lunedì 2 dicembre 2013

Visioni desertiche


[fonte] 


In passato presi molto seriamente l’etnobotanica.
Questa affascinante materia mi consentiva di reperire informazioni attendibili sulle lisergiche possibilità offerte dal regno vegetale.
Non mi spinsi mai, per le stesse ragioni, nel regno animale. Troppo complicato.
La soluzione più comoda, indirizzando il mio visionario desìo verso gli animali, sarebbe stata quella di farmi tarantolare, ma, ahimè, ho difficoltà ad approcciare gli aracnidi, tanto che guardo con profonda angoscia le arachidi, a causa dell’inquietante assonanza.
Mi meraviglio che nessuno della beat generation abbia considerato la possibilità che le arachidi (in particolari condizioni) possano cacciare sei zampette pelose.
Neppure il caro William S. Burroughs, che di visioni se ne intendeva non poco, pensò ad una innocua nocciolina che diviene ragno; occorre ricordare, però, di tutto rispetto, nel delirante The Naked Lunch, la macchina da scrivere che muta in scarafaggio (per me, uno scarabeo), cacciando un fallo sovrumano che farebbe invidia a John Holmes.
Di grande rilievo, tra l'altro, la trasposizione su pellicola di David Cronemberg.
Un rimpianto che ad oggi mi accompagna, in fatto di visioni indotte da bestioline, è quello di non aver leccato il Bufo Alvarius, il placido rospo che prospera nel sud degli Stati Uniti e nel Messico, le cui secrezioni ghiandolari contengono: N-dimetiltriptamina, bufotenina, S-metossi-Nmetiltriptamina, 5-idrossi-triptamina, 5-idrossi-Nmetiltriptamina, ldeidrobufotenina, bufotalina, la bufotossina e l'epinefrina.
Il compianto Jerry Garcia (vedi anche qui) descrisse con melanconico afflato gli effetti del DMT, che venne sintetizzato partendo dalle rospine secrezioni, e che si diffuse fra i fricchettoni degli anni ’60.
Impensabili macchinari bio-meccanici, sbuffanti e sferraglianti, comparivano invadendo con ingenua prepotenza la nostra presunta realtà oggettiva; in brevissimo tempo se ne tornavano da dove erano venuti, scomparivano rapidamente, mostrando l’aspetto deludente del DMT:  l’alterazione è fuggevole.
Quindi, riprendendo il filo, le mie scorribande nelle altre visioni della realtà (nessuno ha mai provato che non lo siano) non sono state risultato d’avventure salgariane.
Al massimo mi sono spinto sui nostri monti a brucare funghi.
Mi capitò però d’essere in Giordania e, da qualche parte intorno a Wadi Musa, d’incontrare un beduino appollaiato su di una roccia. Era il tipico uomo dall’età imprecisata. 
Pareva vecchio: la pelle brunastra e raggrinzita era solcata da profonde tracce d’aratro, ma il suo sguardo emanava lo scintillio d’un giovane. 
Il sole bacia i belli, si dice, ma è il bacio di Giuda.
Il beduino estrasse un fazzoletto rigonfio dalla tasca. Poi estrasse delle cartine e si confezionò con rara maestria una sigaretta. Il contenuto del fazzoletto era un’erba verdissima; sembrava fresca.
Io, pregustando un volo radente sui templi di Petra, mi avvicinai e gli chiesi di farmi provare il suo prezioso viatico per il migliore dei mondi possibili.
Non so in che modo ci capimmo, ma il giovane vecchio preparò una sigaretta e me la diede. Io la accesi, con una profonda inspirazione: fu come respirare il fuoco puro. Le fiamme brucianti mi stroncarono il respiro, iniziai a tossire convulsivamente, piegandomi dal dolore e dall’affanno.
Il giovane vecchio mi guardò e mi disse: “No sfff, no sfff!”, mimando il gesto d’aspirare. Poi me lo mostrò, tirando una piena boccata, lasciando che il fumo defluisse dall’angolo della bocca, senza assorbirlo minimamente.
Io lo guardai, feci il gesto universale dell’avambraccio che va su e giù e domandai in italiano: “Ma che c****o è ‘sta roba?!”.
Il beduino sorrise e, con la mano spalancata, m’invitò a guardare intorno.
“Mmmmh, mmmmh!”… Indicò l’erbetta che, indomita come la ginestra, spuntava in sparuti ciuffi qua e la, nel paesaggio riarso e sabbioso di quei luoghi.
Era erba, semplicemente erba di campo.

