrittore. Una falena orbitava intorno alla lampada ad olio seguendo circonferenze sempre più ridotte, per poi sfiorare il vetro incandescente e tornare ad un’orbita più sicura, lasciando una pungente scia di bruciatura.
Il gelo ghermì le ossa di Joseph; non proferì parola e, immobile, guardando il soffitto decorato da grossolani stucchi malamente assortiti, sentì nitidamente lo scroscio di vertebre che s’incastravano giustapponendosi perfettamente e saldandosi in un blocco monolitico. Fu un evento naturale, mirato alla sopravvivenza; cristallizzare immediatamente il rifiuto verso un destino monco, intrappolarlo nel duro osso portante.
Quando si udì l’ennesimo schiocco d’ustione della falena Floreana era già uscita, di lei non restava che una fetta di torta alle nocciole ed un lieve profumo di gelsomino che defluiva discreto dalla stanza infilandosi nel buco della serratura, trascinato via dalla donna che l’aveva liberato durante le ore di nudità.
Per diversi giorni Joseph non uscì da quella stanza, calando un cesto dalla finestra per avere di che nutrirsi e lasciando imputridire il tutto in un angolo della stanza da bagno. Nel silenzio si avvertiva il lento macinare dei pensieri, la cui farina tinta di rosso vivo odorava di gelsomino e di polvere degli stucchi che si disfacevano senza clamori.
Una volta impastato il prodotto del suo rimuginare, nell’attesa della lievitazione, Joseph riuscì a camminare stentatamente fino alla porta del dottore illegittimo, il cui onorario (fu chiarito subito) non consisteva in un pagamento in denaro o in natura, ma nel sorbire un’invettiva contro la presunta vecchia medicina, la protoscienza, esaltando l’efficacia della nuova medicina “Cinogermanica” e, soprattutto, nel godere del privilegio d’essere il primo paziente a varcare la soglia di una nuova era medica.
Kuptenvarf esordì ridicolizzando Paracelso (che Joseph confuse con un personaggio della mitologia greco romana), bollando come fantasie e credenze popolari le sue tecniche di impastamento di sangue e cera, ammettendo l’utilità di una carta astrologica del paziente ma alla data di nascita e non al concepimento. Sottolineò che i successi del falso genio consistettero spesso nella fortuna d’utilizzare il laudano nella giusta dose, di modo che non uccidesse il paziente, lasciando che il problema si risolvesse da sé.  Discreditò l’assurda teoria delle segnature, che tanto danno produsse nei goffi tentativi di curare il cervello con la noce. Lodò soltanto il gesto teatrale che compì bruciando i libri nell’aula dell’università; lui stesso aveva da poco appiccato un simbolico rogo d’un solo libro, poi calcinato e bevuto allungato con acquavite, per essere definitivamente evacuato nell’oblio delle scemenze.
Concluse che erano sepolti i tempi nei quali le piante dei piedi di Carlo II morente venivano impiastricciate di sterco di piccione e pece, rise a crepapelle nell’accennare al burla della polvere di teschio e di mummia e imprecò dopo aver nominato, per completezza d’informazione, la pietra di Beozar.
Fu alla fine di questo infervorato sermone che, con ortodossa solennità, praticò a Joseph sette incisioni a bisturi.
Cinque ai vertici di un pentagono ideale, intorno alla scapola destra. Le due restanti a metà dell’omero, una all’interno e una all’esterno del braccio.
Dopo tre giorni Joseph era reso infermo da una febbre bruciante e sette bubboni nerastri e purulenti tenevano gli insetti fuori dalla stanza da letto.
Il Dottor Kuptenvarf lo trattò con larve vive sulle ferite e vari decotti e cataplasmi fumanti. In una delle sue visite quotidiane, profittando del suo delirio febbricitante, gli sottrasse un poco di sangue e, nel rigore allucinato del suo studio, lo impastò con della cera seguendo la precisa liturgia del Teofilo Bombasto.
Fu così che il povero Joseph ebbe in salvo la vita; Kuptenvarf riuscì a scongiurare la setticemia, le vertebre si sciolsero con uno scroscio liberatorio, ma il braccio destro rimase paralizzato.
