giovedì 22 dicembre 2011

La Dose Consigliata Manzoniana


La DCM (Dose Consigliata Manzoniana) è un parametro fondamentale nella valutazione della congruità dei pagamenti in natura.
La DCM è il punto dal quale il pagamento in natura si discosta, determinando così l’eccesso o il difetto rispetto alla DCM stessa.
E’ un riferimento, nulla più, ma può tornare utile.
Chiarendo che per "pagamento in natura" non s’intendono elargizioni di carattere sessuale (in questo caso), preciso di aver ricevuto e di ricevere spesso pagamenti di questo tipo, quindi posso tentare di trasmettere il concetto.
Per esempio: una torta salata e una torta dolce, fatte in casa, buone, consegnate insieme, si avvicinano alla DCM. E’ un buon pagamento, quindi. Una pancetta artigianale di quattro chili, profumata e rosea, che si scioglie in bocca, rispetta la DCM, forse la supera in eccesso.
Due salamelle piccanti, malgrado il brio conferito dal peperoncino, non raggiungono la DCM. Due salamelle non piccanti, sono ancor più lontane dal parametro in questione.
La DCM non è soggettiva, assolutamente, anche se potrebbe sembrare.
Se una persona non mangia formaggio (colgo l’occasione per indicare che di tali soggetti sarebbe meglio diffidare), ricevesse un pagamento in natura di, che so… Taleggio, tale pagamento sarebbe comunque valutabile in rapporto alla DCM, poiché la moneta naturale ha un suo valore intrinseco, che si distacca dalla mera soggettività e da quella sovrastruttura inutile e perniciosa che l’umano chiama gusto (perniciosa al pari dell’opinione).
Inoltre, se girato in tempi brevi, il pagamento in natura potrebbe essere riutilizzato, anziché consumato, sicché il suo valore è svincolato dall’aspettativa del creditore.
Ricordo, infine, che la DCM rivela aspetti importanti della personalità del debitore, ma questo è un altro argomento.
Ma qual è il valore esatto (ben attenti: valore non del tutto matematico) della DCM?
Semplice: 3 capponi.
Attendo da anni che un debitore particolarmente brillante mi paghi in natura proprio con 3 capponi. Sarei molto incuriosito da un simile gesto.

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giovedì 15 dicembre 2011

Carni bianche

 
Altro materiale (a mio avviso) cinematografico:
io e un amico veniamo accompagnati in una cella frigorifera.
Il cellaio, ma… A proposito: come si definisce l’addetto alla cella frigorifera? Il tale che la apre e la chiude, che ne controlla la temperatura, che conosce la dislocazione del contenuto, che può far da guida per recuperare una merce precisa, e ancora… La cella viene sbrinata? E come si fa? Hanno uno spray apposito, oppure spengono l’impianto? Un altro aspetto che m’interessa è l’abbigliamento.
Si, perché io temo e patisco gli sbalzi di temperatura; sono per me causa certa di un raffreddamento.
Questi addetti come fanno? C’è una zona a temperatura intermedia, nella quale togliere la tuta termica? C’è quindi una zona di “decompressione”? Boh… Quante zone oscure…
Ma, tornando a bomba, come si chiama questo depositario della verità? Cellaio?
Allora: il cellaio (così si chiama per convenzione) ci conduce in fondo alla cella.
Ci infiliamo fra due lunghe file di quarti di manzo, vitello e bue.
Il cellaio ne scosta un paio, ci guarda e gli occhi – improvvisamente – gli brillano, come se ci stesse mostrando la pietra filosofale.
Isola un quarto; c’è qualcosa d’insolito in quel quarto, ma non capiamo del tutto.
Il cellaio, raggiante, ci dice: “Eccolo! E’ un quarto di prete!”.
Io guardo il mio amico e commento: “C****o! E’ carne bianca!”.
Sostiamo alcuni minuti, tentando di saggiare il quarto di prete. Ci giriamo intorno, lo accarezziamo, lo annusiamo, malgrado il gelo abbia soffocato l’odore.
Mentre ce ne andiamo, il mio amico ci spiega (con dovizia di particolari) la ricetta della “coda di prete con patate”. Dice di aver mangiato il piatto in un quartieraccio di Monaco.
Io sottopongo le mie riflessioni: c’è la carne bianca per natura, come quella del pollame. Evidentemente c’è la carne che diviene bianca, per libero arbitrio, per la pratica della purezza e della castità. In altre parole, se le cose stanno così, ci tocca mangiare i preti veri, i preti “dentro”, mentre i preti apparenti, quelli che poi – la carne è debole – tampinano i bambini, per esempio, o che vanno a mignotte, quelli “insozzati”, quelli che hanno la carne ancora rossa… Nulla… quelli non fanno all’uopo.
Che fregatura… L’arte culinaria è però spietata e sorvola tutte le leggi: morali e giuridiche. Il prete vero è perfetto, quello falso e diffuso, no, non va bene. Del resto, anche per i funghi è così. I porcini sono eccellenti, ma pochi. I fungacci senza valore sono più numerosi. Già immagino uno spezzatino di prete con funghi.
Poi domando: non si potrebbe usare un carotiere, tipo quello che si usa per datare gli alberi? Lo si infila nelle carni del prete, entra a vite per circa 15 cm, nella coscia, poi lo si estrae, si estrae la carota di carne e si controlla. Con sorpresa, magari, scopriremmo dei cerchi concentrici e, come per gli alberi, potremmo anche datare il prete, datarlo oggettivamente, senza dar valore alle sue sicure profusioni spirituali e ingannevoli, che alludono quasi sempre all'eternità di un quid che sfugge, a noi golosi.
Il cellaio annuisce, il mio amico anche. Assumono l’espressione stolida di chi ascolta concetti inarrivabili. Gli occhi del cellaio non brillano più, sono lucidi. Bah…
Fine.

