venerdì 24 febbraio 2012

Il mito della boule


 
Sono molto presuntuoso, molto, a tal punto che il mio ego mi vorrebbe obeso per allargare i propri confini.
Sono così presuntuoso, che ritengo di scrivere miti moderni, quali risultato delle mie scarnissime meditazioni.
E allora eccone uno; è molto datato, ma in questi giorni lo calzo bene:

La boule de neige.
Si prende una boule de neige e la si scuote.
Si rimette la boule al suo posto, mentre la finta neve va in sospensione, per poi ricadere sul fondo, imitando una nevicata.
Quando la finta nevicata è terminata, tutto torna come prima.
In realtà, però, non è come prima...

Ecco… 

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martedì 21 febbraio 2012

Ah, che meschino...

(fonte: Corriere Della Sera, 21/2/2012)

Mi addolora sapere che il gran paroliere di Apicella si abbassi a tanto...

Aggiornamento 22/2/2012: no, non è plagio, J.Ax ha ritrattato. Il mio dolore era ingiustificato.
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mercoledì 15 febbraio 2012

...Sai com'è Baba...


Nulla da dire intorno alla figura di Sai Baba. Qualche dubbio lo nutro, da quando sono senziente, nei confronti dei talebani d'ogni credo, ma non dubito mai "dell'oggetto" del credo, del simbolo, organico o inorganico che sia.
Chi venera solo Sai Baba e nelle sue parole trova ogni spiegazione, chi per il Cristo fu (è?) pronto a massacrare, chi per Allah, etc...
Comunque: Sai Baba...
Non metto in dubbio nulla: polvere, apparizioni, levitazione. In ogni caso preciso che è semplicemente logico "frugare " nella mente di chi vede e vive certi fenomeni.
Ma, insomma, riparto: in una spiaggia vicino alla Thailandia, passando la mano nella sabbia in un momento di melanconia, trovai una medaglietta col ritratto dell'immagine, sembrava della porcellana incastonata in un piccolo supporto d'argento.
Era però in bianco e nero, inoltre la sabbia aveva fatto il suo meticoloso lavoro, sbiadendo, appiatendo, limando...
Il fatto è che io ricordavo Sai Baba coi capelli tipo Napo Orso Capo, o Hendrix, ma non così, come nell'immagine. Quindi: prima di tutto non lo riconobbi, poi, l'aspetto del pendaglio (straziato dal tempo)  trasmetteva una dolente sensazione di jella e conseguente jattura, di sfiga per dirla semplice.
Tenni qualche giorno il pendaglio, ma la sensazione bussava continuamente alla mia coscienza, quindi mi decisi e lo buttai.
Lo buttai in un fiume, certo che il fiume tutto macini e digerisca, da una carcassa di lavatrice ad un pendaglio.
Poi, giorni dopo, presi un taxi. Appeso allo specchietto retrovisore ballonzolava quel volto, a colori. Devo dire che mi fece comunque tristezza.
Domandai... Scoprii di aver buttato Sai Baba...Il punto è che i SaiBabani (si chiamano così!) non hanno diffuso l'immagine del venerato, da vecchio. O meglio, non l'hanno diffusa come la stessa del giovane Sai Baba. Quindi chi, come me, ignorava, s'è giocato l'aiuto di Sai Baba, ora che svolazza nei mondi impalpabili dell'aldilà.

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Il peso degli anni

(fonte: Corriere della Sera del 14/2/2012)


In realtà l’articolo è più articolato (s’impone il bisticcio), ma è una sequenza fiaccante di “enne”, il cinquantaduenne ed il quarantatreenne, il primo che trapassa dopo una discussione col secondo, che però, il secondo, è lui stesso a chiamare i soccorsi.
Bene, con tutto il rispetto per il cinquantaduenne trapassato, trovo queste notizie sconvolgenti.
Sottolineo che hanno dimenticato di precisare l'età degli altri attori: il bar è un ventenne, mentre il parcheggio, lo si capisce anche dalla strafottenza, ha quattordici anni e qualche brufolo.
 
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venerdì 10 febbraio 2012


Leggo spesso i commenti di Aldo Grasso, sul sito del Corriere, perché lo ritengo un acuto osservatore della fenomenologia televisiva, e non solo, anche se - non me ne voglia... Ma tanto non mi leggerà - l'immondezzaio infinito della televisione, spesso fa si che le sue mani s'insozzino e che, è questo l'effetto, paia occuparsi di questioni assolutamente futili.
Purtroppo, questa è parte della sua materia. 
Non capisco bene, però, questo suo articolo.
La considerazione sulla scopiazzatura di battute circolanti su twitter, da parte di Crozza, non m'appassiona. Mi pungola, invece, la riflessione breve sull'acquisto di libri di poesia, dopo che Saviano ne tratta in televisione.
Non che voglia difendere Saviano, non ne ha bisogno, ma non comprendo la critica.
Siamo pecore? Si, senza dubbio, non c'è bisogno di Grasso e di Saviano per aprire gli occhi.
L'argomento è anche molto complesso, le regole sottese alle dinamiche delle masse sono spesso ignorate, banalizzate, ma lavorano nell'ombra costantemente.
Essendo pacifico il nostro incedere ovino, perché non gioire (si, gioire) se una trasmissione, in modo pur criticabile, induca all'acquisto di un libro di poesia (fra l'altro, di una grande poetessa)?
Il timore, poi, che si imiti, in ultimo, noi stessi, è più che fondato... Ma dove sta il male?
Intendo dire che, facendo un onesto bilancio, quindi elencando costi e ricavi, meglio un libro acquistato grazie a Saviano, che una lite in famiglia per la nomina di un coglione qualsiasi, "abbandonato" alle telecamere su di un'isola o chiuso in una casa a cinecittà.
Non ci si può lamentare della mancanza di cultura, per poi vivisezionare a scopo demolitorio i tentativi di diffusione della stessa.
Quando un organismo annaspa, quando si ha fame d'aria, una boccata permette di trascinarsi almeno di un passo, per poi sperare sempre in una rinascita futura.