Terminata la convalescenza Joseph si rotolò nella polvere come un cane gioioso, per supplicare il padrone di pagarlo ancora a giornata, giurando e spergiurando che un braccio solo avrebbe fatto per due persone e per questo motivo, nel giro di due anni, Joseph si ritrovò il braccio sinistro con un diametro due volte e mezza di quello destro. Le mani erano ripugnanti a vedersi, una da carpentiere, l’altra da pavido principino d’avorio.
Per questo motivo Ismael, un ragazzo resosi diafano dalla vergogna per le cicatrici del vaiolo,  rinfrescandosi all’ombra di un salice lungo il fiume, notò la somiglianza fra le braccia di Joseph e le chele di un grasso granchio.
Anni dopo, quando queste tragiche vicende s’erano ormai diluite in una nuova e ingiustificata serenità, le donne benestanti del paese vennero a sapere dell’imminente visita della bella Floreana accompagnata dal suo consorte, un noto concertista londinese. Nell’intento di avvicinare quel grumo di case alla mondanità della città le pie donne organizzarono un concerto, scovando nei paesi vicini un vecchio suonatore di pianoforte ed una violinista molto giovane, il cui viso luccicante e perfetto pareva ricoperto di vetro sottile.
La sera dell’esibizione Granchio si presentò in anticipo, per potersi sedere vicino al palco.
I tre musicisti sfogliavano lo spartito e la bocca del flicornista era contratta rigidamente a linea retta, causando una smorfia ebete sul viso dell’uomo.
Tutto il paese non mancò. Una passerella ideale per la goffaggine degli abiti miseri e riadattati alla meno peggio in nome della ribalta; contadini, artigiani, donne corrose dalla conduzione della famiglia, altre sfibrate dal lavoro al bordello, ma tutti insolitamente ben mondati. Questa ridicola comunità era lontana un continente dalla soavità delle sonate selezionate dal concertista.
A lui si avvicinavano, con tremante referenza e ben incolonnati,  i più audaci per stringere la mano della civiltà e per testimoniare l’esistenza di modalità colte e affettate del vivere; lui si produceva in un numero spiazzante: inarcava i lati della sua retta boccuccia, abbozzando un sorriso ad ogni stretta di mano, per ritornare immediatamente all’alterigia della smorfia da demente. Poco distante Floreana, a mani giunte sul ventre e come imbalsamata in un abito di pesante broccato dorato, spiegava alle bramose organizzatrici che il marito non perdeva occasione per allenare le labbra all’innaturale posizione necessaria per produrre il suono  del flicorno.
All’ora prefissata un secco battito di mani ordinò di sedersi ed il concerto ebbe inizio.
Inaspettato fu il silenzio ossequioso del pubblico, come se l’arte avesse maieuticamente ripescato dalle menti incrostate da polvere e limatura di ferro la coscienza della sacralità delle note, rigettate su quella terra solitaria da un Dio sazio e quindi generoso.
Scivolarono così, cullate dall’attenzione ottusa dei poveracci, cinque composizioni ben eseguite anche dai due musicisti anonimi.
All’intervallo fra i due tempi previsti tutti si spostarono sotto una tettoia ai lati dello spiazzo, per consumare della fresca limonata con menta, disdegnando due vecchie bottiglie di campagne francese recuperate chissà dove, non perché caldo, bensì perché bevanda sconosciuta e guardata con sospetto.
In questa pausa di ristoro Floreana e Joseph si trovarono faccia a faccia; lei teneva la testa rivolta verso il basso e lo guardava timorosa con gli occhi rivolti all’insù. Fece per porgergli la mano quando Granchio, in un baleno, estrasse dalla tasca la mano sinistra armata di coltello e vibrò un ben assestato fendente alla donna.
La potenza titanica del suo braccio sinistro non si smentì. Il coltello entrò nella carne a quattro dita dall’ombelico, sotto il fegato, ed uscì sopra l’anca sinistra scheggiando l’osso, noncurante dell’abito di costosissimo broccato e del coriaceo corpetto.
La poverina morì rapidamente di stupore, nel tentativo vano di trattenere col vestito le viscere, che invece fuoriuscivano con un borbottio quasi di soddisfazione. Intorno si spargeva un sordo puzzo di carne conservata misto all’immancabile gelsomino, l’aroma profumato del trapasso.
“Flo! Flo! Ma che è successo amore mio?!”, urlò il suonatore di flicorno, sorreggendo la donna che s’afflosciava svuotata e non perdendo occasione, fra le lacrime, di allenare le labbra all’innaturale posizione del flicornista.   