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martedì 13 dicembre 2011

Tutti i pappagalli del mondo


 
Tutti i pappagalli del mondo, ma proprio tutti, che a differenza degli umani non subiscono l’intossicazione della razionalità, tutti i pappagalli del mondo – dicevo – non si fecero ingannare da banali trucchi semantici e, tutti i pappagalli del mondo – dicevo – colsero subito l’accezione corretta del vocabolo “pappagalli”, quando appresero che il buon Don Verzé ne aveva un ufficio pieno.

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giovedì 1 dicembre 2011

Le bizze del tempo

Ieri sera dei formaggi e del buon vino ci hanno condotto precipuamente a due discorsi che, opportunamente fusi, potrebbero essere la base per lo sviluppo di un film; allora:
Tizio porta la cagnolina dalla veterinaria, la quale, per due volte (con un intervallo di due mesi fra una visita e la successiva), osserva che: "Dai denti si direbbe che il cane ha sei mesi".
Ecco: qui ci vedo il Woody Allen di Manhattan, in bianco e nero, che con la coda dell'occhio guarda perplesso verso la cinepresa, mentre la tensione imprime ai capelli un impercettibile tremolio.
Quindi: la veterinaria, donna corpulenta e alquanto rozza, non avendo la sensibilità per cogliere il danno che sta causando a Tizio (danno irreparabile), continua a non mentire sull'età della cagnolina: nonostante il tempo scorra per l’universo, la cagnolina, dai denti, risulta avere sempre sei mesi.
Il tempo fa le bizze. Tizio, andando al parco con un cane che non invecchia, viene assalito da una mortale frustrazione progressiva; il cane continua allegramente a scodinzolare e a perdere denti da latte e pare non badare al fatto che il guinzaglio sia nelle mani di un uomo che lentamente raggrinzisce.
Ovviamente gli amici confabulano preoccupati, cospirano, confidano nel potere della psicanalisi. I vecchi genitori si disperano, i loro sensi di colpa li corrodono.
Poi, il giorno del passaggio dall'ora legale a quella solare, la situazione precipita.
Tizio non sposta le lancette, come ha sempre fatto e come fanno tutti, la sera prima o il giorno dopo. No.
Si sveglia alle tre di notte. Ascolta cioè l’unica notizia verace di un notiziario governativo, uno di quei notiziari che, curiosamente, unisce semanticamente “assoluzione” e “prescrizione”; quindi, all’ora fissata dal notiziario, si alza e sposta le lancette alle due.
E' la fine: alle tre si risveglia e risposta le lancette alle due, poi alle tre si risveglia e le risposta indietro e così via. Intrappolato nel cambio dell'ora, ingannato dalle persiane chiuse che non lasciano filtrare luce, mentre il cane, a giudicare dai denti, parrebbe avere ancora sei mesi, Tizio si consuma come una candela.
La sveglia del cosmo ticchetta per tutto e tutti, ma non per il cane di Tizio. Nessun espediente ne blocca gli ingranaggi. Tizio conduce gli ultimi giorni d’esistenza circolare in pigiama, in un’unica ora soggettiva, che inizia alle tre di notte della sua sveglia e termina un’ora prima. La vita rimbalza fra questi due poli ravvicinati. Non c’è spazio per null’altro. Intorno, tutto scorre.
Queste sono le bizze del tempo, le “intermittenze”, come le avrebbe chiamate Saramago.
Grazie a Danilo per l’interessante chiacchierata.

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martedì 29 novembre 2011

Contro Natura


All’età di tre anni ebbi in regalo dai miei genitori un cane, il quale, ineluttabilmente, venne chiamato Snoopy.
Anche il cane della mia coetanea e amica Lara venne chiamato Snoopy, anche se di diversa razza, ma, a parte ciò, “allo Snoopy” (slang milanese, come rimarcò Moretti) davo da mangiare del Pongo. Verde, rosso, blu, arancione, giallo… Pongo!
Poi uscivo, con mia nonna e Snoopy. Lui, al parco Solari, si produceva in mirabolanti cacche variopinte, per la mia gioia. Mia nonna, tornati a casa, mi frantumava le ossa a bastonate.
Ora non potrei più farlo: il Pongo inquina, non è biodegradabile. Purtroppo, anche la cacca del cane, quella vera, inquina; chi ha il cane dovrebbe raccoglierla, perché sporca, puzza, porta malanni e, immaginando la ragnatela infinita e sotterranea, generata dalle colature che dipartono da ogni cacca di cane,  probabilmente contribuisce all’inquinamento  della falda.
Quindi: la cacca sintetica non va bene, ma neppure quella organica.
Diciamolo serenamente: la Natura fa male. Le porzioni di Natura, le piccole e stressate aree verdi che innestiamo nell’ambiente urbano, compresi gli animali che ben si sono adattati alla città, sporcano.
I cani defecano nei parchi, gli  uccelli defecano sui monumenti o, come accadde a Roma, milioni di storni possono ricoprire di guano le auto in sosta. Il guano non ripulito, cocendo sotto il sole, intacca la vernice della carrozzeria. E’ una spesa…
I topi portano malattia, si sa, portarono la peste. Rovistano nella mondezza, altro che formaggio! I gatti figliano troppo, poi i piccoli muoiono ai bordi delle strade, contribuiscono a questo lordume fermentante, che infetta, che puzza. I ricci si fanno spiaccicare per le strade, i vermi si suicidano strisciando sull’asfalto con la pioggia, i cani si fanno abbandonare d’estate, poi qualcuno li falcia e… giù nuovo lordume, putrefazione, effluvi pestilenziali. Gli insetti, non ne parliamo.
Inoltre la Natura è cattiva, che non me ne voglia...
Ho visto un cane (bulldog francese) e un pappagallo, questo con le zampette sui bordi della ciotola, che si nutrivano della stessa sbobba.
Domandai cosa fosse quella robaccia colloidale; le bestiole mi risposero con sufficienza: “Boh! Coniglio…”… 

