martedì 14 ottobre 2014
venerdì 3 ottobre 2014
venerdì 19 settembre 2014
Il mito dell'ascensore
Benché la mia cultura generale sia soltanto una sapiente spolverata, e
ciò – gioco forza – sia lo spirito della mia scrittura, vi è uno sparutello
gruppo di persone che mi manifesta stima, talvolta financo lasciandosi scappare
paragoni spregiudicati, citando colossi i quali, per pudore, non nomino.
Di questo gruppuscolo di aficionados, qualcuno si spinge oltre la
spontanea stima e domanda perché latiti, mi pungola e richiede che io partecipi
con maggior puntiglio a questo caos (forse democriteo) che è lo scrivere
anonimo, nell’oceano della rete.
Ebbene, sento oggi il bisogno di spiegare il mio ultimo sonnecchiare;
che sia un fisiologico moto di peristalsi? Non so, ma non ne abbiate a male…
Allora: molti anni or sono, studente di chitarra classica, prendevo
lezioni sul retro d’un negozio di strumenti musicali. In quel tempo, del quale
nulla persiste, se non io e la chitarra, scribacchiavo le prime mitosi della
mia poetica.
Tengo ad evidenziare che “il retro di qualcosa” è sempre luogo di
rivelazioni, siano calcinacci dimenticati dopo remote ristrutturazioni, che
ossa di gallina schifate dai moderni gatti sfamati ad aromi artificiali.
In quel negozio, in attesa del maestro, mi capitò per le mani un
vecchio libello di non so chi: la trascrizione di un’intera intervista a De
Gregori; preciso che, dato il caratteraccio del Francesco, il termine
intervista è fuori luogo.
Ebbene, San Francesco, tanto l’amavo da collocarlo fra le mie personali
icone, raccontava il suo stile di scrittura dei testi, usando quale esempio
(che io ricordi) la mirabile “Cercando un altro Egitto”, in cui si narra, Vi
ricordo, come la mattina presto San Francesco venga chiamato dalla strada, pare
che qualcuno lo voglia uccidere e lui, un po’ confuso, prenda tutto e “come San
Giuseppe” si ritrovi a rotolare per le scale, cercando un altro Egitto.
Il Santo spiegò che ben poco gl’importava di essere compreso, o che il
testo avesse un senso, ma che si dilettava ad accostare immagini le quali, a
risultato finito, parevano formare una storia compiuta.
Una lacrima mi sfuggì, perché io stavo abbozzando un qualcosa di
simile; mi sentii sorretto dal mio vate ed il mio vagito prese forza.
Da quell’involontario plauso del mio caro aedo nacque una ruvida raccolta di poesie, seguita da una seconda
ben più raffinata, in quanto l’esercizio paga sempre.
Le prime furono storie brufolose, da scariche ormonali, nelle quali
consigliavo di “lasciare ai pianeti le rivoluzioni/per quanto io ami quelle
autunnali” o me la pigliavo con Europa Radio, colpevole a mio dire di tenere un
piede nel presente ed uno nel vuoto.
Fecero seguito poesie più delicate, intime e – qualcuno afferma –
alchemiche; ecco. Qui, giunti all’alchemico, ho incontrato il vallo
invalicabile.
Passai qualche anno fa, lungo la costa, davanti all’isola di Krk, il
cui nome ricorda una frattura, ed una placida coltre nebbiosa la nascondeva; il
ponte che la univa al continente infilzava una nuvola.
Questo accidente naturale mi colpì. Pensai di comprendere anche il
mito di Avalon e mi produssi nel metallico e moderno, nonché scialbo, mito dell’ascensore.
Immagino allora un palazzo a più piani.
In ogni piano si parla una differente lingua e, forse, persino l’aspetto
dei residenti è differente; io lo ignoro, in quanto non ho accesso ai piani (se
non al primo) e neppure conosco le diverse lingue di questa babele.
L’unica mia possibilità, per conoscere i mondi a me proibiti, è quella
di sfruttare il lift-boy, dotato di passepartout.
Egli mi ascolta, annota, sale di piano, guarda, chiede, traduce e mi
riporta. Il punto focale della questione riguarda il linguaggio utilizzato dal
caro lift-boy.
Egli non è poliglotta, appare anche privo di volontà. Egli usa una
sorta d’esperanto matematico, le cui parole si fondono o si giustappongono a
quelle di lingue sconosciute. Si miscelano, come parassiti sguazzano negli
ambienti stranieri.