lunedì 3 maggio 2010

La Corona di Balotelli

Vorrei precisare che non mi tange la sorte calcistica di Balotelli. Che resti all'Inter, che vada al Crotone, oppure al Real Madrid, onestamente, non mi frega un cazzo. Riguardo, invece, alle polemiche sorte intorno alla gestione del suo (pare) pessimo carattere, pessimo cioè infantile, mi permetto di osservare che nessuno (o meglio... che io sappia) fra ambiente calcistico ed extra, ha sottolineato ciò che a me spaventerebbe, fossi il padre, l'allenatore o un compagno di squadra: i giornali hanno pubblicato la notizia che lui e Corona sono culo e camicia. Allora cambia tutto... Non ha un pessimo carattere, non è un bambino... E' semplicemente un coglione.

giovedì 8 aprile 2010

Il servizio lascia a desiderare


I cessi della stazione di Sesto San Giovanni sono chiusi da almeno 2 anni (prima non frequentavo il luogo).
Qualche mese fa li hanno ristrutturati ed i viaggiatori già sognavano di poter pisciare durante l'attesa dei treni (che sono anche in ritardo).
Comunque sono ancora così... le persone ignare arrivano, guardano. I più sfrontati provano il cesso dell'altro sesso, ma sono chiusi entrambi. Chi bestemmia, chi sbuffa...
Alcuni vanno al cesso del bar e Dio solo sa come sia. Io non ci sono mai entrato, ma ci dev'essere un bel via vai...
Il bello è che quella cazzo di voce registrata annuncia che è vietato fumare fuori dalle aree adibite (penso significhi intorno al portacenere) e che i trasgressori verranno puniti e bla bla bla... però ci si può pisciare addosso senza problemi e senza punire chi permette tutto questo. No, perché il sottoscritto vabbé... ma ci sono anziani e bambini, donne incinte...
Io non so chi siano i responsabili di tutto questo, ma confido nel fatto che, per legge del contrappasso, passino l'eternità a spazzare cessi perennemente intasati da fiumi di merda. 

martedì 6 aprile 2010

Ma gli animalisti non dicono nulla?








Dopo notizie come questa, ci si fanno un sacco di domande da non dormirci più...
1- A 53 anni in pensione?
2- Gli alieni (che è anche difficilmente pronunciabile) stanno bene? Le pecore?
3- Non è che per caso confondono l'oggetto della loro ricerca, dal punto di vista semantico?
4- Gli animalisti non dicono nulla? Non hanno esperti in materia?

domenica 4 aprile 2010

In galera i sottacéti



Lo scandalo, sui vocabolari, è definito:
"azione o discorso contrario alla morale e alla decenza, che susciti in altri un turbamento della coscienza e sia di cattivo esempio", oppure "evento o incidente che provochi vivace reazione nell'opinione pubblica".
Quindi il casino dei preti pedofili è definito uno scandalo. Sui giornali viene usato quel termine, alla TV anche, fra le persone pure.
Il piccolo problema è che si tratta di un reato, che POI suscita scandalo. Quindi se si tratta di un reato (non è una mia opinione), incorre in uno o più altri reati chi ha sottaciuto questa grave situazione.
Quindi in galera il Papa e tutti gli altri suoi amici sottacéti.

domenica 14 marzo 2010

Ti sono mai venuti a cercare?