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giovedì 17 novembre 2011

Fenocchi

Un mio antico ricordo vede protagonista mia nonna, che spadellava in cucina; il ricordo investe il senso olfattivo, perché posso annusare in qualsiasi momento il risotto con le zucchine che mia nonna preparava, quel giorno compreso fra il 1969 ed il 1976, nel nostro appartamento di Milano.
Altro filmato d’epoca (non sono fotogrammi statici) riguarda la morte dei poveri bengalini, che il freddo milanese “fulminò piamente stecchiti” (Dario Bellezza), malgrado la nonna – sempre lei – li depose sul calorifero nel tentativo di rianimarli, forse facendo loro pericolosamente addensare il sangue. Probabilmente i suoi geni bresciani miscelarono lo spirito animalista con quello cacciatore (“iè bù!”).  Ricordo anche, sempre a Milano, sul balcone, i maggiolini; erano enormi. In campagna, anni dopo, li ho sempre visti più piccoli, forse perché Milano era più grande?
C’era poi il dirigibile (non ricordo cosa pubblicizzasse), che verso Natale fluttuava in mezzo ai tre condomini, disposti a U. Quindi ero tutto contento, quando arrivava il dirigibile.
Salto poi ad una scena che l’odierna società, civile e barbaramente coltissima, bollerebbe come maltrattamento: sempre a Milano, sempre in quegli anni, mio padre mi teneva a mo’ d’ariete, mentre mia madre mi lavava i capelli: non lo sopportavo. Strillavo e cercavo di dimenarmi.
Il ricordo-perno di quell’epoca è quello databile con precisione, perché, in quanto collocato nel tempo, permetterebbe di distanziare correttamente gli altri, se ne avessi il tempo: giugno del 1972. Era il mio terzo compleanno, quando i miei genitori mi regalarono un cucciolo di cocker, che mi accompagnò per i seguenti 17 anni. Rivedo nitidamente l’automobile amaranto di mio padre che si ferma. Le portiere si aprono, scendono i miei, seguiti dal botolo color caffè-latte.
Un triste frammento è dato dalle luci della sala operatoria (ritenzione parziale al testicolo destro), ma l’incoscienza dell’anestesia non la rammento. Peccato.
Devo obbligatoriamente citare una lunga serie di “fenocchi” (sempre mia nonna). Lei li chiamava così. “Fenocchi”, con la “e”. “Carlo, faccio i fenocchi.”, “Carlo vuoi i fenocchi?”, “Mi dia quattro fenocchi!”, “Quanto vengono i fenocchi?”… purtroppo non riesco, nel puzzle del tempo, a giustapporre i fenocchi ad altri eventi. Il giorno che mi regalarono il cane avevo mangiato fenocchi?  Il risotto con le zucchine, quello, magari, copriva il profumo dei fenocchi. I maggiolini giganti, non erano forse attratti dai fenocchi? E i bengalini? Povere bestiole… Penso vengano dal Bengala (in caso contrario, qualcuno mi speghi), magari nel Bengala non ci sono i fenocchi, le cui mefitiche esalazioni minarono il fisico degli uccelletti. Il dirigibile? Spiccava la gigantesca scritta “Fenocchi Longoni”…? Che ne so… Una roba così. Forse mia madre usava uno shampoo ai fenocchi? E la sala operatoria? Dopo, in convalescenza, solo fenocchi? Insomma: a me questa faccenda di prendere una manciata di ricordi e di spargerli a caso fra i fotogrammi non piace per niente.

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giovedì 10 novembre 2011

Il mio medico non sa...


"I medici sanno che un cervello ne aiuta un altro, un polmone un altro polmone e perciò dicono che la persona che abbia gli occhi cisposi si guarisce col sospenderle al collo involto in un drappo bianco, l’occhio destro di una rana o di un granchio, se l’occhio ammalato è il destro, e l’occhio sinistro pel sinistro. Ugualmente le zampe d’una tartaruga guariscono i mali dei piedi, sempre applicando al piede offeso l’arto corrispondente dell’animale e così pure gli animali sterili causano la sterilità e i fecondi la fecondità, cose che si manifestano soprattutto a mezzo dei testicoli, della matrice e delle orine e che spiegano come una donna che prenda tutti i mesi orina di mulo, o alcunché che vi sia stato lasciato a macerare, non possa concepire".
Enrico Cornelio Agrippa

Sarà... ma il mio medico non sa tutte queste belle cose...
      .
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giovedì 27 ottobre 2011

Ooooh, Leibniz... (sospirando)


Dopo una settimana facendo colazione con 3 Chocoleibniz e un buon caffé, ho scoperto di saper risolvere gli integrali, ma non li ho mai studiati.
Non è il biscotto, neppure il cioccolato fondente, neppure il solo caffé, ho sperimentato. Funziona solo coi Chocoleibniz.E' questo prodotto alchemico, di fattori altrimenti inerti.
Il potere mi attende, lo scibile tutto è a portata di mano.
Quando le nozioni saranno troppe, per liberare la mente, tornerò all'Activia.
Augh!

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mercoledì 26 ottobre 2011

Il primo coyote insopportabilmente clonato

(foto: AP PhotoYohap, Shin Young-keun)