E’ il midollo matematico che conferisce proprietà trasformista alla lingua
del ragazzetto.
Così, il mito termina qui; avevo avvisato che fosse scialbo.
Ora, posto che, senza linguaggio non c’è pensiero e senza pensiero non
c’è espressione, si deve accettare il fatto: si scrive di ciò che si conosce,
si ricerca sempre e solo di ciò che si conosce. La scienza così si muove in un
apparente buio: si muove di un passo, dopo aver imparato cosa sia un passo.
Ragion per cui, concludo, siccome si ricerca l’ignoto in base al noto,
lo scrivere a mio avviso procede a ondate, a maree.
Io scrivo quando il ragazzetto torna a piano terra, quando posso esprimere ciò che di nuovo ha scoperto.
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venerdì 11 luglio 2014
Bucefalo
[fonte]
Osservavo con
attenzione il veterinario, indaffarato nel redigere la prescrizione
incomprensibile.
La grafia ricordava
la strisciata di un cardiogramma. Comprendevo qualche lettera sparsa, leggendo
il foglio al contrario, in quanto anche mio padre declinava la grafia verso
tali tensioni elettriche.
Mentre un ostinato
ronzio accompagnava la penna del medico, riflettevo sul fatto che il tempo (si,
sempre lui) fosse la malattia suprema; non v’era dubbio in quei momenti.
E’ la sorgente dei
malanni, in quanto scorrazza liberamente nei tre regni della Natura erodendo,
scarnificando, sbriciolando, disseccando e polverizzando. La dimostrazione di
potenza incontrastabile è la sua azione sul “quarto regno”, cioè quello
costituito dalle opere realizzate dall’uomo, che attinge da vegetali e
minerali, plasmando gli elementi e producendo enti altrimenti non esistenti.
I nistagmi degli
occhi del veterinario m’indispettivano. Fissando quegl’iridi verdi acqua, così
vanamente vistosi, seguivo l’accentuato tremore fisiologico, durante la
lettura.
Mi rendevo conto che
il tempo se ne sbatte della magnificenza della Cappella Sistina, o
dell’imponenza della portaerei Washington; figuriamoci cosa possa preoccuparlo
d’un bruscolino dell’universo, quale un’autovettura oppure un chiosco per gelati,
o delle perfette viti, intorno alle quali s’impernia il sublime meccanismo di
un orologio.
Il tempo, nel suo
eterno rotolare (una sua frazione è sempre uguale alla precedente, quindi
rotola grazie a due soli raggi) esercita la sua ontologica azione, con la
pazienza che solo ad esso è concessa, poiché non risulta intaccato dal suo
stesso agire.
Il disincanto fu
totale, scoprendo che anche Bucefalo era soggetto al macinare dei secondi.
Bucefalo venne datato
da un team di esperti (uno dei quali arrivato direttamente dalle Galapagos): si
accordarono (lustro più, lustro meno) intorno ai 3.521 anni.
Ereditai Bucefalo da
mio nonno, che la ebbe da suo padre e lui dal suo; così a ritroso, affondando
nelle sabbie viscose del passato, fino a perderci nella storia persa, in quanto
non scritta.
Bucefalo, quando mi
venne affidato, aveva circa le dimensioni di un camper. Non aveva nome, ma io
ebbi l’ardire, in quanto mi risulta un potere conferitoci, di deciderlo.
Optai per uno che
potesse contentare il mio ego.
Anche la montatura
degli occhiali del veterinario, che pareva (ironia!) in tartaruga,
incorniciando pesantemente gli occhi, attirava la mia attenzione amplificando
gli scatti dei bulbi oculari, i quali tuttavia parevano già rallentati, rispetto ad un'ora prima.
Prova ulteriore della
supremazia del tempo fra i flagelli venne a noi fornita (intendo alla mia
stirpe) dall’apparentemente immoto tartarugo, del quale un veterinario
illuminato rivelò l’imminente fine al mio trisavolo, senza addurre spiegazioni.
“E’ così!” sentenziò
sicuro di sé il vanesio, alzando il dito indice destro, puntando verso un angolo del
soffitto, lasciandosi sfuggire un lieve sorriso di sussiego.
Così fu, benché –
interpreto ora – vi sono differenze fra il tempo della tartaruga e quello
umano; il mio trisavolo (che scampò alle battaglie risorgimentali) l’ebbe da
suo padre, ma il tartarugo, che all’epoca aveva le dimensioni di una capiente
botte, scampò fino ai giorni nostri, non senza mostrare sottilissime
incrinature nel carapace e, in generale, nella condotta dell’esistenza.