Anni fa l'allora mia fidanzata, molto pragmaticamente, mi disse: "Andiamo alla birreria xxxxxxxxx, che cercano una ragazza per la sera!", e io la portai.
Il punto è che lei, studente, aveva bisogno di due soldini e una sua conoscente (che lavorava alla birreria xxxxxxxxx) era agli arresti domiciliari, accusata d'aver fatto da basista per una rapina in un locale dove lavorava tempo prima, rapina durante la quale ci era scappato anche il morto. 
Quindi: la mia fidanzata andò a lavorare al suo posto (eh eh...) e lei ora sconta la pena (penso...).
Poi, parlando dell'accaduto con un amico di mio padre, lui, altrettanto pragmatico - forse perché non era uno stinco di santo - mi disse: "Carletto, ma a te ti sono mai venuti a cercare? Se sono andati a cercarla è perché qualcosa ha fatto.".
E' che io esprimevo dei dubbi sul ruolo della tapina, che conoscevo di vista e non mi pareva così delinquente...
Cioè, quello che non capisco degli italiani è che - alla luce di certe notizie - si pensi sempre ad un complotto ai danni di persone integerrime.
Ora, al di là dei gusti politici, è semplicemente da coglioni considerare moralmente retti certi personaggi, perché la storia recente dimostra il contrario, cioè: "Italiani, ma a voi vi sono mai venuti a cercare?".
Io non posso essere di destra, proprio fisicamentente non posso, come diceva Gaber, ma una cosa è considerare onesto un Fini, ben altra cosa è considerare un angioletto Berlusconi.
Se per certe persone le sue manovre mirate a scardinare le attuali regole istituzionali sono una manna innovativa, allora mi si deve spiegare perché nessuno deve criticare queste perle di acume politico.
E se Santoro e Travaglio, la Dandini e Vergassola, Floris e che so io, sono a vari gradi pendenti verso sinistra, perché non si può onestamente disprezzare un Minzolini, un Fede, un diafano Vinci e così via?
E se qualcuno mi accusa di mischiare TV di stato e TV privata, allora m'incazzo perché - di fatto - la gente guarda la TV e non c'è una stratificazione sociale che prevede un'emittente obbligatoria per una certa tipologia di persone ("Classe" non si può dire)... 
Mia madre guarda sia la RAI che Mediaset, come tutti, e come tutti viene bombardata da informazioni ben precise: Santoro è un comunista di merda, un disonesto e punto. Come se Fede fosse un grande intellettuale e Minzolini un professionista dall'etica inattaccabile.
Insomma, quello che non sopporto più degli italiani è il rincoglionimento devastante: le idee politiche sono una cosa, il valore delle persone un'altra. 
Quello che mi conforta è che il vento cambia sempre direzione, e cambierà ancora...



giovedì 11 marzo 2010

Paura...

Ma se Carlomagno è stato messo in riga da La Russa, La Russa chi lo ferma più?
Ho paura, DIGIAMOLO...

giovedì 4 marzo 2010

Politici assolutamente buffoni

Non ho mai amato i politici, di qualsiasi colore essi siano. Il successo in politica si basa sulla capacità di persuadere e quindi, spesso, di variare le sfumature della realtà di quel tanto che basta per farla apparire diversa.
In altre parole, brutalmente, due politici possono descrivere come tavolo da giardino o da salotto, un tavolo da lavoro. Certo, ci servono. Io per primo li voto, ma non mi piacciono.

Comunque... questo è il testo che copio pari pari dal sito del "Club della libertà":

"Care Amiche, cari amici, Il sondaggio sulla presentazione delle liste del Popolo della Libertà proprio per l'assoluta trasparenza con cui lavoriamo sul sito, senza alcun filtro di moderazione, è nuovamente diventato facile preda di chi non aspetta altro per esternare il suo livore.
E’ di tutta evidenza che una consultazione nata per i nostri simpatizzanti difficilmente riuscirebbe a generare risultati così polarizzati (98% di contrari alla presentazione delle liste PDL) senza manomissioni. Accanimenti di persone evidentemente non della nostra parte politica, rischiano di creare danni ben più gravi al nostro sito.
per questo motivo abbiamo dovuto sospendere la pubblicazione del sondaggio. Era già successo con il SI B Day ed è successo nuovamente oggi.
Del resto questo è il concetto di libertà dei nostri avversari politici."

