martedì 17 settembre 2013

Cani e Gatti




Il 14 agosto, dopo un pantagruelico pranzo in un agriturismo  d'altura, si stava chiacchierando col mio amico Vanni ed i rispettivi genitori, quando si fermarono quattro passanti, per ottemperare al codice montano, che prevede inutili convenevoli.
Uno di loro, piuttosto âgée, manifestò immediatamente (a sproposito) la sua passione per il Duce e la sua fede fascista, senza lesinare continui saluti romani, dispensandoci racconti di fucilazioni di giovinetti intemperanti e illustrando la più lisa delle teorie di fantastoria; come sarebbe il mondo se il baffino avesse vinto la guerra, che, al vecchio pungeva, pare venne vinta dal baffone.
Tralasciando le visioni cupe dell'ultra-ottuagenario, la discussione s'incagliò intorno al rapporto fascisti-partigiani: mio padre sosteneva che - nella stalla di suo nonno, quando fuori infuriava la bufera di neve - si scaldavano e si rifocillavano insieme i tedeschi, i partigiani ed i fascisti.
Il vecchio ripeteva a macchinetta che, no, fascisti e partigiani non avrebbero mai potuto sedere allo stesso tavolo, neppure per fame. Sembrava accettare, invece, la comunella di soldati tedeschi e partigiani.
A me, onestamente, la verità propugnata dal vecchio pareva una colossale idiozia. La storia è piena di episodi che lo provano: per una donna scoppiano guerre infinite e per la fame le tregue sono quotidiane. Ammetto: la scuola dell'esistenza ha un indubbio peso, nel bagaglio delle esperienze. Ciò che si può ragionevolmente dubitare, è che una persona abbia gli strumenti critici per interpretare gli eventi e per raccontarli con onestà. In altre parole: per un gatto, l'amicizia con un cane può essere d'imbarazzo presso la comunità felina. Meglio sorvolare se non si possiede solida arte retorica, per dimostrare che la storia è sollecitata e deviata da fronti comuni, da masse che formano solide e immense unità, all'interno delle quali, gli uomini, le cellule, non possono essere identici negli intenti, come è nella natura delle cose: la somma non è solo un elenco di unità. 
Io cercai d'intervenire, ricordando al vecchio che Rigoni Stern, durante la ritirata di Russia (ci perì anche il padre di mio padre), accolto nelle isbe, per scaldarsi e per nutrirsi, spesso si trovò seduto ad un tavolo assieme ai soldati russi, per poi ripartire, tutti, ognuno verso il proprio disumano destino. 
Io, povero ingenuo, pensavo che lo sterminio testimoniato da Rigoni Stern non avesse un colore: fu il resoconto di un suicidio di massa, una carneficina il cui messaggio non ha nulla a che vedere con le divisioni politiche. Mi sbagliavo. Il vecchio non era incline alla lettura ed al ragionamento.
Comunque sia: ecco la vicenda che visse mio padre, a cinque anni, per cui della sicumera del vecchio ben poco m'importa.
Per sfuggire ai bombardamenti, si rifugiò dal nonno, sui monti del bresciano: a Ono San Pietro.
Sostiene mio padre, appunto, che la temperatura della stalla attirava esponenti di tutte le fazioni in guerra: deponevano le armi, entravano, si scaldavano e si rifocillavano, per poi andarsene a gruppi e ricominciare a massacrarsi. 
Devo aggiungere un particolare: la zia di mio padre ebbe un figlio con un fascista, che, a guerra finita venne arrestato, in quanto esponente della Banda Koch. La tensione, quindi, nella stalla del nonno Formentelli, colmava l'aria, già ammorbata dai polmoni di bestie, di umani e di umani bestiali. Si temeva continuamente un'uscita sbagliata, una parola di troppo che avrebbe scatenato una sparatoria. 
Una sera, la palla di mio padre finì nel grande camino della stalla; per recuperarla si aggrappò al calderone, nel quale sobbolliva perennemente il pastone per i maiali.
Il calderone gli si rovesciò addosso, procurandogli gravissime ustioni. Ancora oggi, passati sessantotto anni, il braccio destro per intero, il petto e mezzo braccio sinistro portano i segni di questa tragedia.
Venne immediatamente cosparso di olio, senza essere spogliato (assieme agli indumenti si sarebbe staccata anche la pelle) ed avvolto in pesanti coperte.
Partirono in quattro (mio padre racconta di fascisti e partigiani) che, dandosi il cambio nella neve alta, portarono a piedi mio padre fino a Capo di Ponte.
Lì si rivolsero al medico (del quale non rammento il nome), il quale caricò il gassogeno dell'automobile con legna secca, portando mio padre all'ospedale di Brescia.
La pelle, fusa nella posizione assunta al momento dell'ustione, venne tagliata immediatamente.
Fino all'età di diciassette anni, periodicamente, gli venne disteso il braccio destro (che rimaneva piegato) e ripiegato il sinistro, che giaceva perennemente disteso, per indurre la pelle a crescere correttamente e permettere il movimento degli arti.
All'ospedale di Brescia, nel quale soggiornò a lungo, una suorina gli s'avvicinava: "Mi dispiace piccolo, ma dobbiamo spaccare...". Riponeva una bacinella sotto il gomito e, con un colpo secco, gli distendeva il braccio destro, aprendo uno squarcio nell'interno dell'articolazione del gomito. Poi ripeteva l'operazione al braccio sinistro, piegandolo.
Racconta mio padre di ricordarsi nitidamente due feriti gravissimi, giunti all'ospedale agonizzanti e morti poco dopo: uno con un buco in pancia. Non era una fucilata, si poteva vedere dall'altra parte, mancavano delle viscere. L'altro aveva perso parte del cranio.
Quand'ero bambino, mio padre mi spiegava di essersi procurato quel disastro combattendo nei Lanceri del Bengala. Pare che, alle ragazze, raccontasse di chissà quali battaglie, chissà dove combattute, riuscendo a dare ulteriore colore alla tragedia, di per sé già pulsante di rosso sangue, su sfondo verde acqua.
Mio padre ha vissuto tutto questo, ha giocato per anni con un tenente tedesco il quale (rischiando la fucilazione) lo faceva divertire mettendo la polvere da sparo sui binari, al passaggio del treno. Lo vide poi morire esangue dopo una coltellata.
Mio padre ha visto, ed ha capito che una cosa è l'uomo e altra è la storia, benché l'uno incida sull'altra e viceversa. Benché l'uomo crei la storia e questa, animata e ottusa come un Golem , possa tritare il suo creatore.

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2 commenti:

tentare, nuoce ha detto...

Tifo il topo del nord che s'arrosicchi quell'ultima parete che gli resta

Carlo ha detto...

onorato della sua visita!