Le sue pause fra un
passo e l’altro erano ormai estenuanti per il tempo umano, già allora, salvo
che per i campioni mondiali di scacchi, il cui istante ha consistenza
differente, rispetto al nostro, da sempre.
Alludeva (il
veterinario ottocentesco) ad una misteriosa goccia, una soltanto, che
dall’inizio di ogni cosa, ha potere di scavare la roccia e dunque si tradì: la
goccia di per sé non ha potere alcuno, non quanto il susseguirsi di esse, nel
tempo; inoltre: è nata prima la goccia o la roccia?
Per questo io,
sconcertato e dubbioso, in tempi recenti, mi avventurai incoscientemente e
discesi nella tartaruga.
Imboccando la cloaca
(ragion per cui mi bardai di tutto punto) scesi lungo un budello a scalini,
verso destra, e in lungo corridoio a ferro di cavallo, notai subito una
rigogliosa boscaglia di muffe multicolori, da far perdere il senno agli
alchimisti; fossi disceso dotato di falcetto d’oro, mirabili ingredienti da
pozione avrei raccolto, in quel mondo che virava verso la dissoluzione.
Narrano le cronache,
che il veterinario del mio trisavolo seguitava a blaterare banalità
sull’ineluttabile, durante la mia discesa da speleologo, ma la sua voce probabilmente
s’era già fatta ovattata da un secolo almeno, rimbombava sorda, fino a comprimersi in un
grasso ticchettio confuso, per sparire dal novero dei miei stimoli.
Ebbi il tempo di
udirlo evocare il paradosso dei gemelli, ma non ne compresi il motivo e forse
fu uno scherzo della mia immaginazione, tenendo conto che l'uomo dell'ottocento non poteva conoscerlo.
Girovagando per
condotti soffici ma resistenti, costretto a peripezie da contorsionista,
ispezionai l’acido stomaco, l’amaro fegato e gli spugnosi polmoni, infine i
reni e poi risalii, controllando ben bene la presenza d’infezioni sotto la
lingua.
Ora, elencare tutto quanto
vidi è complicato, ma tutto fu chiaro, per quanto mi concerne: il tempo, sempre
e soltanto il tempo.
Incontrai, oltre alle
muffe variegate, presenze filiformi e aggrovigliate, matasse confuse che
mostravano una sorta di coscienza, penetrando pareti lise e sparendo nei
tessuti circostanti con un rumore simile a quello prodotto dal risucchiare
l’ultimo spaghetto del piatto.
Esseri curiosi, senza
capo né coda, senza bocca né ano, decolorati, suggevano densi liquidi
lattiginosi e contemporaneamente rilasciavano liquami borbottando, mentre
altri, più panciuti e dotati d’evidenti fauci, industriosi consumavano lembi di
tessuto, parimenti al bruco che s’osserva divorare (lento ma incessante) una
foglia.
Il rene era gibboso,
grosse papule rigonfie lo acconciavano, il colorito era stanco e lo sappiamo:
sorella morte ha delle tonalità a suo uso esclusivo.
Innumerevoli cumuli
di solidi geometrici (di sostanza a me ignota) giacevano ammonticchiati in ogni
ansa disponibile; a intervalli regolari uno scroscio mi allarmava ed un rotolar
di cubi ed ottaedri, dai vividi colori cangianti ma tutti venati di verde
acceso, mi sfilava dinnanzi tracciando un lieve solco nella pavimentazione
interna della bestia e lasciando sul tracciato un lieve fumo, pungente
d’ustione.
Quando il tartarugo inspirava,
le arterie s’ingrigivano pulsando; quale e quanta lordura aspirava la bestia,
lordura che non si mostra alla vista e della quale lo stesso veterinario
quotidianamente fa incetta, respirando (immaginavo, durante la mia assenza, di
ritrovarlo vivo) incessantemente?
Risalii lungo la
trachea, tutto era comprensibile, nitido lo svolgersi degli eventi.
Ripulito di tutto
punto e ben profumato d’acqua di colonia, tornai al gabinetto del veterinario, per discutere di filosofia, ancor prima che di medicina.
Lo colsi immobile, nella posizione d’indicare un punto del soffitto, con le
labbra irrigidite nel vocalizzo della “i”.
Un lieve pulviscolo
si staccava dalla punta del suo indice, trascinato via da un soffio leggero.