Il punto è che oggi pomeriggio la situazione era questa:

Nel pomeriggio (purtroppo non ho salvato la pagina) la chiusura del sondaggio è stata variata: alle 24.00 del 4 marzo (oggi...). Poi, una volta raccolte le reti, il tutto è stato chiuso.
Quindi l'altro punto, ancora più tragico, è che si tratta chiaramente di un volgare tranello. Permettono a tutti (non soltanto agli iscritti) di votare e commentare, per poi strumentalizzare il risultato. E tutti ci cascano. Ormai la ragione si è dissolta. Diogene avrebbe di che vagare...

mercoledì 3 marzo 2010

"alla Robespierre"

Detto della cacciagione cucinata senza testa (alla Robespierre, appunto), ma nel senso che viene cucinata male.

...Trovato chiuso???

La battuta non è mia, ma ci sta tutta.
Salgo sull'autobus che prendo quotidianamente. Vuoto, solo io e il conducente.
Lui (uno di quelli che deve sempre parlare per forza...) mi indica la sua bicicletta ultra figa, in fondo, sull'autobus (???).
Mi dice che ha girato tutti i santuari europei dove è apparsa la Madonna, tutti in bicicletta.
E io gli chiedo: "e poi?"... perché pensavo che avesse finito i santuari. Invece no, lui mi dice di aver avuto un infarto...
Io gli avrei voluto chiedere: "Hai trovato chiuso?"...

venerdì 26 febbraio 2010

Asa Carlstrom

Asa Carlstrom conteneva quasi per intero il mio nome nel suo cognome.
Non ricordo la nazionalità, forse norvegese, sicuramente del nord.
Ora, avanti negli anni, sospetto che fosse delle Svallbard.
Si corrispondeva in inglese. Gli argomenti erano banali e spesso evanescenti. Ad ogni rilettura perdevano materialità e l’inchiostro si faceva sempre più sbiadito. Asa Carlstrom mi dava notizie inutili; scriveva sempre di gamberi e burro: “Oggi burro e gamberi, domani gamberi e burro, dopodomani burro e gamberi…”. Si; era delle Svallbard, non c’è dubbio.
Asa proseguì a lungo coi resoconti intorno al nulla. Non un accenno alla quotidianità delle sue gelide terre, salvo parlare del suo percorso di studi, che appariva come solo un passatempo in attesa d’una precoce e feroce riproduzione. Col tempo mi feci scaltro e scrissi lettere clandestine, delle quali non parlai a scuola. Così facendo aggirai la censura dell’insegnante di lingue e diventai sempre più audace. In una lettera domandai timidamente se per caso Asa nutrisse passione per i fuochi fatui o per qualsiasi immagine crepuscolare e gotica, le chiesi di elencarmi i nomi delle Divinità nordiche, di raccontarmi i miti degli Dei (biondi e brutali) storditi dall’amanita muscaria, finché, incalzato dai compagni di classe, le domandai una foto.
Asa non me la inviò; se non erro mi rispose “later…”. Attesi questo “later” per alcuni anni prima di scriverle nuovamente.
Non scrissi più e così fecero anche i miei compagni coi loro corrispondenti esteri; l’esperimento fallì e l’insegnante con meschina eleganza lasciò cadere la cosa.
Dopo 7 anni ritrovai Asa che mi attendeva a casa, in compagnia dei suoi genitori; erano le 11.00 di un martedì. Era di passaggio durante un viaggio in Italia. Aveva conservato il mio indirizzo. I genitori andarono a fare una passeggiata sul lago e Asa rimase a pranzo.
Asa Carlstrom era orrenda. Molto grassa con la pelle diafana (il sangue untuoso e torbido si vedeva scorrere a fatica sotto la pelle), i capelli lunghi d’un biondo accennato erano raccolti in due grosse trecce attaccate al capo, tre dita sopra le orecchie: sembravano due code di vacca. Il mio nome era sempre contenuto quasi per intero nel suo cognome, addirittura lei poteva contenere tutto me stesso. Conosceva qualche vocabolo in italiano.
Intercalava nei discorsi delle risatine a bocca semichiusa, come mimando l’atto del succhiare da una cannuccia, facendo spuntare un cespuglio di rughette ai lati delle labbra. Quasi cinguettava quando rideva, appoggiando le braccia incrociate sui grossi seni e vibrando flaccidamente. Al termine della risata la vibrazione continuava qualche secondo per inerzia, generando un borbottio da fermentazione. Questo contrasto fra il suono e la sua sorgente mi lasciò esterrefatto.
Notai che Asa Carlstrom sudava come un maiale al sole. Mia madre quel giorno stava cucinando una lingua bollita – non attendeva ospiti - ma Asa si lamentò (cinguettando odiosamente) come se avesse riconosciuto nel piatto la parte di un suo parente stretto e mangiò solo verdura. Io rovistai nel frigorifero, ma non c'era traccia di gamberi e non pensai di servirle un bel panetto di burro freddo. Questo errore mi tormenta da allora.
Se ne andò presto, grazie Dio, verso le 18.00, e tornò per sempre nelle sue gelide terre. Quando uscì di casa i miei genitori si guardarono fissi negli occhi, poi si rivolsero a me: “Ma… Ma chi è?”…
Non avevano avuto il coraggio di domandarmelo in sua presenza. Io non ebbi il coraggio di rispondere, in sua assenza.