Il primo e l’ultimo termine di una serie finita possono essere anche sconosciuti. Non sto trattando di matematica, benché mi tenti; purtroppo all’uno (prima unità, dalla quale necessariamente derivano i numeri successivi) segue una serie infinita (pertanto andrei fuori tema). Quello dell’ultimo numero (matematicamente non penso sia sostenibile) è un’affascinante speculazione che tralascio, perché mi dà forti vertigini; non ho la maestria necessaria per trattare l'argomento, ma fior di pensatori hanno già prodotto tonnellate di carta sull’argomento (e questo mi solleva notevolmente).
Senza divagare: per il primo e l’ultimo termine – sconosciuti - di una serie finita si può ipotizzare, intuire, dedurre (inferire) l’esistenza e, più probabile, si può conoscere uno solo dei termini, mentre si presuppone l’esistenza dell’opposto.
Andando al coyote del titolo, che lo scienziato sudcoreano Hwang Woo-suk ha detto di aver clonato: “il primo coyote clonato”, a mio avviso, è una precisazione fuorviante, come, del resto, la prima pecora clonata, è questo il punto!
Dichiarare l’avvenuta clonazione del primo canide sarebbe veritiero, il primo bovide anche, perché si può ragionevolmente pensare che, nel futuro, ne vengano clonati di ulteriori. La validità è conferita dalla molteplicità di specie comprese nelle famiglie Canidae e Bovidae; si può supporre che un’altra specie, nei secoli, verrà onorata con tale replicante privilegio.
Il coyote, povera bestia, lasciamolo in pace. Il coyote non è a rischio di estinzione. Inoltre non è base della dieta di una popolazione, da questo punto di vista è vicino al topo.
“I primi coyote clonati”, lascerebbe intendere che siano i primi di una serie, mentre dubito che ciò avvenga. “Clonati i primi coyote”, invece, potrebbe far pensare alla clonazione dei primigeni, che so… Due fossili identificati come “primi esemplari”, appunto.
Anche “I primi fra i coyote clonati” lo scarterei per questioni cronologiche. Potrà essere notizia in futuro, quando si saranno già clonati “n” coyote.
Per contro, “clonato l’ultimo coyote” non lascerebbe alcuna interpretazione, se non l’unica: l’ultimo esemplare vivente è stato duplicato, vivaddio.
Insomma, per concludere, “clonati dei coyote” mi pare la soluzione più azzeccata. Generica, ma azzeccata, come “clonata una pecora”. Fra le tante, quella. Scelta perché rispondente a precisi requisiti, ma comunque una fra le esistenti.
Penso che l’ultimo ente di una qualsiasi serie finita non crei grossi problemi concettuali. Il primo, invece, sì. Questo pensiero è per me insopportabile.


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venerdì 21 ottobre 2011

Di sguardi bovini



E' difficile tentare di disquisire intorno a questa definizione, perché l'uso che ne faccio (pertanto naturalmente considero il lato soggettivo) va a toccare temi molto delicati.
Scorgo guardi bovini nell'ammiccare di certe persone, con alcune inclinazioni sessuali. Nulla da commentare intorno alle inclinazioni, ognun per sé. In questo caso preciso che lo sguardo è per me bovino in quanto s'annacqua all'improvviso. Le occhiate si incrociano, una s'annacqua. Ecco il segno. Lo sguardo bovino.
Bovino è anche lo sguardo di chi non capisce. Non intendo la mancata comprensione per problemi casuali o causali d'udito. Mi riferisco al non comprendere derivante dalla mancanza di cultura in merito. Quando non si dispone degli strumenti per capire, allora lo sguardo si fa come smarrito, lo sguardo vorrebbe "bere" dall'occhio dell'interlocutore il senso di ciò che si ascolta, in modo da chiudere il cerchio, ma dallo stesso sguardo assetato traspare soltanto l'oscuro vuoto dell'enigma. Aggiungo che questo caso è ben riconoscibile, perché l'occhio dell'ignorante accusa un tremolio impercettibile, come il nistagmo fisiologico, che rivela la tensione trasmessa ai bulbi dallo stallo della razionalità. E' un meccanismo semplice: se ci si poggia di peso sul coperchio d'una pentola, contenente acqua in ebollizione, il coperchio è immobile, ma il tremolio causato dal bollore investe la pentola.
Tempo fa ebbi l'intuizione, pensando ad una persona alla quale non posso nemmeno alludere, di definire il suo sguardo da "bovino ingrato".
All'acquoso vuoto di cui sopra, s'univa l'aspetto orrendo della persona, una donna brutta e sciatta, la cui indolenza eccezionale, incommensurabile, mi permette ora di unirla idealmente ai suoi stessi antipodi, al cui polo geografico presiede - potentissimo - il verso di Borges: "Tu così indolentemente e senza fine bella".
Questa mia uscita si dimostrò felice, in quanto la definizione si rivelò adatta anche ad altre persone (sia oggetti della definizione, che utilizzatori della stessa).
Non posso che citare, infine, Stefano Benni, il quale dipinse l'immagine perfetta dello sguardo della mucca quando passa il treno. In questo caso (del resto Benni è Benni), non c'è bisogno di alcuna spiegazione.

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mercoledì 19 ottobre 2011

La supinazione del Terraneo


Ho sognato, questa notte, di trovarmi ben piantato davanti al bancone di un pub, bevendo birra, con questo Terraneo. Io non lo conosco, ma nel sogno l'atmosfera era quella che si densifica fra amici.
Quindi: brindiamo, poi il Terraneo appoggia il boccale sul bancone. Parliamo, discutiamo, il Terraneo con una mossa maldestra urta il suo boccale.
Rovescia sul bancone una modestissima quantità di birra... che so... tre centilitri.
Il barista, che, durante l'incidente, era in fondo al bancone, dalla parte opposta, si fionda davanti a noi quasi levitando, come corresse su di una pista magnetica, senza attriti, veloce e soave.
"Mi dispiace, ma devo addebitarti un secondo boccale...". Lesto digita sul registratore di cassa, emette scontrino (6 €), il Terraneo paga senza nulla eccepire. Deduco, ora, in stato di veglia, che fosse normale tutto ciò: una regola, una legge...
Il Terraneo mi guarda spalancando gli occhi, con un mezzo sorriso, reclinando leggermente il capo verso destra: autocommiserazione.
Scorrono i titoli di coda. Leggo che il titolo del sogno è "La supinazione del Terraneo".
Questa mattina mi sono domandato per quale motivo il produttore non abbia consigliato un altro titolo. Con questo non si farà mai botteghino. Al massimo andremo in onda un sabato notte, verso le 3.00, a Fuori Orario, insieme ad altri corti d'autore (che comunque sarebbe un bel risultato, ma poco remunerativo).
A prescindere da questo: ho pensato che i nostri governanti illuminati possano includere una norma così ignobile nel prossimo e atteso Decreto Sviluppo. Io ne sono certo. Sarà così. La chiameranno "Sad hour".