Le falangette del medio e dell'anulare erano sparite.
lunedì 30 giugno 2014
Gabbiani
La nottata i
gabbiani scendono
in strada e
sgraziati zampettano,
calano i
becchi come magli
su cicche
sputate e mozziconi,
ingollano talora
granaglie
cascate da pani integrali
o d’altri bisunti
spuntini.
All’alba il
sole serpeggia
dal mare fra
i palazzi
e frammenta
la notte,
tramenano i
netturbini
e
scalpicciano i primi tacchi,
decollano indolenti
i gabbiani
offesi e
volano a scortare
gl’assonnati
pescherecci.venerdì 16 maggio 2014
Una qualsiasi mattina
[fonte]
Una qualsiasi mattina, il nobile Ratteo Menzi, come di buona sua norma, si svegliò all'albeggiare.
Galli cantavano di là della siepe, schiamazzavano nel borgo, cantavano di femmine e di combattimenti.
Galli cantavano di là della siepe, schiamazzavano nel borgo, cantavano di femmine e di combattimenti.
Ratteo fece tintinnar la campanella ed alla porta s’affacciò, celere
ma soave, il domestico Draziano.
“Draziano, non è già in vigore la riforma Baudelaire?”, domandò
Ratteo.
Draziano fissò la solita piastrella sbeccata, sulla quale poggiava un
piede del letto, quello prossimo alla porta.
Il povero Draziano sbatté le palpebre, imprimendo un lieve movimento alla chioma appena scarmigliata.
"Dé! Gran Dio!", lo sollecitò l'incontenibile Ratteo, padrone suo.
“No-non rammento, Ratteo…”, rispose Draziano balbettando ed accennando ad un inchino fuori luogo.
“La riforma Baudelaire”, lo incalzò Ratteo, già vispo come una donnola e facendogli il gesto di tirarsi su,
“dispone che i galli crudi razzolino solo nelle campagne!”.
“Ah, si! Entra in vigore lunedì prossimo!”, ricordò Draziano rilassandosi finalmente in un inchino, per poi uscire, sgambettando verso le cucine, per dare ordine d’approntar la colazione.
Ratteo s’alzò e, immantinente, una fitta rodende si diramò
dall’ombelico verso sinistra, scendendo lungo gl’intestini.
Lesto puntò la stanza da bagno, a passi brevi e fitti fitti, contraendo le
natiche, ma lo sforzo nulla poté: anche quella mattina si riformò addosso.
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giovedì 15 maggio 2014
La leva del freno
[fonte]
Fu una lauta cena: deliziosa faraona al porto, seguita o intervallata (ci fu tale libertà) da rollé di coniglio lardellato e uva bianca.
Di contorno gustose patate arrosto tagliate a dischetti: una cottura perfetta.
Il formaggio (da me portato) fu un divino pecorino con tartufo.
Apparve infine la torta di compleanno, immancabile, non dopo aver spento tutte le luci di casa.
Di contorno gustose patate arrosto tagliate a dischetti: una cottura perfetta.
Il formaggio (da me portato) fu un divino pecorino con tartufo.
Apparve infine la torta di compleanno, immancabile, non dopo aver spento tutte le luci di casa.
Una perfetta, nella sua semplicità, tiepida
torta di mele, accompagnata da un eccellente gelato al fior di latte.
Dal centro geometrico della torta s’ergeva,
in luogo di decine di candeline, un piccolo e variopinto candelotto alto una
spanna (ricordava il bastone internazionale dei barbieri); un fuoco pirotecnico la cui fiamma, d’un biancore immacolato, sprizzava
eccitata, liberando un fruscìo elettrico.
Il festeggiato fece mostra della sua
condizione da ex fumatore e soffiò sul candelotto, per zittirlo.
La figlia scattò alcune foto, per
immortalare il momento, ed il risultato fu curioso.
Questa fiamma artificiale, incrociando il
getto d’aria espirato, rivelava la sua progettazione innaturale, cambiando direzione
ad angolo retto, oppure interrompendosi e procedendo ad impulsi, generando
segnali di luce di gusto marinàro.
Ero l’unico invitato; il festeggiato,
alla domanda della moglie, su cosa desiderasse avere in regalo, rispose
“Carlo”.
Quella veste da regalo era inconsueta, ma
la provai ed oggi posso dirla privilegiata; non comprende abusi di nessun tipo, né
sessuali, né vagamente ludici, nessun impegno se non l’abbuffarsi in un
ambiente intimo, con squisite cibarie ed un vino francese superbo. Per
converso, l’incarnare un regalo, unicamente c’investe dell’onore d’essere considerati
motivo di gioia e oggetto di ricordo (“Ricordo quel compleanno, quando mi
regalarono te!” mi disse sospirando anni dopo; i suoi occhi scintillavano,
puntando verso un apparente nulla).