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lunedì 30 gennaio 2012

Psicosomatomeccanica



Questa mattina sono salito sul treno definito “cacato”. In realtà non è più cacato dell’altro “modello”. E’ soltanto ad un piano solo, mentre l’altro ne ha due.
Per il resto, non cambia nulla. E’ sporco, non tutte le porte funzionano, il riscaldamento è troppo alto o troppo basso, spesso il treno è troppo corto e le persone sono costrette a stare in piedi e, in ultimo, il ritardo è così consolidato, che, di fatto, non può essere definito tale… Nel senso che, se un giorno per caso dovesse giungere a destinazione in orario, penserei di essere in anticipo.
Il treno di questa mattina, però, malgrado la platonica “cacataggine”, aveva qualcosa di curioso, di organico, oltre agli umani passeggeri e allo sporco: respirava, o comunque mugugnava una specie di “Mmmmmmmmmh” inespressivo, a intervalli regolari.
Non era il solito “Mmmmmmmmmh” di piacere, oppure quello che accompagna una breve riflessione. Era un muggito soffuso e senza crescendo, una nota di tromba infilata subito perfetta e tenuta regolare. Il tutto ogni 50-60 secondi circa. Inizialmente mi pareva di essere trasportato su di un vermone gigante, seduto nelle sue viscere, poi questa respirazione meccanica mi ha fatto ricordare i rumori a frequenza costante dei sommergibili.
A dir la verità non sono mai salito su di un sommergibile, ma quelli che ho visto in tv sono popolati da rumori precisi, e tutti a frequenza regolare: il sonar prima di tutto, poi si aggiungono quei rumori da torsione ansiogena, quei “C-cc-ccc-ccccrrrr” che, penso, derivino alla pressione esercitata sulla struttura del sommergibile.
Allora ho pensato che un’eventuale irregolarità nel respiro meccanico potesse essere un sintomo di sofferenza del treno-vermone.
Ho pensato che, per esempio, se il rumore fosse accompagnato da una sorta di fusa di gatto, potrebbe essere aneurisma dell’aorta, come lessi in un racconto di Šalamov.
A questo punto, mi sono ricordato che anni fa ero convinto di tingere (in senso alchemico) gli oggetti con la mia aura. Cioè: se un interruttore in una casa non funzionava da mesi, io, toccandolo, lo “guarivo”. Questo riprendeva a funzionare, è successo, lo giuro. Il mio impianto stereo, inoltre: il cd saltava quando ero in un periodo di maliconia. Funzionava perfettamente quando io ero felice, leggero. Potrei fare altri esempi, ma questi bastano per portarmi all’argomento centrale: in base a questa mia convinzione, avevo elaborato una teoria che associava (con uso di evidente ana-logica) un organo umano ad un pezzo dell’autovettura. E’ facile accostare lo stomaco al serbatoio, il tubo di scappamento all’intestino, la centralina al cervello, non dimentichiamo poi la relazione benzina – sangue… Le cose si complicano passando in rassegna le parti più misteriose, per un non  addetto. Per esempio: quale sarà mai la cistifellea dell’automobile? Questa teoria non era pura speculazione: poggiava sull’esperienza di mio padre e voleva essere utile a tutti.
La sua auto (una Fiat Tempra) si spegneva in corsa, all’improvviso, senza avvisare, in sorpasso. Nello stesso periodo lui cadeva svenuto, o sveniva seduto e non cadeva, all’improvviso, per pochi secondi, poi si riprendeva come se nulla fosse.
Quando i medici capirono che si trattava di un problema al seno carotideo, allora finalmente, con un pacemaker, il problema svanì e, negli stessi giorni, dopo due anni di inutili consulenze meccaniche, un vecchio saggio avvinazzato capì che l’auto non funzionava a causa degli iniettori sporchi. Un poco di additivo e l’auto guarì, contemporaneamente a mio padre.
Fu la prova: la mia intuizione era corretta. L’uomo tinge i macchinari, li impregna, li influenza.
Iniziai allora ad elaborare la teoria: immaginai una categoria di meccanici evoluti; essi, una volta raccolte informazioni sulla salute del conducente dell’auto, poi ascoltando i gemiti del motore (o il silenzio, nel caso di mancata accensione), con due utili consigli di vita, guarivano l’uno e l’altro, l’uomo e la macchina, la mente ed il corpo.
Purtroppo, i sentieri dell’esistenza non mi hanno consentito di terminare la stesura del manifesto di questa nuova categoria, ma il nome della materia ce l’ho: psicosomatomeccanica.

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