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lunedì 17 ottobre 2011

L'Amor


Ecco, forse, la mia donna ideale, quella della foto di Boffoli.
Io la porto in luogo così, un Hotel atemporale, costosissimo, Dio solo sa che tanfo. Magari io mi pento, per l'odore in camera, ma non porto a termine l'atto di pentimento, che lei mi si butta al collo.
 
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Di Santi e di cocci


Il giorno in cui i black bloc, a Roma, mandarono in frantumi la statua della Vergine, lassù, nell’Olimpo cristiano, si faticò a tener calma la diretta interessata.
Serpeggiava, comunque, fra tutti il malcontento, perché di simulacri pullulano le strade, siano essi di Sante, anche Vergini, o di Santi vari: vi è Giuseppe o’ falegname, vi è Giorgio che infilza temerario il drago (che è simbolo del peccato umano, ma nessun coglie), vi è Antonio in varie pose, vi è Rita estatica e smilza, Caterina lessata, c’è Santa Grania, Santa Cosma (con Damiano), il Celso, l’Ambrogio, l’Agostino, vi è Giovanni il Battista, il moderno e ruvido San Pio… E così via…
Addirittura c’è un paesucolo in Brianza, figuratevi un po’, in cui c’è un affresco di San Giobbe, raffigurato con le inseparabili larve che gli erodono le carni. Relegato in una corte anonima e un poco diroccata, pare che non sia databile, o che nessuno abbia mai tentato di datarlo.
Insomma, quel che si contesta nelle Sedi Celesti è che – di fatto – non sia esposto al pericolo anche il capo. Che non sia nominabile (chi dice soltanto per testimoniare il falso, altri semplificano allargandone il divieto) poco importa nella corte, PASSI, ma un occhiuto triangolo, che irradia come il sole, è riproducibile, eccome. Forse è più agevole per gli umani, il fabbricar occhiuti triangoli, piuttosto che figure antropomorfe, ma Lui nelle strade non occhieggia, è assiso al trono, tutto preso da disegni universali.
Ammetto che dispiaccia pure a me, quest’assenza Sua, pur non condividendo gl’illogici lamenti dei Santi; non esiste azienda, ente, organizzazione, che esponga il vertice al pericolo o al ridicolo. Non ha senso, sarebbe da stupidi, a meno che non lo si desideri per fini sottaciuti. Certe leggi sono transdimensionali, sono modelli logici e poche storie.
Mi dispiace, quindi, perché se quegl’insetti neri, tutti presi a devastare, avessero frantumato l’effigie di Dio, proprio la sua, l’occhiuto triangolo, allora forse la Sua falce li avrebbe mietuti all’istante, senza riguardi, come l'erba cattiva.
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mercoledì 12 ottobre 2011

Surrealistic Toast


Dialogo intercorso fra me ed una giovin barista, Milano 12/10/2011.

Io: Ciao, mi dai una piadina con cotto, brie e maionese e un toast liscio, il tutto da portare via?
Lei: Si!

...Pausa di riflessione...

Lei: ...ma in che senso "liscio"?
Io (sfregando il palmo della mano destra sul dorso della sinistra): nel senso che non sia ruvido.

Lei abbozza una risatina e consegna l'ordinazione al piadinaro.

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lunedì 10 ottobre 2011

Il frutto del genio, del nuovo Messia, a prezzo simbolico

Anni fa, di mattina presto, mi fermai dal solito benzinaio.
Questi ha un negozietto (il classico shop dei benzinai) ben fornito. Quella mattina, pagando il pieno di gasolio, notai di fronte a me, sul bancone, un Ipod nano 8G bell'e nuovo, ben confezionato, con un cartello scritto a mano: "Offerta! 12 €!".
Scorgendo nello sguardo del benzinaio una certa alienazione, gli feci notare l'errore, precisando che, nel mondo oltre i confini del benzinaio, il prezzo ammontava a 150 € circa.
Il benzinaio, palesemente ignaro e comunque testardo, mi ripeté per ben 3 volte che il prezzo era giusto, era in offerta a 12 €. 
La sua triplice risposta rievocava si San Pietro, quando non era ancora Santo, cioé Pietro, ma anche e soprattutto la Zanicchi del celeberrimo programma. Per questo, Zanicchi docet, lo acquistai. Il prezzo era giusto! L'Ipod era veramente nuovo di pacca, scatola vergine, era perfetto!
Quindi io ringrazio questo nuovo Messia, Jobs, che mi dimostrò di incarnare in sé la nuova novella, permettondomi di godere del frutto del suo genio ad un prezzo simbolico.
Per quanto riguarda invece le sue parole, riguardo all'essere affamati e folli, al credere in sé e bla bla bla bla... Beh, mi ci ritrovo (anche per esperienza personale) ma, prima di lui, dovrei ringraziare una milionata di personaggi (Messia compreso) che hanno già detto...
Il problema non è Jobs (un figo che mi ha inventato l'Ipod a 12€), ma la massa informe del popolo, che comprende soltanto ciò che vede.
Beh, poi, ovviamente, ringrazio il benzinaio e la Zanicchi.
Augh.