giovedì 18 febbraio 2010

Basilico e sedano selvatico

Da qualche giorno la guerra era finita.
Tutti rassicuravano tutti; non c’era alcun pericolo, ma non era vero.  Tre giorni prima lungo il canale il silenzio era stato rotto da degli spari. Avevano sparato a un "fascio", il padre dell’Emilio. Mi dispiacque: Emilio era un mio amico, ma non potevo certo dirlo.
Nelle campagne c’era una calma che non ricordavo: ero piccolo quando c’era la pace. 
Mia madre la mattina mi mandava alla cascina dei Rodara, per fare scambio di cose varie; ci si aiutava alla bene meglio.
Avevo un pesante carrettino coi pedali, il triciclo, con la cassetta davanti piena di vecchi abiti da lavoro. In cascina ne avevano bisogno. Uscivo dal cortile della nostra casa e giravo a sinistra costeggiando il canale. Attraversavo quasi subito la piazzetta del paese, dove fra le macerie c’era aperto il fornaio; il canale proseguiva poco lontano da me, aggirando il centro, ma lo incontravo nuovamente dopo. L’argine, dalla strada ciotolata ridotta male dalla guerra, dopo un quarto d’ora di sgambata diventava sterrato… Allora si che faticavo!
Dopo mezzora ero dai Rodara. 
Quella mattina la Livia stava scopando appena fuori dall’uscio e un nugolo di polvere prese sul viso un maiale, che grufolava a mezzo metro. Fece un verso, una via di mezzo fra lo starnuto e il grugnito. Sembrava fosse la prima volta che starnutiva e se ne andò via assorto e dubbioso. Mi meravigliavo sempre quando vedevo un maiale sopravvissuto.
Livia come sempre bofonchiò qualcosa, sapevo che era un saluto. Prese tutti gli abiti vecchi e sparì in casa. Senza il rumore della scopa sentivo le cavallette iniziare il loro concerto. Galli, galline e maiali erano pochi in giro.
Dopo qualche minuto uscì con due sacchi di iuta, buttandoli nella cassetta: basilico, tanto basilico, e sedano selvatico.  L’aroma, anche all’aperto, dava quasi allo stomaco.
“Ciao!” dissi mentre già spingevo sui pedali; ero in piedi per fare più forza. La partenza in triciclo è sempre molto faticosa. Dovendo invertire la marcia subito, lo è ancora di più.
Dopo qualche pedalata mi parve di sentire un rumore di ruote sullo sterrato, oltre alle mie. Voltai leggermente la testa a destra e sinistra sbattendo un po’ gli occhi, per l’aroma di basilico e sedano selvatico che mi infastidivano. Ero anche contro vento…
La sua bicicletta era molto più leggera, Mirina (la figlia di Livia) non pedalava neppure in piedi; mi raggiunse in prossimità della curva e si accostò sulla sinistra per superarmi.
Mi guardava e rideva. Il suo volto imperlato di sudore (le gocce venivano strappate via dal vento) era rosso dalla fatica, ma rideva.
Proprio in curva prese un grosso sasso con la ruota anteriore; ebbe uno scarto sulla destra. Io sterzai d’istinto, per evitarla… il triciclo si rovesciò con un gran frastuono di ferraglia e rotolai nel fossato, a poca distanza da un vecchio sambuco. Se fossi caduto a sinistra sarei finito nel canale.
La corrente si portò via alcune piante di basilico e sedano selvatico.
Ero sdraiato con le gambe all’insù, in fondo alla rivetta. Mirina rideva, fra una risata e l’altra sentivo il cigolio delle ruote del triciclo, che proseguivano lente a roteare nell’aria.
Il ginocchio destro era sbucciato, mi faceva male, sanguinava. 