giovedì 14 novembre 2013

Gianni C.


[fonte]


Conobbi Gianni C., perché abitava nello stesso condominio del mio amico Daniele.
Viaggiavamo intorno  alla metà degli anni ottanta; io adolescente, mentre lui contava già almeno il doppio dei miei anni.
Viveva con la vecchia madre, una donnina rinsecchita dalle traversie, tutta spigoli e nervi, la quale – se non erro – gli è sopravvissuta.
Gianni non era certo un bel vedere; non lo si dimenticava.  Allampanato, con uno sguardo fisso, vitreo e folle, girava quasi tutto l’anno in maniche corte, col pacchetto di MS arrotolato nella manica sinistra. Portava capelli corti, dalla consistenza del pagliericcio ed il viso scavato era tagliato da ispidi baffetti castani.
Talvolta mostrava noncurante le braccia straziate nel tentativo di cancellare degli orribili tatuaggi, operazione che eseguiva con tecniche brutalmente medioevali.
Un giorno gli consigliai di usare la pietra focaia; mi pentii subito della sortita, ma, grazie al cielo, Gianni C. non mi stava ascoltando, perché non ascoltava mai.
“C.” sta per cioccolato, ma non conosco il motivo di questo soprannome.
Un mio parente, suo coetaneo, mi raccontò che Gianni si era frullato il cervello con vari bad trip, durante l’epopea della psichedelia nostrana.
Gianni C. mi attendeva spesso in stazione, verso le 13.00. Allora io tornavo da scuola ed i miei compagni sgranavano gli occhi; a quell’ora la banchina era vuota e lui appariva come l’angelo della morte col walkman, in pieno deserto.
Pur da fermo, era in movimento. Piegava leggermente le gambe, alternandole, producendosi in un dondolio costante, che, se osservato troppo, mi scatenava un lieve capogiro.
Quando scendevo dal treno (con una certa vergogna) mi salutava e mi accompagnava verso casa. In dieci minuti mi scroccava 3 o 4 sigarette, più altrettante per un enigmatico “dopo”; mi invitava a prendere un aperitivo, che non pagava mai. Ricordo che un giorno si presentò di buon umore, quasi solare; mi obbligò, amorevolmente, a fumare qualche sua sigaretta e mi pagò un Crodino.
In genere, a metà tragitto, lui deviava per il centro del paese, lasciandomi proseguire da solo, ma talvolta mi domandava delle musicassette in prestito, allora si spingeva fino a casa mia, suscitando enorme timore in mia nonna, preoccupata per le mie sorprendenti frequentazioni.
Mi attendeva di fuori, non entrava. Gli portavo delle musicassette (conscio di doverle salutare per sempre) e lui se andava; una volta gli diedi anche una bottiglia di Merlot.
Malgrado il suo aspetto non fosse da cortigiano, Gianni C. era innocuo. I suoi sensi avevano l’unica funzione d’introiettare il mondo, chissà con quali sfumature; viveva un palese isolamento, ragion per cui eventuali accessi d’ira si manifestavano in gesti autolesionisti. Un mio conoscente, che lo seguì durante il servizio civile, mi confessò d’un suo tentativo d’evirazione, con delle forbici.
Ebbene, Gianni C. aveva dei guizzi profetici e non c’è da meravigliarsi. Qualunque fosse la sua personale logica, Gianni dialogava con sé stesso, ininterrottamente. Sono certo: pur col suo peculiare sguardo, Gianni aveva scostato i molti veli che -  in noi – celano il mistero e, forse, s’era avvicinato più di molti grandi pensatori alla scaturigine della realtà tutta, che sonnecchia in noi. Quella fonte è Dio, altro che il dispotico tri-fronte dei monoteisti. Penso che Gianni, nel suo sfibrante dialogarsi, scalò la tetraktys.
Rammento un suo poema apocalittico, registrato su musicassetta, che recitava: “Nave che in mar pericola, monti che cascan rotti, negozi a tutta perdita, truffe e fallimenti, saran per l’uman genere anni de tormenti”.
Ricordo una sua profezia, purtroppo compresa dopo vent’anni: gli prestai le cuffie del mio impianto stereo, che, nel rispetto delle meccaniche universali, non mi restituì più.
Quando le reclamai, di fronte al mio disappunto, egli mi disse:  “Cosa te ne fai? Sono globali…”.
“In che senso?”, gli domandai confuso.
“Come? Sono globali, non capisci?”, insistette.
Io non insistetti e non capii. Quando ripenso a quel dialogo, ora, molti anni dopo, mi rendo conto che l'accezione moderna di “globale” e “globalizzazione”, che calzava a pennello per quell’oggetto, era custodita in qualche tabernacolo accademico, in attesa che i tempi fossero maturi per comprenderla.
Gianni C. ora riposa in pace; sulla lapide c'è una fotografia giovanile, ma io non l'ho ancora vista. Un bel ragazzo, si dice.