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venerdì 7 ottobre 2011

Pippa


Pippa in tailleur, Pippa ha la cellulite, Pippa che corre, Pippa che fa acquisti, Pippa che sospira, Pippa che cospira, Pippa che si pasticcia, Pippa che mangia muffin, Pippa che ride, Pippa che invecchia, Pippa che traduce il RgVeda, Pippa che assiste all'eclissi, Pippa che sniffa speed, Pippa che ascolta il progressive della scuola di Canterbury, Pippa che conta le pecore, Pippa che disprezza, Pippa che sbiascica, Pippa che puzza di sudore, Pippa che si accoppia selvaggiamente, Pippa che defeca, Pippa che brucia la torta nel forno, Pippa al concerto di Elton John, Pippa che stucca le pareti, Pippa che riflette, Pippa che si strappa le vesti, Pippa che lascia l'obolo, Pippa ed il suo ex, Pippa che ruba automobili, Pippa che dormicchia al cinema, Pippa che sobilla le masse, Pippa che altera prove genetiche, Pippa che critica la nonna del cognato, Pippa che svalvola, Pippa che dubita, Pippa che respira, Pippa che risolve l'equazione, Pippa che lecca il gelato, Pippa che concima i gerani, Pippa che maledice un Dio qualsiasi, Pippa che nega le sue radici, Pippa che stecca nel coro, Pippa che bramisce alla luna, Pippa che pesca i salmoni, Pippa che installa un'applicazione, Pippa che recita Dante, Pippa che raccoglie fiori, Pippa che mangia termiti, Pippa che beve una birra, Pippa che inciampa, Pippa che fa spallucce, Pippa che regge le sorti del mondo, Pippa che fuma, Pippa che posa per i paparazzi, Pippa che chiude la zip, Pippa che fa immersioni, Pippa che scompatta un archivio, Pippa che chatta, Pippa che rogna, Pippa che fa i gargarismi, Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa Pippa, Pippa che struccata è proprio uno schifo.

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giovedì 6 ottobre 2011

Cautele nei confronti degli Dei

Quando andai (cioè, venni...) a vivere da solo, non comprai la televisione. In effetti, lo ammetto, fa tanto chic in un certo sottobosco d'una certa sinistra, ma, insomma, così scelsi.
Per tre anni, senza televisione, ascoltai molta radio; la ascoltavo molto già da prima. Radio Popolare, Europa Radio, e basta.   In effetti, lo ammetto, fa tanto chic in un certo sottobosco d'una certa sinistra. Poi, i miei genitori, che ad un certo sottobosco preferiscono la praticità, mi regalarono la televisione. Io - non ricordo bene, ora, perché questa scelta - installai una parabolica, ma non feci alcun abbonamento a Sky, forse, allora, Tele+. Non so se questo faccia tanto chic in un certo sottobosco d'una certa sinistra.
Poi, un giorno, all'improvviso, dopo anni, sparì il segnale dei canali RAI e girai per 10.000 canali arabi, in cui, ho notato, si prega tantissimo. Questo non è per nulla chic.
Poi sparirono anche i Mediaset, che guardavo poco, ma sparirono lo stesso, e rimasero solo i canali arabi, dove si prega in modo estenuante.
Questo non ha il benché minimo significato, per me, a meno che non si voglia soffocare nelle solite considerazioni anti-islamiche. Alcuni di loro sono così. Pregano tantissimo, ammazzano con una certa ingordigia, fanno tutto platealmente, insomma. Hanno mostrato, ad esempio, le foto della donna (non ricordo se moglie) del figlio di Gheddafi. E... Beh... Plateale, appunto. 
Tornando a prima, per me non aveva significato, inizialmente. Ho pensato, poi: e se nei canali arabi, in questa lingua a me sconosciuta, si pregasse Dio anche per oscurarmi i canali RAI e Mediaset, in modo da vedere solo quelli arabi e convertirmi? Io non capisco nulla, ma intanto ascolto. Il messaggio penetra, una parte di me coglie (probabilmente attingendo ad un serbatoio di conoscenza universale, di cui ahimè non conosco consciamente la dislocazione), la parte razionale non si accorge della tragedia in atto e... Puf! 
Chiariamo: nulla contro questo Dio o quell'altro, ma per sicurezza adesso uso il digitale terrestre.

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Sindrome di Tomas-Tranströmer


Grave sindrome ansioso depressiva, i cui sintomi iniziali - ingannatori - rimandano però ad una psicosi già avanzata. Caratteristica del primo stadio è, infatti, l'immagine di sé che appare (ai propri occhi) leggermente diafana e, talvolta, con tinte seppiate. Compare, in seguito, importante sensazione di nullità, si avverte il totale disinteresse del mondo nei confronti della propria esistenza.  Segue gravissima inedia e deriva psicofisica che, nei casi trascurati, può portare all'idea del suicidio. Necessita pertanto d'immediata terapia farmacologica, con supporto psicologico.
Prende il nome dal grande letterato svedese Tomas Tranströmer, che vinse il premio Nobel contemporaneamente alla morte di Steve Jobs.


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giovedì 29 settembre 2011

L'ascensore di Pat










C'è un ascensore che vedo tutti i giorni e che saltuariamente uso, il quale emette un "plim-plom" copiato da un brano di Pat Metheny.
Sono troppo sicuro; quando sento questo "plim-plom", il "plim-plom" che avvisa dell'arrivo dell'ascensore, quando si aprono le porte scorrevoli, io subito ci attacco mentalmente il "plim-plom" successivo, come da spartito del grande Metheny.
Penso che passi da un "plim-plom" in maggiore ad uno in minore...
Il brano dovrebbe essere "Message to a Friend", tratto da " Beyond The Missouri Sky". Disco meraviglioso.
Il problema è che questo maledetto ascensore mi sta imprimendo a fuoco, nella mente, questo brano; da diverso tempo non mi abbandona mai. Sto male. Aiuto...!

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martedì 27 settembre 2011

Marcello, come here! Hurry up!


"Dentro la Fontana di Trevi, durante le riprese, feci su e giù una notte intera, senza mai inciampare. Marcello invece aveva freddo e così vuotò una bottiglia di whisky. Cadde tre volte. E per tre volte furono costretti ad asciugarlo. Alla fine gli fecero indossare gli stivaloni da pesca sotto i pantaloni".

Fabrizio Roncone intervista Anita Ekberg, Corriere della Sera, 27/09/2011

 
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giovedì 22 settembre 2011

Creazioni


Tuonò la scarabea: 
"Sei un ubriacone, non voglio quella roba! 
Solo nella merda depongo le mie uova!"...
Lo scarabeo faticò a lungo, 
dovendo riportare, dove l'aveva scovata, 
quella bella palletta di merda colorata.