Ciò nonostante, mentre il mio caro amico
commosso abbracciava i due figli, distribuendo baci schioccanti, e la figura della moglie si stagliava nella penombra
dietro di loro cingendoli tutti con braccia da madre (saggiava il gioioso quadretto con un sorriso grato e lasciava trapelare il suo plauso all'Altissimo, poiché “Si! E’ perfetto, tutto
perfetto!”), il momento di felicità suscitò in me un pensiero tragico; un
cupo finalismo intorpidì le mie acque.
Madre Natura, fredda ed assassina, spietata
m’alitò sul collo; in un momento inopportuno mi rammentò il suo ingrato adoperarsi.
“Povero amico caro…”, pensai.
Ritornai alle nostre meste serate durante il
servizio militare; lui guidava tenendo fra le gambe una bottiglia di Caldaro,
ormai vuota; s’andava tristi e bolsi per la via che s’incunea tutt’oggi fra due
caserme.
Ad entrambi i lati, alte mura e garitte che
ingabbiavano stanchi e infreddoliti militari, mentre perdevano i loro giorni; le nubi dei loro respiri erano calde di vita e di grappe.
Fin d’allora e prima ancora (ché già le
idee si deteriorano, anche per chi ne rifiuta l’esistenza) ci stavamo
consumando, ma non di buon Caldaro e neppure di tisi o fulminante difterite, ma
per silenzioso ed omicida intento della Natura, e punto!
Quel costante fermentare e ribollire, sotto
la nostra pelle, che produce?
La sera in cui incarnai il regalo, venticinque
anni dopo, ancora si percorreva la medesima discesa, chi più rapido e chi meno. Tutti i presenti tentennavano sempre più nello svolgersi dei giorni ed anche l'incedere spensierato dei giovani seguiva la medesima via: un vicolo cieco.
Perciò mi rattristai, nel vederlo
aggrappato, caduco, alle gioie lecite e volatili, intanto che neppure il dubbio
primo lo sfiorava, quello cioè dell’esistenza di una leva del
freno, da cercare ovunque in lui e persino fuori di lui.
Se la determinazione della fede non ti si addice, almeno hai urlato disperato il tuo dissenso? Hai tentato, tu, il tentatore?
Se la determinazione della fede non ti si addice, almeno hai urlato disperato il tuo dissenso? Hai tentato, tu, il tentatore?
Hai frugato dietro gli armadi? Nel retro della casa? In quella zona nascosta dei giardini, che in genere accoglie cianfrusaglie, come vecchi copertoni e teli di serre, oppure in solaio? Sebben banale, questo è luogo elettivo per ciò che si ricerca, nonché luogo metafisico per antonomasia... Di ciò non stiamo trattando?
In cantina, hai guardato bene? Hai spostato lo scaffale zeppo di bottiglie, fra cui ben tre Château Yquem Grand Cru del 1983? Dimmi, l'hai fatto? Ovviamente - in questo caso – spero tu abbia agito con
con particolare attenzione...
Ed è mai possibile, amico mio, pensavo, che
chi ti ami non possieda questa leva?
L’hai squartata, lei, scostando gl’intestini?
Le hai strappato la colonna vertebrale impugnandola dall’atlante, tirandola con
forza verso di te? Hai sentito l’assordante stridore delle ruote del treno
bloccate, quando si straziano d’attrito?
Hai guardato nelle prelibatezze culinarie che lei cucina? In mezzo ai maccheroni, nei monconi di pajata o nelle quaglie, nei loro ventri? Hai sondato con delicatezza nello stracotto, in fondo alla pignatta, nella scaturigine del gusto, prima d'ingurgitare distratto la sacra chiave del tabernacolo, lì celata dal destino?
Hai guardato nelle prelibatezze culinarie che lei cucina? In mezzo ai maccheroni, nei monconi di pajata o nelle quaglie, nei loro ventri? Hai sondato con delicatezza nello stracotto, in fondo alla pignatta, nella scaturigine del gusto, prima d'ingurgitare distratto la sacra chiave del tabernacolo, lì celata dal destino?
Hai chiesto singhiozzando ai figli tuoi, immensamente giovani, d'indicarti la via?
Dimmi, amico mio: hai fatto tutto ciò?
Dimmi, amico mio: hai fatto tutto ciò?
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