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domenica 20 ottobre 2013

A Bettina



Il Maestro, Bettina,
perì di mozzarella,
non di piada o tortellino,
troppo dura s’incagliò 
nel gozzo e lui sfiatò 
nella babilonia della Roma 
d'ogni tempo e nei lugubri scuri
mari romagnoli e di Venezia.
Hai gettato l'ancora, Bettina, 
sopra uno scoglio 
sicuro di casera.

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giovedì 17 ottobre 2013

Glabri


Questo è tutto
degli anaspidei
e d’altri glabri,
traspirano nei fondachi 
dei mari e dentro 
le anfore di acquari,
si torcon melodiosi
e si strizzano lungo
solenoidi immaginari. 

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giovedì 3 ottobre 2013

Terremoti

(Its an old Japanese recipe; artist: Ed Mclachlan)



Iginia era una signora, un poco su d’età, come tante.
Abitava al secondo piano d’un vecchio palazzo posto al centro del paese, in un viottolo che dipartiva dalla piazza della chiesa.
Come le tante altre alle quali alludevo, Iginia portava capelli bianchi e molto radi, scarmigliati, avendo abbandonato da trent’anni il dignitoso rito di ravviarli al risveglio.
Sospettavo che Iginia non si curasse neppure d’usare una reticella, durante il sonno, ragion per la quale l’effetto da fresca baruffa della sua capigliatura, assai curioso, mutava ogni giorno, lungo un’intera fase lunare.
Iginia, dalla carnagione lattiginosa, mostrava un viso un poco gonfio; un gonfiore d’età, da stanchezza degli organi emuntori, da pensieri secolari, insufflati nella mente attraverso i disponibili orifizi, da quegli spiritelli dispettosi ben catalogati dai cinesi antichi: questioni di congestione della milza, per intenderci.
Anche le vesti indossate da Iginia contribuivano a definire la sua partecipazione al lento corteo delle Partenti, quel numeroso esercito di donne antiche, senza più fremiti d’ogni sorta, che all’apparenza hanno perduto il calore dell’ardente fuoco sacro interiore.
I colori pavidi dei tessuti, smunti, parevano affacciarsi a noi dalle finestre di un’altra dimensione.  Non erano slavati, tale impressione è veicolata  dall’inganno dei sensi: non si volevano mostrare in pieno vigore, forse per consonanza con la donna.
Iginia la vedevo spentolare, attraverso la porta finestra della sua cucina, mentre badavo all’orto ed al mio piccolo giardino.
Un giorno, intento a potare il melograno nano, la salutai e lei mi rispose agitando la mano, ma sviando come sempre lo sguardo dal mio, come in imbarazzo di fronte ad un essere umano dai sentimenti ancora caldi.
Suo marito era scomparso da tempo, in un istante, senza avvisare, mentre i suoi figli abitavano altrove, limitandosi alle prescritte visite domenicali, che da un lato placano i sensi di colpa, ma dall’altro alimentano la noia.
Quando il terremoto sventrò il palazzo, lasciandolo in bella mostra con una tremenda cicatrice, Iginia s’impasto con la devastazione; fu ben difficile recuperare i suoi resti ed altrettanto ricomporli, perché cedette il lato sinistro della casa, proprio il lato in cui, nel suo appartamento, vi era il fornello a gas.
I terremoti che colpiscono intorno a mezzogiorno, mossi da inflessibili convinzioni dantesche, fanno stragi di golosi e, poiché la storia irretisce sempre gl’innocenti,  si prendono pure chi si nutre quanto basta per stare in piedi, e nulla più.
Nel mio giardino crollarono detriti, il mio melograno nano venne sommerso; fra i calcinacci emergeva una testa di bambola con grandi occhi turchesi, dall’espressione attonita.
  