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martedì 20 settembre 2011

Pecoropoli

Oggi ho partecipato ad una riunione di lavoro, una di quelle estenuanti, nella quali si deve solo ascoltare per circa 3 ore. Mentre non ascoltavo, guardavo la tizia che presentava il suo prodotto; mi ricordava l'immagine di un bestiario. Uno di quei volti caprini, o pecorini. Forse più pecorini.
Ho pensato, allora, di scrivere la sceneggiatura di "Pecoropoli", cioè il film che narra di una città (o meglio, una società) dove non si riesce a combinare nulla, a causa dell'"effetto pecora", che domina le menti ovine degli abitanti.
Mi spiego: che so... sto andando a fare un aperitivo con un amico (ah! Vengo sempre redarguito se dico "prendere un aperitivo") e, cammin facendo, incrocio un gruppo di ben tre persone. Siccome noi siamo in due, per "effetto pecora", invertiamo la marcia e seguiamo i tre, quindi diventiamo cinque e niente aperitivo, a meno che anche gli altri tre non abbiano il medesimo intento.
Poi, ovviamente, in cinque notiamo due o tre gruppetti di, che so... sette, otto, sei persone. Allora ognuno dei cinque, seguendo un'ovvio meccanismo di simpatia, si unisce ad uno dei gruppi avvistati, e così via...
Il risultato è una società caotica, improduttiva, priva di relazioni sociali se non effimere e inconcludenti, con grande difficoltà a riprodursi. Un mondo destinato alla catastrofe, al fallimento, governato da un re-pecora,  che s'illude di manovrare  le masse ovine, mentre, mestamente, segue le stesse dinamiche a corte.
Ecco... Beh, grazie alla tipa pecorina.
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domenica 11 settembre 2011

Visioni del futuro


La cosiddetta "Tradizione", che affonda le radici nell'alba dell'umanità, confluita nella Stregoneria moderna, nella Magia che sopravvive al tempo, indica quale tecnica per prevedere il futuro, quella di dormire in presenza di una scrofa (meglio se gravida) o, non disponendone, di una sua immagine o rappresentazione. Va bene, quindi, una foto o una statuetta nella camera da letto, sul comodino.
Ci sono racconti antichi di fuggiaschi che, nascosti sotto il pavimento di legno di una porcilaia, sognano la loro stessa fine, o la fine della vicenda. Sovrani illuminati (illuminati da altri, che reggono il lume) dormono con un simulacro di scrofa e non hanno bisogno, quindi, di scagnozzi che spiano il popolo al mercato, per poi fuggire a Samarcanda, dopo aver incrociato lo sguardo della Morte fra le bancarelle.
Ho voluto sperimentare, ponendo vicino alla mia testa, sul comodino, una fotografia della scrofona domestica di cui sopra. Ho sognato costine. 
Funziona.

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sabato 10 settembre 2011

Trota


Pochi giorni fa era il compleanno del Trota, ma non lo sapevo.
Siccome dovrei vivere in Padania (così dice lui, quando traduce i borbottii del padre), allora temo ritorsioni; se le ronde padane lo venissero a sapere, verrebbero a prendermi a casa, allora scoprirebbero anche che mio padre pesca le trote tutte le domeniche. Ne porta a casa a decine, tanto che mia madre arriva al punto di cucinarle nel riso e come polpette, giusto per variare il gusto, ormai nauseante per me. Mio padre, non ne parliamo. Non le mangerebbe neppure fatte in frappé.
Insomma: tutte le varietà di trota (il Trota compreso) sono per me degli enti incompiuti. La trota (quella che guizza, con le branchie) è un pesce, ma non uno di quelli per cui perdo la testa... si... lo mangio, ma ne farei anche a meno. Il Trota è uguale. E' un essere umano; c'è, esiste, lo sento    dire strafalcioni, ne leggo i pensieri desolanti. In quanto essere umano me lo sorbisco, ma ne farei a meno. Spero che mia madre ne faccia polpette, potrei così digerirlo ed evacuarlo, il Trota.

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sabato 13 agosto 2011

Dimmi con chi vai...


E’ semplicemente inutile cercare di smontare il senso ed il messaggio di un proverbio.
Da dove vengono? Da quale remoto passato? Quale conoscenza ha prodotto queste sintesi, spesso disarmanti?
Io non ho la competenza per affrontare questi temi, ma appare chiaro che dei proverbi siano trascrizioni di leggi naturali e universali, e – per questa ragione – non possono essere sbugiardati.
Tempo fa ne lessi casualmente uno che non conoscevo, stupendo: “attendi il porco alla quercia”. Qualcuno può tentare di smontarlo?
Ora, però, tratto “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.
Perché il delinquente va coi suoi pari? Perché il potente fa lo stesso? Perché il poveraccio frequenta i suoi simili? E perché il cretino lo imita?
Perché il cacio va coi maccheroni? Perché il burro con la marmellata? Perché il cane va col padrone, ed il padrone col cane? Perché la corda con l’arco?
Pensate che il proverbio tratti solo di rapporti umani? E’ un errore.
Inoltre, anche e soprattutto nei casi in cui la frequentazione si gioca sugli opposti (arco-corda, cane-padrone, ma anche uomo e donna), questo contrasto è sotteso di similitudine.
In altre parole: quando non si comprendono le cause d’una frequentazione, allora si deve affondare lo sguardo, sbirciare “dietro”, “sotto”, e non temere: la similitudine si disvelerà, prima o poi… E non è detto che sia una scoperta piacevole.
Tornando però all’essere umano: non ce n’è… Quando ci si domanda perché due persone si frequentano, quando non lo si capisce, si deve solamente attendere, con occhi aperti.
La similitudine fra i due apparirà. Basta ricordarsi, in quel momento, che il proverbio non può sbagliare, per sua natura, mai.