Mi assalì un puzzo insopportabile, nauseabondo, che mi procurò all’istante un urto di vomito. Sembrava provenire dal sambuco.
Mirina continuava a ridere a squarciagola, piegandosi sulle ginocchia.
Improvvisamente la matta iniziò a prendere i cespi di basilico e di sedano selvatico, caduti tutt’intorno, lanciandomeli addosso.
“Ferma, cosa fai?! Sei matta?!”
Riuscii a urlare malgrado la nausea… mia madre si sarebbe molto arrabbiata se fossi tornato senza basilico; doveva preparare il pesto.
In pochi secondi mi ricoprì completamente dalla testa ai piedi, l’intensità dell’aroma di quelle piante annullò la puzza tremenda di quel luogo, ma la miscela era troppo intensa, fastidiosa. Da sdraiato, scuotendo la testa, mi scoprii gli occhi e intravidi Mirina scendere lungo la rivetta, di corsa, sempre ridendo.
Non feci in tempo a dire nulla che mi abbassò i pantaloni e le mutande.
Rimasi impietrito, sbirciando fra sedano e basilico. Mirina si sollevava la veste. Chiusi gli occhi…
Mi prese un calore indescrivibile in mezzo alle gambe e Mirina mi montò sopra. Non rideva più, ma era contenta e si muoveva veloce.
Mi piaceva ma, non capivo il perché, quello che stava succedendo aveva il tipico sapore delle cose da non dire. Poi il basilico e il sedano selvatico mi stavano soffocando. Il loro aroma dava  un miscuglio violento, che mi picchiava nella testa, dentro. Mi offuscava, quasi vedevo il colore di quell’aroma. Anche quello che faceva Mirina mi picchiava in testa, tutto era confuso, non capivo nulla. Era un bel momento, ma come trascorso sotto alla grandine… E finì subito...
Non feci in tempo a riprendermi dallo stupore,  che  Mirina era già tutta in ordine; raccoglieva sedano e basilico, rimettendoli nei sacchi tutti mischiati, dopo aver raddrizzato il triciclo.
I cespi rimasti al sole si erano già avvizziti.
Io mi alzai, indolenzito e sporco, il ginocchio sanguinava ancora leggermente.
Avevo un sorriso fisso che mi cambiava i connotati.
Mentre mi piegavo per tirarmi su le braghe ritornò violentissimo il puzzo nauseante. Fu a quel punto che, con la coda dell’occhio, in mezzo al sambuco alla mia sinistra vidi una mano. La risalii con lo sguardo.
Il polso si infilava nella manica di una divisa, dopo la spalla spuntava una testa, un elmetto caduto all’indietro, i capelli sporchi sembravano di stoppa. Dalla penombra proveniva il sibilo di brevi voli di mosche.
Non avevano sparato al papà dell’Emilio. Era un tedesco; chissà cosa ci faceva quella sera ancora in giro a farsi ammazzare.
Gli occhi erano chiusi, ma la bocca spalancata. La pelle era liscia ma gonfia, di un colorito grigio percorso da leggeri riflessi olivastri e sporca di terra rinsecchita. Il puzzo arrivava dal cadavere.
Mi prese un altro urto di vomito.
Mirina era zitta. Una leggera brezzolina scompigliò i suoi capelli e sembrò che una grande mano invisibile passasse sui prati attorno a noi; una carezza che piega leggermente le punte dei fili d’erba.
Entrambi guardavamo ammutoliti il tedesco.
Le cicale cantavano, mentre il  ronzio continuo di insetti si fece più forte. Una grossa ragnatela fra due rami del sambuco oscillava elastica e regolare, respirava.  Il ragno al centro era impassibile, sicuro.
Non ricordavo la campagna così calma;  ero troppo piccolo quando c’era la pace… Quando c’era solo la fame.