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martedì 17 settembre 2013

Cani e Gatti




Il 14 agosto, dopo un pantagruelico pranzo in un agriturismo  d'altura, si stava chiacchierando col mio amico Vanni ed i rispettivi genitori, quando si fermarono quattro passanti, per ottemperare al codice montano, che prevede inutili convenevoli.
Uno di loro, piuttosto âgée, manifestò immediatamente (a sproposito) la sua passione per il Duce e la sua fede fascista, senza lesinare continui saluti romani, dispensandoci racconti di fucilazioni di giovinetti intemperanti e illustrando la più lisa delle teorie di fantastoria; come sarebbe il mondo se il baffino avesse vinto la guerra, che, al vecchio pungeva, pare venne vinta dal baffone.
Tralasciando le visioni cupe dell'ultra-ottuagenario, la discussione s'incagliò intorno al rapporto fascisti-partigiani: mio padre sosteneva che - nella stalla di suo nonno, quando fuori infuriava la bufera di neve - si scaldavano e si rifocillavano insieme i tedeschi, i partigiani ed i fascisti.
Il vecchio ripeteva a macchinetta che, no, fascisti e partigiani non avrebbero mai potuto sedere allo stesso tavolo, neppure per fame. Sembrava accettare, invece, la comunella di soldati tedeschi e partigiani.
A me, onestamente, la verità propugnata dal vecchio pareva una colossale idiozia. La storia è piena di episodi che lo provano: per una donna scoppiano guerre infinite e per la fame le tregue sono quotidiane. Ammetto: la scuola dell'esistenza ha un indubbio peso, nel bagaglio delle esperienze. Ciò che si può ragionevolmente dubitare, è che una persona abbia gli strumenti critici per interpretare gli eventi e per raccontarli con onestà. In altre parole: per un gatto, l'amicizia con un cane può essere d'imbarazzo presso la comunità felina. Meglio sorvolare se non si possiede solida arte retorica, per dimostrare che la storia è sollecitata e deviata da fronti comuni, da masse che formano solide e immense unità, all'interno delle quali, gli uomini, le cellule, non possono essere identici negli intenti, come è nella natura delle cose: la somma non è solo un elenco di unità. 
Io cercai d'intervenire, ricordando al vecchio che Rigoni Stern, durante la ritirata di Russia (ci perì anche il padre di mio padre), accolto nelle isbe, per scaldarsi e per nutrirsi, spesso si trovò seduto ad un tavolo assieme ai soldati russi, per poi ripartire, tutti, ognuno verso il proprio disumano destino. 
Io, povero ingenuo, pensavo che lo sterminio testimoniato da Rigoni Stern non avesse un colore: fu il resoconto di un suicidio di massa, una carneficina il cui messaggio non ha nulla a che vedere con le divisioni politiche. Mi sbagliavo. Il vecchio non era incline alla lettura ed al ragionamento.
Comunque sia: ecco la vicenda che visse mio padre, a cinque anni, per cui della sicumera del vecchio ben poco m'importa.
Per sfuggire ai bombardamenti, si rifugiò dal nonno, sui monti del bresciano: a Ono San Pietro.
Sostiene mio padre, appunto, che la temperatura della stalla attirava esponenti di tutte le fazioni in guerra: deponevano le armi, entravano, si scaldavano e si rifocillavano, per poi andarsene a gruppi e ricominciare a massacrarsi. 