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martedì 2 agosto 2011

Allevamento disanimale

Della fine del bucentauro non so nulla, anche delle altre creature mitologiche non ho notizie, ma del centauro si! Si è estinto, quando non si conosce, ma l'ultimo è morto non solo nel mito. A parte il De Chirico dell'immagine (è un quadro che mi piace molto), della morte dell'ultimo centauro ne parla anche Saramago, in "Oggetto quasi". Quindi, scimmiottando José, "non ci sarà nient'altro da raccontare". Il centauro non c'è più e lo stesso vale per le creature mitologiche e fantastiche in genere. Ovviamente sto parlando dell'aspetto fisico, materiale. Ciò che rievocano simbolicamente lo si legge ancora nei modi di molte persone.
Comunque: se, dai meandri ancora sconosciuti della nostra conoscenza, dovesse affacciarsi una nuova bestia del genere, molto cattiva peraltro, ma filosofa, molto filosofa, che potesse quindi applicare una cattiveria analizzata, scientifica... se la stirpe di questa bestia dovesse allevarci in gabbia, intensivamente, copiando i nostri sani comportamenti, quindi nutrendoci con sfarinati di origine umana addizionati d'antibiotico, per poi mangiarci in tutti i modi... Allora mi domanderei: visto che, al momento, noi riserviamo tale sorte agli animali, e i loro difensori, che a mio avviso in parte non vaneggiano, affermano che li trattiamo in modo "disumano", allora, fossimo noi in gabbia, le bestie cattive di cui sopra ci tratterebbero in modo "disanimale"?   


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giovedì 7 luglio 2011

Scimmie di mare

Sono tornate in commercio, leggere qui, ora le chiamano SKIFIDOL, povere bestie.
Sinceramente: non mi frega nulla di queste bestioline, a meno che non siano ottime con due linguine con aglio e prezzemolo, ma di certo non mi curo di loro, se vive e guizzanti.
Però, finalmente, dopo 30 anni ho capito cosa sono.
Ecco la datata pubblicità e sotto l'aspetto dei crostacei in questione:










lunedì 20 giugno 2011

Ranocchi

Questa mattina, una di quelle contrassegnate dalla desolazione nel cuore, sul treno ho visto un geologo che conosco. Io lo conosco, ma lui non si ricorda di me.
Io, al contrario, lo ricordo bene. Lavora all’Università di Milano, ho assistito anche alla sua tesi di dottorato, che – rammento come fosse ieri - avevo trovato molto noiosa.
Io non sono geologo, ma qualcosa non tornava nell’esposizione.
Mi dava la sensazione di aver rimescolato gl’ingredienti, e nulla più; come se un ristoratore, tutto esaltato, mi proponesse i quattro formaggi agli gnocchi. Ecco, avevo proprio quella sensazione.
Quindi: questa mattina in treno, lui, dotto disquisiva di scienze. Io, memore della sua tesi, a conoscenza inoltre del suo percorso universitario seguente, non ce l’ho fatta.
Mi sono alzato, gli ho puntato l’indice, dritto verso il naso, a 20 centimetri di distanza.
Ho urlato una cosa tipo”AAAUAHHHGGGG!” e l’ho trasformato in ranocchio.
”AAAUAHHHGGGG!” non significa nulla, ma non potevo scatenare l’incantesimo, senza utilizzare una parola magica, in pubblico. A casa mia me ne sbatto, ma in pubblico non si può.
E allora lui era lì, coi vestitini precisi a quelli di prima (da umano), che si erano adatti come taglia e forma alle nuove sembianze, era lì che gracidava sul sedile.
Gli altri passeggeri erano attoniti. Ho chiamato una tizia, una brutta tizia, che si è avvicinata a me con la morte nel cuore, mi temeva.
L’ho obbligata a baciarlo. Lui è tornato umano, coi vestiti come prima, normali, come se nulla fosse accaduto. La magia è da non crederci, è pazzesco come mutino i vestiti, coerentemente. La tizia è svenuta.
Poi, nulla. Il treno è arrivato a Sesto, sono sceso.
In carrozza tutti muti.
Lui non disquisiva più di scienze, il coglione.
In ogni caso, continuo ad avere la desolazione nel cuore. Questa sera salgo sul treno e li trasformo tutti.

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giovedì 16 giugno 2011

Game Over


Grazie, B., per essere rimasto ostentatamente al mare mentre gli elettori (compresi i suoi) correvano ai seggi, bissando l’“andate al mare” di Craxi modello ‘91, il che fa ben sperare nello stesso epilogo: la spiaggia di Hammamet nel giro di un paio d’anni o, in alternativa, la galera.



Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2011

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mercoledì 1 giugno 2011

Passante mobile


Io stabilirei la pena di morte per chi pronuncia frasi fatte o battute logore. Mi infastidisce terribilmente, mi rende triste. Un classico, per intenderci: si sente la sirena di un'autoambulanza e qualcuno: "ti vengono a prendere!". Mi fermo; potrei proseguire ore...
Si dà il caso che il passante della cintura, quello mobile, si vede nell'immagine, è appunto mobile. Io non avevo colto il senso profondo, ontoligicamente parlando, di questo inutile orpello. Il fine ultimo, infatti, è di far si che la cintura non penzoli flaccida, camminando (qualora i passanti "fissi" dei pantaloni non bastino).
Ergo, il passante mobile può essere posto fra due fissi dei pantaloni e POI, soltanto POI, si può infilare la cintura ben aderente alla vita. La mobilità è il mezzo per raggiungere il nobile fine.
Ebbene, io non c'avevo mai pensato. Anzi, mi lamentavo della frequente inutilità del passante mobile.
Quando delle persone hanno iniziato a bersagliarmi con la solida domanda idiota (ti piace molle?), ecco... allora, non potendo condannarli a morte, mi sono scervellato. Ho compreso, si, ho compreso il senso del passante mobile. A quarant'anni passati.

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