martedì 24 dicembre 2013

Gli alieni etruschi




Quando fui sottoposto ad un estenuante colloquio con alcuni luminari della scienza, cercai in tutti i modi di convincere loro  della mia sincerità. Ero stato “vittima” di un rapimento alieno, ma loro, con orgoglio e snobismo, deprecavano la definizione in lingua italiana, di cotanto evento d'inciucio intergalattico.
Ogni volta, uno di loro, d'una magrezza malsana, anoressica, con occhialini tondi e bacchette in filo in titanio, si schiariva la voce, interrompendomi, per precisare: "Ehm... Alien abduction!". 
Io ribattevo, mi si gonfiava la coda, ribattevo che la definizione è tratta da un b-movie. C'era poco da fare gli spocchiosi.
Quindi, dicevo, rapimento alieno, ma in realtà, il termine di "vittima" era fuori luogo. 
Certo, non mi domandarono il permesso. Mi prelevarono mentre ero in coda in autostrada, senza chiedere. Stavo sapientemente confezionando una sigaretta (rigorosamente senza filtro) del mio amato tabacco danese, quando sentii una vibrazione sospetta, l’auto era spenta; ero fermo da almeno venti minuti.
E’ difficile da spiegare: è come se avessi perso i sensi per un istante. Mi ritrovai circondato da uomini (si, uomini) dai gusti  pacchiani, con sgargianti camicie tropicali, lunghe, su pantaloni dai colori troppo vividi e ibridati, abbinati in modo da scatenare ripulsa.
Molti avevano infradito verdi, d'una marca che visse anni fa, sulla terra, un'estate glamour. Altri, sorprendentemente, indossavano completi d'alta sartoria, ma un poco datati, almeno d'un ventennio or sono e mi figurai che, prima di prelevare proprio me, avessero svaligiato uno di quei magazzini cinesi di periferia, maree di orrore e di carabattole.
Stavano tutt'intorno a me, una inimmaginabile luce nera delineava uno spazio, ma non vedevo le pareti e nemmeno un pavimento, ero sdraiato.
Non mi fecero nulla di male. Dopo una serie di prelievi  di sangue e tessuti vari (assolutamente indolori, con curiosi strumenti opalescenti) mi portarono a visitare la nave.
Non saprei descrivere quello che non riuscivo a vedere; quella luce nera mascherava l'ambiente; capisco, può apparire assurdo, ma era luce, viva e nera, come il liquore alla liquirizia.
Dopo quelli che mi parvero una decina di minuti di camminata nel nulla, incuriosito dal silenzio dei miei rapitori e dall'assenza di rumore, mi soffiai il naso: non emisi alcun suono.
Uno degli accompagnatori, con un pacato gesto della mano, da direttore d'orchestra, accese una lampada che rischiarò il luogo. 
Un tempio. Mosaici dionisiaci sotto ai miei piedi e sulle pareti. Frammenti di bassorilievi etruschi, statue, maiali liberi grufolavano e sporcavano. Le ghiande calpestate dagli ungulati non crepitavano. Altre rotolavano mute.
Una scrofa dalle dimensioni inaudite si pasceva d'un pastone orribile a vedersi, che emanava un tanfo da cucina di caserma. Intorno alla scrofa uno steccato le impediva di allontanarsi.
Circondando la gravida, un gruppetto di alieni dormiva sonni profondi, affondati nella certezza che la scrofa avesse rivelato loro il futuro.
"Porca boia!", pensai... Questi avevano saccheggiato un museo. Forse possedevano una tecnologia, per cui, per uccidere la noia, se ne andavano a trovare tombe etrusche, coi loro marchingegni zeppi di cannule alla luce nera; s'erano fatti una discreta collezione.  Oppure, infine, erano etruschi, il che non avrebbe senso, se non per il fatto che io sono un illustre etruscologo. 
Mi sorpresero allora i miei esimi colleghi (notai che uno assomigliava a Marx), quando mi risero in faccia, grossolanamente, e senza ritegno, alle mie spiegazioni. Un paio contrassero il viso impercettibilmente e, pur lodandone l'autocontrollo, colsi il disappunto. 
Gli alieni sono etruschi, oppure vivono una passione per quella cultura. 
Nulla... Si stupirono, al contrario, quando raccontai della presenza del divin suino.
Mi cacciarono in malo modo.
Per due mesi il Magnifico Rettore, a sorpresa, fece capolino fra gli studenti; seguì diverse mie lezioni, per appurare che il mio cervello non volasse troppo spesso con maiali cosmici. Rischiai il posto, insomma.  
Uno dei summenzionati inquisitori accademici, tre mesi dopo la mia gita spaziale, assieme a dei suoi compari, vanagloriosi attivisti,  portò dei maiali a defecare in un campo, in modo da impedire la costruzione di una moschea.


2 commenti:

tentare, nuoce ha detto...

L'invenzione che chiama sé civile vuole alieno qualsivoglia accadere non sia il suo

Carlo ha detto...

Aaaah, quando l'alieno è il proprio, è una tal sofferenza... Auguri!