Devo aggiungere un particolare: la zia di mio padre ebbe un figlio con un fascista, che, a guerra finita venne arrestato, in quanto esponente della Banda Koch. La tensione, quindi, nella stalla del nonno Formentelli, colmava l'aria, già ammorbata dai polmoni di bestie, di umani e di umani bestiali. Si temeva continuamente un'uscita sbagliata, una parola di troppo che avrebbe scatenato una sparatoria. 
Una sera, la palla di mio padre finì nel grande camino della stalla; per recuperarla si aggrappò al calderone, nel quale sobbolliva perennemente il pastone per i maiali.
Il calderone gli si rovesciò addosso, procurandogli gravissime ustioni. Ancora oggi, passati sessantotto anni, il braccio destro per intero, il petto e mezzo braccio sinistro portano i segni di questa tragedia.
Venne immediatamente cosparso di olio, senza essere spogliato (assieme agli indumenti si sarebbe staccata anche la pelle) ed avvolto in pesanti coperte.
Partirono in quattro (mio padre racconta di fascisti e partigiani) che, dandosi il cambio nella neve alta, portarono a piedi mio padre fino a Capo di Ponte.
Lì si rivolsero al medico (del quale non rammento il nome), il quale caricò il gassogeno dell'automobile con legna secca, portando mio padre all'ospedale di Brescia.
La pelle, fusa nella posizione assunta al momento dell'ustione, venne tagliata immediatamente.
Fino all'età di diciassette anni, periodicamente, gli venne disteso il braccio destro (che rimaneva piegato) e ripiegato il sinistro, che giaceva perennemente disteso, per indurre la pelle a crescere correttamente e permettere il movimento degli arti.
All'ospedale di Brescia, nel quale soggiornò a lungo, una suorina gli s'avvicinava: "Mi dispiace piccolo, ma dobbiamo spaccare...". Riponeva una bacinella sotto il gomito e, con un colpo secco, gli distendeva il braccio destro, aprendo uno squarcio nell'interno dell'articolazione del gomito. Poi ripeteva l'operazione al braccio sinistro, piegandolo.
Racconta mio padre di ricordarsi nitidamente due feriti gravissimi, giunti all'ospedale agonizzanti e morti poco dopo: uno con un buco in pancia. Non era una fucilata, si poteva vedere dall'altra parte, mancavano delle viscere. L'altro aveva perso parte del cranio.
Quand'ero bambino, mio padre mi spiegava di essersi procurato quel disastro combattendo nei Lanceri del Bengala. Pare che, alle ragazze, raccontasse di chissà quali battaglie, chissà dove combattute, riuscendo a dare ulteriore colore alla tragedia, di per sé già pulsante di rosso sangue, su sfondo verde acqua.
Mio padre ha vissuto tutto questo, ha giocato per anni con un tenente tedesco il quale (rischiando la fucilazione) lo faceva divertire mettendo la polvere da sparo sui binari, al passaggio del treno. Lo vide poi morire esangue dopo una coltellata.
Mio padre ha visto, ed ha capito che una cosa è l'uomo e altra è la storia, benché l'uno incida sull'altra e viceversa. Benché l'uomo crei la storia e questa, animata e ottusa come un Golem , possa tritare il suo creatore.

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